L’intelligenza artificiale è entrata nel Parlamento europeo prima ancora che il Parlamento europeo decidesse come gestirla. La scena è ormai tipica della rivoluzione generativa: mentre Bruxelles discute regolamenti, trasparenza e responsabilità algoritmica, negli uffici dei deputati gli strumenti di AI vengono già utilizzati per preparare discorsi, interrogazioni parlamentari, bozze legislative e modifiche agli emendamenti. La tecnologia ha seguito il percorso più naturale per qualsiasi innovazione digitale: prima viene adottata, poi arrivano le regole, infine qualcuno cerca di capire cosa sia realmente successo.

Per affrontare questa situazione il Parlamento europeo sta sviluppando EPGenAI Hub, una piattaforma interna destinata a offrire ai membri del Parlamento europeo e ai loro collaboratori un ambiente controllato per utilizzare modelli di intelligenza artificiale generativa. Il progetto, attualmente in fase di test, dovrebbe entrare progressivamente in funzione nei prossimi mesi. L’obiettivo dichiarato è ridurre il ricorso a strumenti pubblici come ChatGPT, Claude o altri servizi commerciali nei quali documenti parlamentari, informazioni sensibili o testi ancora in elaborazione potrebbero essere caricati senza adeguate garanzie.

La scelta del Parlamento europeo è significativa perché mostra una contraddizione ormai evidente nella governance dell’intelligenza artificiale. Le istituzioni chiedono ai cittadini e alle aziende di utilizzare l’AI in modo responsabile, ma devono prima affrontare lo stesso problema all’interno delle proprie strutture. La tecnologia non aspetta i regolamenti, e il Parlamento scopre una vecchia legge dell’innovazione digitale: chi scrive le regole spesso arriva dopo chi usa gli strumenti.

EPGenAI Hub dovrebbe integrare diversi modelli linguistici, combinando soluzioni open source e servizi commerciali. Tra i modelli previsti figurano Llama di Meta, GPT-OSS di OpenAI, Mistral Small e accessi controllati a modelli esterni come ChatGPT e Claude Sonnet di Anthropic. La presenza contemporanea di aziende americane ed europee racconta anche un altro capitolo della competizione tecnologica globale. Bruxelles parla da tempo di sovranità digitale europea, autonomia infrastrutturale e riduzione della dipendenza dai giganti statunitensi, ma quando arriva il momento di costruire strumenti realmente utilizzabili emerge una realtà meno ideologica: i modelli più avanzati continuano a provenire soprattutto dagli Stati Uniti.

Il Parlamento europeo si trova quindi nella stessa posizione di molte grandi organizzazioni: vuole indipendenza tecnologica, ma ha bisogno delle tecnologie migliori disponibili. È il classico dilemma europeo dell’ultimo decennio, quello di una potenza normativa capace di scrivere regole sofisticate ma ancora alla ricerca di una propria piattaforma globale. L’Europa regola l’intelligenza artificiale con grande precisione, ma spesso deve importare l’intelligenza artificiale stessa.

Secondo le informazioni disponibili, circa 2.100 persone all’interno del Parlamento europeo utilizzano strumenti di AI quotidianamente, una quota vicina al 20% del personale. Il dato dimostra che l’intelligenza artificiale non è più un esperimento riservato ai reparti innovazione, ma è diventata una tecnologia ordinaria negli ambienti amministrativi e politici. La vera questione non è più se utilizzare l’AI, ma come evitare che diventi un generatore industriale di testi mediocri, errori sofisticati e documenti apparentemente autorevoli ma privi di reale verifica.

Le preoccupazioni interne riguardano soprattutto il fenomeno definito informalmente “AI slop”, cioè la produzione massiva di contenuti generati automaticamente senza sufficiente controllo umano. Nel contesto parlamentare il rischio è più delicato rispetto al normale mondo aziendale. Un errore in una relazione interna può creare inefficienza; un errore in un emendamento legislativo può influenzare un processo democratico.

Alcuni responsabili di commissione parlamentari hanno segnalato un aumento nell’utilizzo dell’intelligenza artificiale per preparare testi legislativi, con segnali considerati sospetti come stili di scrittura uniformi, riferimenti normativi inesistenti e formulazioni apparentemente corrette ma prive di fondamento giuridico. Il problema delle cosiddette allucinazioni dei modelli linguistici, cioè la capacità dell’AI di produrre informazioni false con tono estremamente convincente, diventa particolarmente critico quando entra negli spazi dove si scrivono norme.

Brando Benifei, eurodeputato del gruppo Socialisti e Democratici e figura centrale nei lavori sull’AI Act europeo, ha sottolineato che i membri del Parlamento devono dare l’esempio proprio mentre entrano in vigore gli obblighi di trasparenza previsti dalla nuova normativa europea sull’intelligenza artificiale. La questione non riguarda soltanto l’efficienza operativa, ma la fiducia pubblica. Un cittadino potrebbe accettare che un assistente AI aiuti un parlamentare a organizzare informazioni; potrebbe essere meno disposto ad accettare che una legge venga modificata da un sistema automatico senza adeguata supervisione.

Attualmente gli eurodeputati non sono obbligati a dichiarare se un discorso, un’interrogazione parlamentare o un emendamento siano stati prodotti con il supporto dell’intelligenza artificiale. Alcuni parlamentari ritengono che questa libertà sia inevitabile considerando i carichi di lavoro sempre più elevati, mentre altri sostengono che la scrittura legislativa rappresenti una funzione politica fondamentale che non dovrebbe essere delegata senza trasparenza.

Barry Andrews, eurodeputato irlandese del gruppo Renew Europe e presidente della commissione sviluppo, ha evidenziato proprio questa tensione: comprendere l’utilità pratica dell’AI non significa ignorare il valore democratico del lavoro parlamentare. La tecnologia può aumentare la produttività, ma il rischio è trasformare il processo politico in una catena di montaggio documentale dove la velocità diventa più importante della qualità.

Le attuali linee guida interne per il personale del Parlamento europeo già prevedono alcune restrizioni. I dipendenti devono indicare quando un contenuto è stato prodotto con assistenza dell’AI attraverso una nota “AI-assisted” e non possono inserire informazioni sensibili nei sistemi pubblici di intelligenza artificiale generativa. Le regole, introdotte nel 2024, sono però considerate destinate a essere aggiornate perché la velocità di evoluzione dei modelli ha superato rapidamente la capacità delle istituzioni di adattarsi.

La nascita di EPGenAI Hub rappresenta quindi un esperimento interessante: non vietare l’intelligenza artificiale, ma creare un ambiente istituzionale dove possa essere utilizzata con maggiore controllo. È una scelta pragmatica, anche perché il divieto assoluto sarebbe probabilmente inefficace. La storia della tecnologia insegna che quando uno strumento utile viene proibito senza alternative, semplicemente migra negli spazi meno controllati.

Resta però aperto il problema della sovranità tecnologica. Il Parlamento europeo ha recentemente adottato iniziative per ridurre la dipendenza digitale da piattaforme straniere, sostituendo alcuni servizi con alternative europee come il motore di ricerca francese Qwant e limitando alcune funzioni AI integrate nei dispositivi utilizzati dagli eurodeputati per motivi di sicurezza. Tuttavia, la nuova piattaforma conferma una realtà difficile da ignorare: nel settore dell’intelligenza artificiale generativa, l’Europa è ancora principalmente un regolatore e un cliente, non il principale produttore.

Il caso EPGenAI Hub potrebbe diventare un modello per altre istituzioni pubbliche. Governi, amministrazioni e aziende stanno affrontando lo stesso passaggio: trasformare l’AI da strumento clandestino utilizzato informalmente a infrastruttura governata con regole chiare. La vera sfida non sarà impedire alle persone di usare l’intelligenza artificiale, perché ormai è troppo tardi, ma costruire una cultura dove l’automazione aumenti il giudizio umano invece di sostituirlo con una macchina capace di scrivere molto e capire poco. La Silicon Valley ha venduto per anni la promessa di macchine intelligenti; ora le istituzioni europee devono affrontare il problema meno glamour ma decisivo: come impedire che milioni di parole generate automaticamente producano una democrazia meno intelligente.