Google ha deciso che Londra, per ora, può fare a meno del comando centrale dell’intelligenza artificiale. Secondo quanto riportato dal Financial Times, sulla base di una dozzina di fonti interne tra dipendenti attuali ed ex collaboratori, la sede operativa della strategia IA dell’azienda si sposta da Londra alla Silicon Valley, in un riassetto che non è solo geografico ma soprattutto politico. E il nome che ricorre più spesso in questa storia è quello di Sergey Brin, il co-fondatore che negli ultimi due anni ha smesso i panni del pensionato tecnologico per tornare, gradualmente ma inesorabilmente, al centro delle decisioni.
Chi è (o meglio, chi torna a essere) Sergey Brin
Per chi si fosse perso i capitoli precedenti, un breve riassunto delle puntate. Brin aveva lasciato la gestione operativa di Google nel 2015, ritirandosi su posizioni più defilate dopo aver fondato l’azienda insieme a Larry Page nel 1998. Poi, a settembre 2024, è tornato in scena, spinto dalla necessità di aiutare Google a recuperare terreno dopo il exploit di ChatGPT, che aveva colto il colosso di Mountain View parzialmente impreparato nonostante fosse stato tra i primi a sviluppare le tecnologie alla base dei moderni chatbot.
Da allora Brin ha iniziato a frequentare gli uffici della divisione DeepMind con una costanza sorprendente per uno che, sulla carta, non ricopre ruoli esecutivi in Alphabet. Ha parlato di intelligenza artificiale generale con la sicurezza di chi la vede già dietro l’angolo, arrivando a dichiarare durante la conferenza I/O 2025 che Gemini potrebbe diventare la prima AGI al mondo entro il 2030. Ha anche esortato i dipendenti a tornare in ufficio e ad aumentare la produttività per raggiungere l’AGI, una uscita che a molti è sembrata più adatta a un manifesto motivazionale che a una policy aziendale. Il punto è che Brin, pur senza una poltrona operativa, controlla ancora oltre metà delle azioni di classe B di Alphabet, il che gli garantisce un potere decisionale che nessun organigramma può davvero contenere.
Cosa cambia con il trasferimento a Mountain View
Il riassetto raccontato dal Financial Times porta con sé una novità di peso: Demis Hassabis, il fondatore di DeepMind e volto pubblico della ricerca AI di Google, lascia la gestione quotidiana del laboratorio (ne avevamo parlato nell’articolo di ieri). Al suo posto arriva Koray Kavukcuoglu, ex chief technology officer di DeepMind, che si era già trasferito da Londra alla sede centrale californiana nel corso del 2025 e che ora coordina lo sviluppo di Gemini lavorando fianco a fianco proprio con Brin. Non è un dettaglio da poco.
DeepMind, per oltre un decennio, è stata sinonimo di ricerca pura, quella con orizzonti lunghi e pubblicazioni scientifiche prima ancora che prodotti da vendere.
Ora l’urgenza commerciale sembra avere la meglio su quella cultura, in un’azienda che vanta comunque una capitalizzazione di mercato monstre da 4.400 miliardi di dollari ma che continua ad avvertire il fiato sul collo di OpenAI e Anthropic, soprattutto sul fronte degli strumenti di programmazione e dell’intelligenza artificiale per le imprese.
Perché Google ha fretta
Dietro la riorganizzazione ci sono pressioni molto concrete. Google deve dimostrare di saper competere sul terreno dell’AI applicata al business, un ambito in cui i rivali corrono veloce, mentre affronta contemporaneamente una fuga di talenti verso startup e concorrenti, e gestisce le preoccupazioni degli investitori legate ai costi altissimi che lo sviluppo dell’intelligenza artificiale continua a richiedere.
Secondo le fonti citate dal Financial Times, la transizione era pianificata da mesi: Hassabis aveva già passato la responsabilità operativa dello sviluppo di Gemini a Kavukcuoglu proprio mentre l’azienda accelerava sui suoi modelli di punta. In altre parole, il passaggio di consegne non è stato improvvisato all’ultimo minuto, ma preparato con la cura di chi sa che ogni mossa, in questo momento, viene osservata al microscopio da mercati e concorrenti.
Il significato più ampio della mossa
Spostare il comando da Londra alla Silicon Valley significa avvicinare fisicamente le decisioni al luogo dove Google concentra risorse, ingegneri e, non ultimo, il proprio co-fondatore più interventista.
È un segnale che la fase della ricerca accademica pura lascia spazio a una fase più industriale, dove contano velocità di esecuzione e capacità di trasformare i modelli Gemini in prodotti che generano ricavi reali.
Per Brin, che negli ultimi mesi si è ritagliato un ruolo sempre più visibile pur senza titolo ufficiale, questa riorganizzazione consolida un’influenza che di fatto esercitava già informalmente.
Resta da vedere se accentrare il potere in California basterà a colmare il divario con i concorrenti, oppure se la vera sfida di Google non sia tanto geografica quanto culturale, ovvero riuscire a coniugare la sua storica vocazione alla ricerca con i tempi serrati imposti dalla competizione globale sull’intelligenza artificiale.