Google ha deciso che ad agosto, invece di andare in ferie come tutti, preferisce riscrivere l’organigramma della sua divisione di intelligenza artificiale. Il risultato è uno dei rimpasti più significativi nella storia recente di Big Tech, con tre nomi che meritano di essere scritti in grassetto: Demis Hassabis, Koray Kavukcuoglu e Jeff Dean.
Hassabis lascia la CEO di DeepMind (ma non va lontano)
Demis Hassabis, fino a ieri CEO di Google DeepMind, cede la gestione operativa quotidiana della divisione per assumere un ruolo che suona decisamente più filosofico che manageriale: Chief Scientist di Alphabet e Chair di Google DeepMind. Tradotto dal linguaggio corporate: Hassabis smette di occuparsi delle riunioni operative e si dedica alle domande grandi, quelle con la G maiuscola, tipo “arriveremo davvero all’AGI e cosa succede dopo”.
Non è un downgrade, sia chiaro. Pichai ha spiegato che il nuovo ruolo permette a Hassabis di dedicare piena attenzione a plasmare attivamente il futuro dell’AGI, mentre lo stesso Hassabis, cofondatore di DeepMind nel 2010 e premio Nobel per la Chimica nel 2024 grazie al lavoro su AlphaFold, ha scritto ai dipendenti parole che più solenni non si può: ritiene che l’AGI sia ormai vicina e che sia fondamentale, collettivamente, fare bene i prossimi passi per il bene dell’umanità. Insomma, il livello di ambizione resta quello di sempre, cambia solo la scrivania.
Hassabis manterrà comunque le mani in pasta su un progetto a cui tiene particolarmente: continuerà a guidare Isomorphic Labs, la società di scoperta di farmaci nata come spin-off di DeepMind, coerentemente con la sua idea, più volte ribadita, che la prima applicazione dell’intelligenza artificiale dovrebbe essere il miglioramento della salute umana.
Kavukcuoglu prende il timone operativo
Al suo posto, per la gestione quotidiana, arriva un volto tutt’altro che nuovo in casa DeepMind. Koray Kavukcuoglu, fino a oggi chief technology officer della divisione, diventa senior vice president di Google DeepMind, riportando direttamente a Sundar Pichai. Non proprio uno sconosciuto pescato dall’esterno: lui e Hassabis lavorano insieme da oltre tredici anni, fin dai primi tempi di DeepMind, e Pichai stesso ha ricordato che Kavukcuoglu ha costruito il team di deep learning di DeepMind contribuendo a innovazioni come WaveNet e DQN.
Il suo mandato, a leggere le sue stesse parole, è tutto tranne che rilassato: l’obiettivo primario è garantire il percorso più chiaro possibile per portare a termine l’ambizioso piano di sviluppo di Gemini, mentre si procede verso l’AGI, operando con assoluta intenzionalità e velocità. Tradotto ulteriormente: niente pause caffè, si va dritti verso Gemini 4, il prossimo grande modello della casa, di cui lo stesso Hassabis ha parlato citandolo esplicitamente tra i progressi in corso.
Jeff Dean saluta dopo 27 anni (e si porta dietro mezza squadra)
Se il caso Hassabis è un cambio di poltrona, quello di Jeff Dean è un vero e proprio addio. Dean, chief scientist di Google e veterano dell’azienda da ventisette anni, lascia per cofondare Discovery Loop, una nuova iniziativa descritta come una public benefit corporation dedicata all’automazione della ricerca in machine learning, scienza e ingegneria. E non parte da solo: con lui escono anche gli ex Googler Sanjay Ghemawat, Oriol Vinyals e Quoc Le, un mini esodo di cervelli che farebbe tremare i polsi a qualsiasi ufficio risorse umane.
Google, va detto, non taglia i ponti: Alphabet è tra gli investitori fondatori della nuova società e fornirà la capacità di calcolo cloud. Un divorzio elegante, insomma, di quelli in cui si resta comunque in buoni rapporti e ci si scambia gli auguri di Natale, solo che qui gli auguri passano attraverso contratti cloud multimilionari.
Per inquadrare la portata storica della figura di Dean basta ricordare da dove viene tutto: DeepMind e Google Brain, quest’ultimo cofondato proprio da Jeff Dean nel 2011, furono fuse nella nuova entità Google DeepMind dopo il lancio di ChatGPT da parte di OpenAI, con Hassabis nominato CEO e Dean chief scientist. Chiudere quel cerchio, con entrambi che ora lasciano i ruoli assunti in quella fusione, ha un che di simbolico che nemmeno un romanziere avrebbe osato scrivere così scoperto.
Perché conviene guardare oltre i titoli sui giornali
Dietro l’ondata di nomine e uscite di scena si nasconde una domanda tutt’altro che retorica: perché proprio ora?
La risposta, come spesso accade in questo settore, è nei numeri e nella pressione competitiva. Il riassetto arriva mentre Google affronta un settore dell’AI in rapidissima evoluzione, cercando di competere con OpenAI e Anthropic sui modelli più avanzati e investendo cifre enormi in infrastrutture per servire sia i clienti cloud sia i propri carichi di lavoro interni. Un dettaglio che pesa più di ogni comunicato stampa: nell’ultimo trimestre Google ha registrato per la prima volta nella sua storia un flusso di cassa negativo a causa delle spese in conto capitale, con una previsione di capex per l’intero anno fino a 205 miliardi di dollari.
Il mercato, va detto, non ha preso benissimo la notizia: le azioni di Alphabet sono scese di circa il 5% dopo l’annuncio. Un ricordo utile, per chi pensava che gli investitori guardassero solo ai risultati trimestrali e non anche a chi siede al tavolo delle decisioni tecniche.
Resta un fatto: cofondare un laboratorio, venderlo per 650 milioni di dollari nel 2014, vincere un Nobel e poi reinventarsi il ruolo dentro la stessa azienda a distanza di dodici anni non è esattamente il percorso di carriera medio. E mentre Hassabis si concentra sul “big picture” e Dean fonda la sua nuova creatura, a Mountain View c’è un’unica certezza condivisa da tutti i protagonisti di questa storia: la corsa verso l’AGI, qualunque forma prenda, non si ferma per nessuno. Nemmeno per riorganizzare l’organigramma.