I primi segnali della prossima rivoluzione del software aziendale non arrivano da una nuova piattaforma ERP o dall’ennesimo aggiornamento di un CRM, ma dall’utilizzo quotidiano dei grandi modelli linguistici. Sempre più piccole e medie imprese stanno sperimentando Claude di Anthropic per sviluppare applicazioni interne personalizzate, automatizzare processi e costruire flussi di lavoro che fino a ieri richiedevano costose licenze di prodotti come Salesforce o HubSpot. Quello che era nato come un semplice tentativo di ridurre i costi di sviluppo sta rapidamente assumendo i contorni di un cambiamento strutturale: se un’intelligenza artificiale è in grado di creare il software necessario a un’azienda, quanto rimane realmente indispensabile il software tradizionale?
Il mercato SaaS ha prosperato grazie a un modello apparentemente inattaccabile. Ogni nuovo dipendente significava una nuova licenza, ogni nuova funzione richiedeva un upgrade e ogni personalizzazione comportava consulenze, integrazioni e tempi di implementazione spesso incompatibili con la velocità del business moderno. L’intelligenza artificiale generativa sta mettendo in discussione proprio questa logica economica. Se un agente AI può costruire rapidamente un’applicazione dedicata a uno specifico processo aziendale, il valore non risiede più nel prodotto standardizzato, ma nella capacità di generare soluzioni su misura in tempo reale.
Secondo quanto anticipato da The Information, questa trasformazione viene osservata con crescente attenzione sia dai grandi laboratori di AI sia dai principali fornitori di software enterprise. OpenAI e Anthropic stanno evolvendo rapidamente dai semplici chatbot verso agenti intelligenti capaci di navigare autonomamente all’interno delle applicazioni aziendali, compilare dati, eseguire procedure, coordinare workflow e prendere decisioni operative entro limiti definiti. In questo scenario il software non scompare necessariamente, ma rischia di diventare un’infrastruttura invisibile, mentre l’agente AI diventa la vera interfaccia attraverso cui lavorano gli utenti.
Questa prospettiva rappresenta una minaccia diretta per i grandi protagonisti del software enterprise. Microsoft e Salesforce stanno investendo miliardi per trasformare le proprie piattaforme in ambienti nativamente agentici, cercando di mantenere il controllo di quello che molti analisti definiscono il nuovo “control layer” dell’impresa digitale. Chi controllerà l’agente controllerà anche l’accesso ai dati, ai processi e, soprattutto, alla relazione quotidiana con gli utenti aziendali. È una posizione strategica che vale molto più della semplice vendita di licenze software.
Anche le partnership iniziano a mostrare segni di tensione. L’espansione di Anthropic all’interno dell’ecosistema di Slack ha generato preoccupazioni in Salesforce, proprietaria della piattaforma, mentre numerosi partner hanno scoperto che Anthropic stava introducendo funzionalità che entravano direttamente in concorrenza con strumenti costruiti dagli stessi partner utilizzando i suoi modelli. È una dinamica già vista nella storia dell’informatica: le piattaforme favoriscono gli ecosistemi fino al momento in cui decidono di integrare direttamente le funzionalità più redditizie.
Parallelamente emerge un altro elemento destinato a influenzare profondamente il mercato: il costo operativo dell’intelligenza artificiale. Durante la prima fase dell’AI generativa le aziende calcolavano facilmente il budget necessario per utilizzare chatbot o assistenti testuali. L’avvento degli agenti cambia completamente l’equazione economica. Un agente può lavorare per ore, eseguire migliaia di operazioni, interrogare numerosi modelli e utilizzare enormi quantità di token, rendendo i costi molto meno prevedibili rispetto alle tradizionali licenze SaaS. Le recenti modifiche ai modelli di prezzo di Anthropic evidenziano quanto rapidamente stia cambiando questa economia.
Di conseguenza i CIO stanno adottando nuove strategie di contenimento dei costi. Sempre più organizzazioni indirizzano i carichi di lavoro verso modelli meno costosi quando possibile, impongono limiti di utilizzo agli agenti, sviluppano sistemi di routing automatico tra diversi modelli e guardano con crescente interesse alle alternative open source. Il mercato sembra avviarsi verso una gestione dinamica dell’intelligenza artificiale, nella quale il valore non sarà determinato soltanto dalla qualità del modello, ma anche dall’efficienza economica con cui verrà utilizzato.
Dal punto di vista strategico, la questione va oltre la semplice competizione tra OpenAI, Anthropic, Microsoft o Salesforce. La vera domanda riguarda la natura stessa del software aziendale. Per decenni le imprese hanno acquistato applicazioni che imponevano un determinato modo di lavorare. Gli agenti AI ribaltano questa logica: osservano il processo, comprendono l’obiettivo e costruiscono il software necessario per raggiungerlo. È un cambiamento che potrebbe ridurre drasticamente il valore delle applicazioni standardizzate e spostare il vantaggio competitivo verso chi possiede i migliori modelli, i dati più ricchi e la capacità di orchestrare ecosistemi complessi.
La storia dell’informatica insegna che ogni nuovo livello di astrazione ha creato vincitori inattesi e reso rapidamente obsolete tecnologie considerate intoccabili. I mainframe lasciarono spazio ai personal computer, i software installati furono sostituiti dal cloud e il cloud potrebbe ora essere ridefinito dagli agenti intelligenti. La vera ironia è che molte aziende continuano a discutere quale chatbot acquistare, mentre la partita reale riguarda chi controllerà il sistema operativo invisibile dell’impresa del prossimo decennio. Se questa traiettoria verrà confermata, il futuro del software non sarà rappresentato da applicazioni sempre più ricche di funzionalità, ma da intelligenze artificiali capaci di crearle, modificarle e utilizzarle autonomamente. In quel momento il SaaS non sarà necessariamente morto, ma avrà smesso di essere il protagonista.