Cinquecento miliardi di dollari. Non un fatturato, non una capitalizzazione, ma una promessa di credito. Nvidia, il colosso di Santa Clara che ha trasformato le schede grafiche in oro digitale, ha deciso che i suoi chip non devono più essere solo venduti. Devono essere finanziati, garantiti, cartolarizzati. In una parola: devono diventare un asset, come un centro commerciale o un tratto di autostrada a pedaggio.
Jensen Huang, il fondatore che veste sempre la stessa giacca di pelle nera come fosse un’uniforme da battaglia, ha annunciato l’alleanza con sei nomi che a Wall Street pesano più di certi Stati sovrani: Apollo Global Management, BlackRock, Blackstone, Brookfield, Goldman Sachs e Kkr. L’obiettivo dichiarato è mobilitare oltre 500 miliardi di dollari di capitali di terze parti, da destinare a hyperscaler, laboratori di intelligenza artificiale e aziende che vogliono costruire data center senza dover intaccare i propri bilanci per farlo.
Il meccanismo, spogliato della retorica, è piuttosto semplice.
Nvidia mette a disposizione l’hardware. I grandi fondi mettono a disposizione il capitale. I clienti finali, che siano colossi del cloud o start-up affamate di potenza di calcolo, ottengono l’accesso ai chip attraverso schemi di finanziamento pensati per somigliare, sempre di più, a un mutuo immobiliare. Con la differenza che l’immobile, in questo caso, è una Gpu che tra tre anni potrebbe essere già superata da un modello più recente.
Huang, va detto, non sembra preoccuparsene troppo. “Stiamo riunendo i principali fornitori di capitale a lungo termine a livello mondiale per garantire in modo indipendente l’infrastruttura di intelligenza artificiale”, ha dichiarato, con quella sicurezza tranquilla di chi ha già vinto la partita prima ancora che iniziasse. Ha aggiunto che è “davvero la prima volta che i chip tecnologici diventano una classe di investimento”, perché ora si tratta di “asset in grado di generare ricavi”, definendoli “produttivi, durevoli, fungibili e flessibili”. Quattro aggettivi che, messi in fila così, suonano quasi come uno slogan pubblicitario per un fondo pensione.
Dietro la formula, però, si nasconde un cambiamento che va oltre la semplice ingegneria finanziaria.
Se i chip di Nvidia diventano collaterale per ottenere prestiti, allora la loro capacità di mantenere valore nel tempo smette di essere un dettaglio tecnico e diventa una questione sistemica, perché istituti di credito, compagnie assicurative e fondi pensione che finanziano data center basandosi sulla presunta longevità di una Gpu stanno, in fondo, scommettendo che l’intelligenza artificiale continuerà a crescere abbastanza da rendere quella scommessa sensata. E qui gli scettici, che pure non mancano, si interrogano su cosa accadrà quando arriverà la prossima generazione di chip, capace di rendere obsoleto in pochi mesi ciò che oggi viene presentato come un investimento a lunga durata.
Dall’altra parte del tavolo, i manager di Wall Street non sembrano avere questi dubbi o, almeno, non li mostrano. David Solomon, numero uno di Goldman Sachs, ha parlato di un “momento cruciale di uno storico ciclo di investimenti nell’AI”. Larry Fink, alla guida di BlackRock, si è spinto oltre, definendo l’operazione l’inizio del “futuro dell’ingegneria finanziaria” e paragonandola alla nascita dei titoli garantiti da mutui negli anni Settanta, un accostamento che agli orecchi di chi ricorda il 2008 suona quantomeno curioso, per usare un eufemismo.
Il mercato, nel frattempo, ha reagito come reagisce sempre: applaudendo. Il titolo Nvidia è salito di circa il due per cento nelle prime contrattazioni, mentre gli indici generali restavano sostanzialmente fermi, sospesi tra il rialzo del petrolio e le tensioni in Medio Oriente. Un dettaglio che racconta, meglio di molte analisi, quanto l’intelligenza artificiale sia ormai diventata una categoria a sé, capace di muoversi controcorrente rispetto al resto dell’economia globale.
Resta da capire se questa nuova classe di asset regga alla prova del tempo, o se si tratti dell’ennesimo capitolo di una storia già vista, in cui l’innovazione tecnologica viene trasformata, con entusiasmo forse eccessivo, in prodotto finanziario.
Nvidia, va detto, ha tutto l’interesse a convincere il mondo che i suoi chip valgano quanto un grattacielo a Manhattan. Il tempo, come sempre, si incaricherà di dire se aveva ragione.