Le nuove accuse del presidente Donald Trump contro la Cina hanno riacceso uno dei temi più ricorrenti delle relazioni tra Washington e Pechino: il presunto tentativo cinese di influenzare la politica americana. Durante un discorso televisivo in prima serata, Trump ha sostenuto che la Cina avrebbe realizzato “la più grande compromissione dei dati elettorali della storia” e avrebbe influenzato imprenditori e giornalisti statunitensi affinché si schierassero contro la sua amministrazione. Il presidente ha inoltre affermato che Pechino avrebbe pagato alcuni giornalisti americani per pubblicare articoli ostili nei confronti della sua prima amministrazione. Al momento, però, la Casa Bianca non ha reso pubbliche prove a sostegno di queste affermazioni, né risultano documenti ufficiali statunitensi che corroborino tali accuse.

La risposta di Pechino è arrivata poche ore dopo attraverso il portavoce del Ministero degli Esteri, Lin Jian, che ha definito le dichiarazioni di Trump “completamente inventate, diffamatorie e prive di qualsiasi fondamento”. Lin ha ribadito uno dei pilastri della diplomazia cinese, ovvero il principio della non ingerenza negli affari interni di altri Stati, sostenendo che la Cina non ha mai interferito nelle elezioni presidenziali statunitensi e non ha alcun interesse a farlo. Parallelamente, l’ambasciata cinese a Washington ha diffuso una nota con cui ha riaffermato che l’esito delle elezioni americane dipende esclusivamente dagli elettori statunitensi.

Come spesso accade nella comunicazione diplomatica cinese, la smentita si è accompagnata a un contrattacco politico. Lin Jian ha infatti accusato implicitamente gli Stati Uniti di essere il Paese che più frequentemente interferisce negli affari interni di altre nazioni, richiamando le attività di sorveglianza globale rivelate negli ultimi anni e le operazioni di intelligence attribuite alle agenzie americane. Si tratta di una linea narrativa consolidata da parte di Pechino, che utilizza le rivelazioni di Edward Snowden e le attività della National Security Agency come elemento ricorrente per contestare la credibilità delle accuse occidentali in materia di cybersicurezza.

Dal punto di vista fattuale, è importante distinguere tra accuse politiche e valutazioni ufficiali dell’intelligence americana. Nel marzo 2021 il National Intelligence Council, insieme alle principali agenzie di intelligence statunitensi, pubblicò una valutazione classificata poi declassificata nella quale concludeva che la Cina non aveva condotto operazioni di interferenza volte ad alterare direttamente il risultato delle elezioni presidenziali del 2020. L’analisi sosteneva che Pechino aveva preso in considerazione possibili operazioni di influenza, ma aveva deciso di non avviare una campagna clandestina su larga scala. Questa conclusione contraddice direttamente le accuse formulate da Trump sia nel 2020 sia nelle dichiarazioni più recenti.

Lo stesso rapporto introduceva una distinzione fondamentale che spesso scompare nel dibattito politico. L’influenza elettorale comprende attività di propaganda, campagne informative, disinformazione o tentativi di orientare l’opinione pubblica. L’interferenza elettorale, invece, implica la manipolazione diretta dell’infrastruttura del voto, come registri elettorali, sistemi di voto o conteggio delle schede. Secondo l’intelligence americana, nel 2020 non sono emerse prove che la Cina abbia tentato di compromettere tali infrastrutture.

Questa non è la prima volta che Trump attribuisce alla Cina l’intenzione di influenzare le elezioni americane. Già nel settembre 2018, durante una riunione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, accusò pubblicamente Pechino di cercare di danneggiare il Partito Repubblicano nelle elezioni di metà mandato, sostenendo che la Cina fosse ostile alla sua politica commerciale. Anche in quell’occasione non furono presentate prove pubbliche e il ministro degli Esteri cinese Wang Yi, presente nella sala, respinse immediatamente le accuse. Nel maggio 2020 Trump dichiarò inoltre alla Reuters di ritenere che la Cina avrebbe fatto “qualsiasi cosa” pur di favorire la vittoria di Joe Biden, una tesi che venne nuovamente smentita dal governo cinese.

Il contesto geopolitico rende questa nuova escalation particolarmente delicata. Le dichiarazioni arrivano infatti dopo il recente incontro tra Trump e Xi Jinping a Pechino e a poche settimane dalla prevista visita ufficiale del leader cinese negli Stati Uniti. Pur essendo normale che le relazioni tra le due maggiori potenze economiche siano attraversate da tensioni commerciali, tecnologiche e militari, un’escalation retorica sulle presunte interferenze elettorali rischia di complicare il già fragile equilibrio diplomatico.

Sul piano strategico emerge anche un elemento più interessante. Le accuse di interferenza sono ormai diventate parte integrante della competizione tra grandi potenze. Non riguardano soltanto la sicurezza informatica, ma rappresentano uno strumento di comunicazione politica interna. Ogni dichiarazione produce effetti sul consenso domestico, rafforza la narrativa della minaccia esterna e contribuisce a consolidare il sostegno verso politiche di contenimento economico e tecnologico.

Nel settore tecnologico questo fenomeno assume un valore ancora più rilevante. La guerra commerciale sui semiconduttori, le restrizioni sulle esportazioni di chip avanzati, la competizione nell’intelligenza artificiale e il controllo delle infrastrutture digitali hanno trasformato la cybersicurezza in uno dei principali campi di confronto tra Washington e Pechino. In questo scenario, le accuse di cyber interferenza finiscono inevitabilmente per intrecciarsi con la competizione industriale, rendendo sempre più difficile separare i fatti verificabili dalla comunicazione politica.

Alla luce delle informazioni pubblicamente disponibili, alcune affermazioni possono essere considerate verificate. È confermato che Trump abbia formulato nuove accuse contro la Cina. È confermato che il governo cinese le abbia respinte ufficialmente. È confermato che nel 2018 e nel 2020 Trump abbia avanzato accuse analoghe. È altresì confermato che la valutazione dell’intelligence statunitense pubblicata nel 2021 non abbia trovato prove di una campagna cinese di interferenza elettorale paragonabile a quella descritta dall’ex presidente. Rimangono invece prive di evidenze pubbliche le affermazioni relative alla presunta “più grande compromissione dei dati elettorali della storia” e ai pagamenti effettuati dalla Cina a giornalisti americani, elementi che, allo stato attuale delle informazioni disponibili, devono essere considerati accuse non dimostrate.