La nascita della World AI Cooperation Organization (WAICO) non è semplicemente l’ennesimo organismo internazionale dedicato all’intelligenza artificiale. È una mossa geopolitica di grande portata, probabilmente una delle più significative degli ultimi anni nel confronto tecnologico tra Cina e Stati Uniti. L’iniziativa, annunciata a Shanghai con la partecipazione di 29 Paesi, arriva mentre il mondo si divide sempre più in ecosistemi tecnologici concorrenti, dove il controllo degli standard conta quanto il possesso dei chip.

Tra i firmatari figurano Cina, Russia, Brasile, Cuba, Venezuela e numerosi Paesi africani e del Sud-est asiatico. Non si tratta di un elenco casuale. È una fotografia del cosiddetto “Global South”, cioè di quelle economie emergenti che Pechino cerca da anni di coinvolgere attraverso infrastrutture, investimenti e cooperazione tecnologica. La sede della nuova organizzazione sarà a Shanghai, un dettaglio che conferma come la Cina intenda assumere il ruolo di regista della futura governance dell’IA.

L’obiettivo ufficiale è promuovere ricerca, sviluppo, sicurezza e regolamentazione dell’intelligenza artificiale attraverso una cooperazione multilaterale. Il messaggio politico, tuttavia, è molto più ambizioso. Pechino propone un modello alternativo rispetto a quello guidato dagli Stati Uniti e, in parte, dall’Europa, sostenendo che i Paesi in via di sviluppo debbano avere un ruolo nella definizione delle regole globali dell’IA invece di limitarsi a subirle.

La strategia ricorda quanto accaduto con la Belt and Road Initiative. Dopo aver esportato infrastrutture fisiche, la Cina punta ora a esportare infrastrutture digitali, modelli di intelligenza artificiale, piattaforme open source e standard tecnologici. Non è un caso che Xi Jinping abbia recentemente invocato maggiore collaborazione internazionale e una diffusione aperta delle tecnologie di IA, contrapponendo implicitamente questo approccio alle restrizioni americane sull’export di chip avanzati e software strategici.

Il concetto di “open source come bene pubblico” rappresenta probabilmente l’elemento più interessante dell’intera operazione. Se gli Stati Uniti mantengono il predominio attraverso aziende come OpenAI, Anthropic, Google e Nvidia, la Cina tenta di conquistare influenza offrendo modelli aperti, strumenti condivisi e infrastrutture accessibili ai Paesi che non possono permettersi i costi dell’ecosistema occidentale. È una strategia di soft power digitale estremamente sofisticata.

Naturalmente questa iniziativa non sostituisce gli organismi già esistenti. L’OCSE, il G7, il G20 e le Nazioni Unite stanno già lavorando su principi comuni per la governance dell’intelligenza artificiale. WAICO introduce però un elemento nuovo: la possibilità che emergano due grandi modelli regolatori concorrenti, uno guidato dall’Occidente e uno guidato dalla Cina, con i Paesi emergenti chiamati a scegliere quale ecosistema adottare.

Dal punto di vista economico la posta in gioco è enorme. Chi definisce gli standard tecnologici spesso determina anche quali piattaforme, linguaggi di sviluppo, architetture hardware e servizi cloud diventeranno dominanti nei prossimi decenni. La storia di Internet, del 5G e persino dei sistemi operativi dimostra che il controllo degli standard genera vantaggi competitivi molto più duraturi della semplice superiorità tecnica.

Non bisogna quindi leggere WAICO come un’organizzazione accademica. È uno strumento di politica industriale e diplomazia tecnologica. La Cina comprende perfettamente che l’intelligenza artificiale non sarà soltanto una competizione tra modelli linguistici sempre più potenti, ma una battaglia per costruire alleanze, creare dipendenze tecnologiche e conquistare consenso internazionale.

L’Occidente farebbe un errore se liquidasse questa iniziativa come propaganda. Molti dei Paesi coinvolti rappresentano mercati destinati a crescere rapidamente e potrebbero diventare i principali utilizzatori delle future piattaforme di IA. Chi fornirà loro infrastrutture, formazione, modelli e strumenti oggi potrebbe raccogliere dividendi economici e geopolitici per decenni.

L’intelligenza artificiale sta quindi entrando in una nuova fase. Non basta più sviluppare il modello più intelligente o progettare il chip più veloce. Occorre costruire istituzioni, coalizioni e regole condivise. In questo senso WAICO rappresenta un segnale chiaro: la competizione globale si sta spostando dalla corsa all’innovazione alla corsa per governarla. Ed è proprio in questa partita, meno visibile ma molto più strategica, che potrebbe decidersi il vero equilibrio di potere del XXI secolo.