Milleottocentosedici professionisti intervistati in 62 Paesi. Un’indagine condotta tra marzo e aprile 2026. Numeri che potrebbero sembrare l’ennesimo sondaggio internazionale sull’intelligenza artificiale, se non fosse che il nuovo Future of Professionals Report 2026 di Thomson Reuters racconta qualcosa di molto più interessante: il mercato non sta più discutendo se adottare l’AI, ma perché, nonostante gli investimenti, in molti casi non riesca ancora a produrre i risultati attesi.
È un cambio di prospettiva importante. Oggi la vera domanda è: cosa distingue le organizzazioni che stanno realmente trasformando il proprio modo di lavorare da quelle che si limitano ad aggiungere un chatbot al software aziendale?
La risposta del report è racchiusa in due parole: execution gap.
Il grande divario tra strategia AI e realtà operativa
Secondo Thomson Reuters, il 74% dei professionisti utilizza strumenti di intelligenza artificiale più volte alla settimana e il 44% lo fa addirittura ogni giorno. Numeri che confermano come l’AI sia ormai entrata nella quotidianità di studi legali, dipartimenti fiscali, uffici compliance e funzioni di risk management.
L’errore sarebbe però interpretare questi dati come il segnale di una trasformazione ormai completata.
Il rapporto sostiene esattamente il contrario.
Esiste infatti una distanza significativa tra le ambizioni dichiarate dalle organizzazioni e la loro capacità concreta di integrare l’intelligenza artificiale nei processi di lavoro.
In altre parole, quasi tutti parlano di AI, molti la stanno utilizzando, ma pochi sono riusciti davvero a trasformarla in un vantaggio competitivo.
È la differenza che passa tra acquistare una nuova tecnologia e cambiare realmente il modo in cui si lavora.
I clienti chiedono AI, ma non la vedono
Il dato probabilmente più significativo dell’intero rapporto riguarda le aspettative del mercato.
Il 78% dei clienti corporate considera ormai essenziali i miglioramenti di qualità resi possibili dall’intelligenza artificiale. Solo il 6%, però, ritiene di riceverli in modo continuativo dai propri fornitori di servizi professionali.
La distanza tra questi due numeri racconta meglio di qualsiasi analisi il momento che stanno vivendo i settori legale, fiscale e della compliance.
L’intelligenza artificiale non rappresenta più un elemento distintivo, sta rapidamente diventando un requisito atteso dal mercato. Chi non riesce a trasformarla in servizi concreti rischia di perdere competitività molto prima di quanto immagini.
Shadow AI: quando i professionisti aggirano gli strumenti aziendali
Il report dedica ampio spazio anche a un fenomeno sempre più diffuso: la cosiddetta Shadow AI.
Più di un professionista su tre dichiara infatti di utilizzare strumenti di intelligenza artificiale non autorizzati dall’organizzazione oppure non monitorati dalle policy interne.
La motivazione è sorprendentemente semplice.
Gli strumenti messi a disposizione dall’azienda vengono spesso percepiti come poco efficaci, troppo limitati oppure incapaci di rispondere alle esigenze operative quotidiane.
Il risultato è che molti professionisti preferiscono utilizzare piattaforme esterne, assumendosi rischi significativi sotto il profilo della sicurezza informatica, della protezione dei dati e della conformità normativa.
È un paradosso destinato a diventare ancora più rilevante dopo l’entrata in vigore delle nuove disposizioni europee dell’AI Act, che attribuiscono particolare importanza alla governance dei sistemi AI e alla formazione degli utilizzatori.
L’intelligenza artificiale diventa un problema di business
L’aspetto forse più interessante del rapporto è che l’AI smette di essere un tema esclusivamente tecnologico. Diventa una questione di competitività aziendale.
Quasi la metà dei professionisti impegnati nelle funzioni legali, fiscali, compliance, risk e commercio internazionale afferma di percepire già oggi un impatto economico dovuto a un’adozione insufficiente dell’intelligenza artificiale oppure ritiene che questo impatto emergerà entro i prossimi dodici mesi.
Anche il capitale umano entra nell’equazione. Un professionista su quattro dichiara di prendere in considerazione un cambiamento di lavoro se continuerà a operare in organizzazioni incapaci di mettere a disposizione strumenti AI adeguati.
Secondo Thomson Reuters, il costo medio di sostituzione di ciascuno di questi professionisti supera i 230.000 dollari.
Non si tratta quindi soltanto di innovazione tecnologica, ma di attrazione dei talenti, produttività e sostenibilità economica.
La tecnologia conta meno della strategia
Uno dei messaggi più interessanti del report riguarda il rapporto tra tecnologia e governance.
Le organizzazioni che dispongono di una strategia AI chiara registrano livelli di soddisfazione nettamente superiori rispetto a quelle che introducono strumenti senza un piano di adozione strutturato.
La differenza non dipende tanto dal modello linguistico utilizzato.
Dipende dalla capacità di scegliere strumenti coerenti con il proprio settore, integrarli nei processi aziendali, formare le persone e definire responsabilità, controlli e modalità di utilizzo.
È una conclusione che assume ancora maggiore rilevanza in Europa, dove l’AI Act spinge imprese e organizzazioni a costruire un approccio all’intelligenza artificiale fondato su governance, trasparenza e supervisione umana.
L’AI non è più il vantaggio competitivo. È il prerequisito.
Steve Hasker, Presidente e CEO di Thomson Reuters, descrive il momento attuale come una progressiva separazione tra due categorie di organizzazioni.
Da una parte quelle che stanno trasformando concretamente l’intelligenza artificiale in un vantaggio operativo.
Dall’altra quelle che continuano a discuterne senza riuscire a integrarla realmente nei processi di lavoro.
Il Future of Professionals Report 2026 suggerisce che il vero tema non è più la velocità con cui l’AI evolve, ma quella con cui le organizzazioni riescono ad adattarsi.
In ultima analisi, per studi legali, aziende e professionisti la domanda non è più se utilizzare l’intelligenza artificiale, ma se saranno in grado di governarla prima che il mercato inizi a considerare la sua assenza come un limite competitivo.