A Council Bluffs, Iowa, tra campi di mais e silos, sorge uno dei data center più grandi di Google. Da fuori sembra un capannone qualsiasi, grigio, silenzioso, quasi timido. Dentro, invece, migliaia di server lavorano senza sosta per addestrare modelli linguistici, generare immagini, rispondere a domande su ricette e mal di schiena. Consumano energia come una piccola città. E producono calore, tanto calore, che va raffreddato, spesso con acqua, a volte con aria condizionata industriale che ronza giorno e notte.

Questa settimana Google e Amazon hanno pubblicato i loro report ambientali annuali. I numeri, va detto subito, non sono una sorpresa per chi segue il settore. Ma sono comunque numeri pesanti, da leggere con attenzione, senza cedere alla tentazione di sommare tutto in un unico titolo apocalittico.

I dati, prima di tutto

Le emissioni totali di Google sono cresciute dell’82% dal 2019. Un balzo enorme, se guardato da lontano. Ma il 2019 è un anno particolare: prima della pandemia, prima del boom del cloud pandemico, prima che ChatGPT trasformasse l’intelligenza artificiale generativa da curiosità accademica a infrastruttura globale. Guardando l’ultimo anno soltanto, l’aumento è del 18%. Ancora significativo, certo, ma di una scala diversa, più leggibile, più vicino a quello che sta succedendo davvero oggi nei data center.

Amazon segue una traiettoria simile. Le sue emissioni sono cresciute del 58% dal 2019 e del 16% nell’ultimo anno. Anche qui, il dato pluriennale racconta una storia di crescita industriale complessiva, in cui l’AI è un capitolo importante ma non l’unico: ci sono i magazzini, la logistica, le consegne su gomma e su aereo, la rete di distribuzione più grande al mondo che, a differenza dei data center, non si sposta certo verso il solare a costo zero da un giorno all’altro.

In numeri assoluti, Google ha emesso 18,8 milioni di tonnellate di CO2 equivalente nell’ultimo anno, Amazon, 80,85 milioni. Una differenza enorme tra le due aziende, che si spiega con la natura stessa dei business: Google produce soprattutto software e servizi cloud, Amazon possiede anche magazzini, camion, aerei cargo e un esercito di furgoni bianchi che ogni giorno attraversano le città del mondo.

Emissioni Google e Amazon, 2019-2025

Emissioni totali di gas serra, Google e Amazon (2019-2025)

Milioni di tonnellate di CO2 equivalente (MtCO2e), dati dichiarati nei report ambientali annuali delle due aziende. Per Google, alcuni anni intermedi non sono disponibili in forma direttamente comparabile a causa di revisioni metodologiche.

Google (totale Scope 1+2+3) Amazon (totale Scope 1+2+3)
Fonti: Google Environmental Report (edizioni 2020, 2024, 2025 e 2026); Amazon Sustainability Report (edizione 2024, dati 2019-2024) e dati diffusi da ANSA-AFP il 4 luglio 2026 per l’anno 2025.
Nota metodologica: i valori 2020-2022 di Google non sono inclusi perché l’azienda ha rivisto più volte la metodologia di calcolo del proprio perimetro Scope 3, rendendo i dati di quegli anni non direttamente confrontabili con la serie attuale. Il valore 2024 di Google è stimato applicando alla baseline 2019 la crescita cumulata dichiarata (+51%) nel report 2025. I dati Amazon 2019-2024 sono valori assoluti pubblicati; il 2025 è stimato dalla crescita dichiarata (+58% dal 2019) nel report più recente.

Perché ora, perché così in fretta

La causa principale, in entrambi i casi, non è il funzionamento quotidiano dei data center in sé, che pure pesa. È la filiera. È la produzione dei chip, l’acciaio e il cemento delle nuove costruzioni, i server che arrivano dai fornitori già carichi di emissioni accumulate altrove, prima ancora di essere accesi. Kate Brandt, responsabile della sostenibilità di Google, lo ha messo per iscritto senza troppi giri di parole: lo sviluppo dell’infrastruttura AI sta procedendo più in fretta della decarbonizzazione della rete elettrica. Una frase semplice, quasi banale nella sua onestà, che però fotografa il cuore del problema meglio di qualsiasi grafico.

Kara Hurst, l’omologa di Amazon, ha usato un verbo interessante: rallentare. La domanda di prodotti basati sull’AI, ha scritto, potrebbe far rallentare l’azienda nel raggiungimento dei propri obiettivi ambientali. Non fermare. Non cancellare. Rallentare. Una distinzione che vale la pena notare, perché racconta un’azienda che non abbandona la rotta ma che deve rinegoziare i tempi con una realtà tecnologica che si muove più veloce delle previsioni fatte solo cinque anni fa.

C’è un altro dato, forse il più scomodo di tutti per chi lavora nella comunicazione aziendale: entrambe le aziende oggi inquinano di più per ogni dollaro di ricavo generato. Le emissioni, cioè, crescono più in fretta delle vendite. Per Amazon è un fatto inedito: significa che l’efficienza, quella vera, misurata non in slide ma in tonnellate di CO2 per unità di fatturato, sta peggiorando, non migliorando. Un dettaglio che nessun comunicato stampa può nascondere del tutto, per quanto ben scritto.

La scala del fenomeno, vista da fuori

Un rapporto delle Nazioni Unite pubblicato all’inizio di questo mese ha provato a dare una misura al fenomeno che va oltre i singoli bilanci aziendali. I data center di tutto il mondo, secondo lo studio, consumano così tanta energia che solo dieci Paesi al mondo ne utilizzano di più. L’intelligenza artificiale, da sola, si piazzerebbe all’undicesimo posto nella classifica dei maggiori consumatori di energia del pianeta, davanti a nazioni con decine di milioni di abitanti.

È un’immagine potente, quasi cinematografica: un settore industriale, fatto in gran parte di server chiusi in capannoni anonimi, che consuma energia quanto uno stato sovrano. Eppure, guardando bene, la fotografia non racconta solo emergenza. Racconta anche scala industriale in movimento, investimenti concentrati in pochi anni, una corsa che, a ben guardare, ha altri precedenti storici: le ferrovie, l’elettrificazione, le reti telefoniche. Ogni volta, l’infrastruttura corre più veloce della sua stessa sostenibilità, salvo poi trovare, quasi sempre in ritardo ma non sempre invano, il modo di rimettersi in linea.

Le soluzioni che già esistono e quelle che devono ancora maturare

Qui il racconto merita di allargarsi, perché limitarsi ai numeri delle emissioni rischia di restituire solo metà della storia.

Google e Amazon, insieme a Microsoft e Meta, sono tra i più grandi acquirenti al mondo di energia rinnovabile tramite contratti di acquisto a lungo termine, i cosiddetti power purchase agreement. Questi accordi finanziano nuovi impianti eolici e solari che altrimenti non verrebbero costruiti, perché garantiscono ai produttori un acquirente certo per vent’anni. È un meccanismo lento, macchinoso, ma reale: senza la domanda di queste aziende, buona parte della capacità rinnovabile aggiunta negli ultimi anni in Texas, ma anche in Spagna, semplicemente non esisterebbe.

C’è poi la strada, più recente e più controversa, del nucleare. Sia Google sia Amazon hanno firmato accordi per finanziare piccoli reattori modulari, gli SMR, tecnologia ancora immatura su scala commerciale ma che promette energia costante, senza intermittenza, per alimentare data center che non possono permettersi cali di tensione mentre addestrano un modello linguistico. Microsoft ha fatto un passo ulteriore, riattivando un reattore della centrale di Three Mile Island. Un dettaglio che, raccontato senza enfasi, dice più di molte dichiarazioni sulla direzione che il settore sta prendendo.

Sul fronte dell’efficienza, i progressi sono meno spettacolari ma altrettanto concreti. I chip di nuova generazione, pensati specificamente per l’AI, consumano meno energia per ogni operazione di calcolo rispetto ai processori generalisti. Il raffreddamento a liquido, sempre più diffuso nei nuovi impianti, riduce il fabbisogno energetico legato alla climatizzazione, che in un data center tradizionale può arrivare a pesare quanto il calcolo stesso. Alcuni centri, come quelli costruiti da Google nei paesi nordici, sfruttano il clima freddo per raffreddare i server con aria esterna per gran parte dell’anno, riducendo drasticamente il ricorso ai condizionatori.

Certo, resta il nodo della filiera, quello che pesa di più nei bilanci di entrambe le aziende. Qui le soluzioni sono più lente da costruire, perché riguardano l’acciaio, il cemento, la produzione dei semiconduttori: settori dove la decarbonizzazione procede per gradi, non per salti, e dove il contributo delle Big Tech, per quanto significativo come cliente, non basta da solo a cambiare la fisica della produzione industriale.

Uno scenario, non una sentenza

Quello che emerge, alla fine, non è tanto la storia di due aziende che tradiscono le proprie promesse, quanto quella di un settore che sta attraversando una fase di espansione così rapida da mettere sotto pressione ogni previsione fatta anche solo tre anni fa.

Gli obiettivi di neutralità carbonica restano fissati, sulla carta, al 2030 per Google e al 2040 per Amazon. Nessuna delle due aziende li ha ritirati. Le hanno però accompagnati, quest’anno, con un linguaggio più cauto, più onesto forse, che ammette apertamente la distanza tra ambizione e traiettoria reale.

La domanda che resta aperta riguarda i tempi.

La rete elettrica globale si decarbonizza, ma con la lentezza tipica delle infrastrutture pubbliche, fatta di permessi, cantieri, resistenze locali. L’intelligenza artificiale, invece, si espande con la velocità tipica del capitale privato, fatta di trimestri, concorrenza, pressione degli investitori. Tra queste due velocità, così diverse, si gioca gran parte della partita climatica dei prossimi anni. Non è detto che vinca la più veloce. Ma è certo che, per ora, è quella che sta scrivendo l’agenda.