La Commissione europea ha chiuso il lungo capitolo dell’antitrust contro Google con una sanzione da 890 milioni di euro per violazioni del Digital Markets Act, una cifra che nella narrativa politica appare significativa ma nei bilanci della società californiana assomiglia più a una voce amministrativa che a una minaccia esistenziale. Google ha registrato nel 2025 ricavi per circa 403 miliardi di dollari; la multa europea equivale a circa lo 0,22% del fatturato annuale, mentre il DMA consentirebbe penalità fino al 10% dei ricavi globali. La distanza tra il potere teorico della regolazione europea e la sua applicazione concreta è tutta dentro questa percentuale.

La storia parte nel 2017, quando Bruxelles inflisse a Google la prima grande sanzione per abuso di posizione dominante connesso al servizio Google Shopping. Seguirono nel 2018 e nel 2019 altri interventi sul sistema operativo Android e sulla pubblicità online, portando il totale delle multe europee contro il gruppo Alphabet a circa 9,4 miliardi di euro. Una cifra enorme per qualsiasi azienda normale; per un gigante digitale con margini elevatissimi e una posizione centrale nell’economia dell’informazione, una sorta di tassa sul traffico, fastidiosa ma assorbibile.

Il problema che l’Europa tenta di affrontare non riguarda soltanto Google, ma un modello economico nel quale alcune piattaforme controllano contemporaneamente infrastruttura, dati, distribuzione e mercato. Il motore di ricerca decide quali informazioni emergono, il sistema pubblicitario monetizza quella visibilità, il sistema operativo mobile stabilisce le regole di accesso e il browser definisce una parte dell’esperienza digitale globale. È una concentrazione di potere che avrebbe fatto impallidire anche i vecchi monopoli industriali del Novecento, solo che oggi il monopolio non produce acciaio o petrolio, produce ranking, dati e attenzione umana.

Gli Stati Uniti hanno seguito una strada simile, ma con una differenza fondamentale: Washington ha storicamente tollerato concentrazioni di potere molto più ampie quando queste generavano innovazione e valore economico. Nel 2020 e nel 2024 i tribunali statunitensi hanno però stabilito che Google ha violato le norme antitrust americane, aprendo persino il dibattito su possibili misure strutturali, compresa una separazione di alcune attività. Il paradosso è evidente: il Paese che ha creato alcuni dei più grandi colossi tecnologici della storia ora deve decidere se quei colossi siano diventati troppo grandi anche per il sistema che li ha alimentati.

L’Unione europea ha scelto una strategia diversa con il Digital Markets Act, una regolazione ex ante pensata per impedire comportamenti anticoncorrenziali prima che producano danni irreversibili. È un cambio di paradigma: non più soltanto punire l’abuso dopo anni di procedimenti legali, ma imporre regole preventive ai cosiddetti gatekeeper digitali. Un approccio ambizioso, copiato o studiato da molte altre giurisdizioni, ma che si scontra con la realtà della diplomazia commerciale.

Nel 2025 e nel 2026 la Commissione europea ha analizzato la conformità di Google al DMA, evidenziando diverse aree problematiche legate al self-preferencing, cioè alla possibilità che Google favorisca i propri servizi rispetto a quelli dei concorrenti nei risultati e nelle proprie piattaforme. Nel frattempo molte aziende digitali europee hanno chiesto un’applicazione più aggressiva delle regole, sostenendo che il mercato unico rischia di diventare un grande spazio di consumo tecnologico americano senza sviluppare alternative competitive interne.

La decisione europea arriva però in un momento delicato. Le trattative commerciali transatlantiche hanno trasformato ogni intervento regolatorio contro una Big Tech statunitense in una potenziale crisi diplomatica. Il presidente americano ha reagito accusando Bruxelles di pratiche discriminatorie e minacciando ritorsioni tariffarie attraverso un’indagine commerciale secondo la Section 301. Al netto delle imprecisioni contenute nelle dichiarazioni politiche, il messaggio strategico è chiaro: la regolazione tecnologica è diventata una frontiera della competizione geopolitica.

Il rischio per l’Europa è duplice. Da una parte esiste la tentazione di utilizzare la regolazione digitale come strumento negoziale, riducendo l’efficacia delle proprie norme quando il soggetto coinvolto è un’azienda americana troppo importante. Dall’altra c’è il rischio opposto: trasformare la difesa della concorrenza in una guerra simbolica contro aziende che restano fondamentali per l’economia digitale europea.

La vicenda Google mostra un problema più ampio del semplice valore della multa. I grandi monopoli tecnologici imparano rapidamente dal comportamento dei regolatori: ogni eccezione concessa diventa una nuova regola implicita, ogni rinvio diventa una nuova normalità operativa. Una sanzione miliardaria che non modifica gli incentivi economici rischia di essere interpretata come un costo aziendale pianificabile, non come una correzione del mercato.

La Silicon Valley ha costruito parte del proprio successo sulla velocità, mentre le istituzioni democratiche ragionano con tempi giudiziari, politici e diplomatici. Il risultato è una continua rincorsa nella quale le piattaforme innovano più rapidamente delle autorità capaci di limitarne il potere. L’Europa ora deve scegliere se il Digital Markets Act rappresenta davvero una nuova stagione della sovranità digitale oppure soltanto un altro capitolo della lunga storia delle multe che fanno rumore per qualche giorno e poi finiscono nei bilanci trimestrali delle aziende più ricche del pianeta.