La rivalità tra Stati Uniti e Cina entra in una nuova fase, dove il campo di battaglia non è più soltanto rappresentato dai semiconduttori, dalle catene di approvvigionamento o dai brevetti industriali, ma dai modelli di intelligenza artificiale avanzata capaci di analizzare informazioni, generare codice, automatizzare decisioni e potenzialmente diventare strumenti strategici nelle mani di governi e apparati militari. Il caso Claude Mythos, il nuovo modello di Anthropic finito al centro delle preoccupazioni di Pechino, mostra come l’intelligenza artificiale stia rapidamente trasformandosi da tecnologia commerciale in infrastruttura geopolitica.
Il riferimento al “mito di Cthulhu”, evocazione letteraria dell’entità incontrollabile creata da H.P. Lovecraft, è diventato quasi una metafora perfetta della paura contemporanea intorno all’AI. Non è più soltanto il timore che una macchina possa superare l’uomo, scenario spesso alimentato dalla narrativa fantascientifica della Silicon Valley, ma la consapevolezza che chi controlla i modelli più avanzati potrebbe acquisire un vantaggio strategico paragonabile a quello garantito in passato dal controllo dell’energia nucleare o delle infrastrutture spaziali. La vera domanda non è se l’intelligenza artificiale diventerà una potenza autonoma, ma chi controllerà le leve economiche, tecnologiche e politiche che la alimentano.
Pechino ha scelto un momento particolarmente delicato per sollevare il problema. La visita di Xi Jinping negli Stati Uniti prevista per il 24 settembre apre una finestra diplomatica nella quale l’intelligenza artificiale sarà inevitabilmente uno dei temi centrali. Dopo anni di confronto sui chip avanzati, sulle restrizioni all’export di semiconduttori Nvidia e sulle apparecchiature per la produzione di processori, la competizione si sposta verso il livello superiore della catena del valore: i modelli fondamentali che rappresentano il nuovo strato cognitivo dell’economia digitale.
Secondo le autorità cinesi, sistemi come Claude Mythos potrebbero essere considerati non semplici prodotti software, ma strumenti con potenziale offensivo. Il punto di attrito riguarda soprattutto la disparità di trattamento percepita da Pechino: mentre alcune aziende americane consentono determinati utilizzi commerciali dei propri modelli fuori dagli Stati Uniti, Anthropic ha limitato l’accesso a società e organizzazioni collegate alla Cina. Per il governo cinese questa selettività rappresenta un possibile esempio di contenimento tecnologico mascherato da politica aziendale.
Wu Xinbo, direttore del Centro di Studi Americani dell’Università di Fudan, ha evidenziato una preoccupazione più ampia: i dati generati dagli utenti attraverso piattaforme occidentali di intelligenza artificiale potrebbero teoricamente essere accessibili alle autorità americane. La questione non è nuova e riprende una dinamica già osservata nel confronto sui servizi cloud, sui social network e sulle infrastrutture digitali. La sovranità dei dati è diventata una delle armi invisibili della competizione globale, perché chi controlla le informazioni controlla una parte crescente del potere economico e militare.
Anthropic si trova in una posizione singolare. Da un lato, il suo amministratore delegato Dario Amodei ha sostenuto una linea molto rigida nei confronti del trasferimento di tecnologie avanzate verso la Cina, chiedendo maggiori restrizioni sull’esportazione dei chip necessari per sviluppare modelli competitivi. Dall’altro lato, l’azienda ha accusato alcuni gruppi cinesi, incluso il settore legato ai modelli Qwen di Alibaba, di aver utilizzato risultati prodotti da Claude per migliorare i propri sistemi. Una dinamica che ricorda le storiche accuse di trasferimento tecnologico tra Washington e Pechino, ma applicata questa volta al patrimonio più delicato: l’intelligenza artificiale generativa.
La situazione dimostra anche un paradosso politico. Anthropic è sotto pressione contemporaneamente da entrambe le superpotenze. Pechino la considera un possibile strumento della strategia americana di contenimento tecnologico, mentre Washington chiede garanzie affinché i modelli più avanzati non finiscano in mani considerate strategicamente rischiose. Il Dipartimento del Commercio statunitense avrebbe imposto requisiti autorizzativi per la distribuzione internazionale di modelli avanzati come Mythos 5 e Fable 5, creando una situazione nella quale una società privata deve navigare tra esigenze commerciali globali e priorità di sicurezza nazionale.
Il futuro dell’intelligenza artificiale sarà quindi definito sempre meno dalla sola capacità tecnica dei modelli e sempre più dal contesto geopolitico nel quale vengono sviluppati e distribuiti. La Silicon Valley ha raccontato per anni l’AI come una rivoluzione universale capace di democratizzare la conoscenza, ma la realtà strategica è molto meno romantica: ogni tecnologia realmente trasformativa diventa inevitabilmente una questione di potere. Internet era nato come rete aperta, i semiconduttori come componenti industriali, il cloud come servizio globale; oggi tutti sono diventati strumenti della competizione tra nazioni.
La battaglia intorno a Claude Mythos anticipa probabilmente una nuova era nella quale i modelli di intelligenza artificiale saranno trattati come asset strategici nazionali. Non saranno più semplicemente venduti come software con un abbonamento mensile, ma gestiti attraverso licenze, controlli sull’export e accordi diplomatici. Il paradosso è evidente: mentre le aziende tecnologiche promettono un futuro senza confini grazie all’intelligenza artificiale, i governi stanno costruendo nuove frontiere digitali. Il vero “Cthulhu” della tecnologia forse non è una macchina fuori controllo, ma una competizione geopolitica nella quale ogni algoritmo diventa una pedina della guerra tra potenze.