6,7 miliardi di dollari: presi da soli sarebbero il genere di numero che una startup dovrebbe appendere all’ingresso degli uffici. Per OpenAI, invece, sono diventati motivo di qualche preoccupazione tra gli investitori.
Secondo i dati comunicati dalla società ai propri azionisti e visionati dal Wall Street Journal, nel secondo trimestre del 2026 OpenAI ha generato circa 6,7 miliardi di dollari di ricavi, contro i 5,7 miliardi del trimestre precedente. La crescita è del 18%. Tutt’altro che trascurabile, naturalmente. Il problema è cosa succede qualche chilometro più in là, negli uffici di Anthropic.
Nello stesso periodo la società fondata da Dario Amodei ha più che raddoppiato il proprio fatturato, arrivando a circa 11,6 miliardi di dollari (vedi: Anthropic scopre i ricavi: 11,5 miliardi in tre mesi e l’IPO comincia a fare sul serio). Per la prima volta il confronto trimestrale restituisce quindi un’immagine che fino a poco tempo fa sarebbe sembrata piuttosto improbabile: Anthropic davanti a OpenAI per ricavi.
E forse è proprio questo il dato più interessante. Non tanto chi abbia vinto il trimestre, quanto che cosa stiano comprando davvero aziende e consumatori quando comprano intelligenza artificiale.
OpenAI ha un problema da 6,7 miliardi di dollari
OpenAI rimane una delle società tecnologiche private più capitalizzate della storia e a marzo ha chiuso un round da 122 miliardi di dollari a una valutazione post-money di 852 miliardi. Paradossalmente però proprio valutazioni di questa portata modificano il metro con cui vengono letti i risultati.
Quando il capitale scommette centinaia di miliardi di dollari sulla crescita futura, aumentare i ricavi del 18% in tre mesi può improvvisamente apparire poco spettacolare. Soprattutto se il principale concorrente sta crescendo a una velocità enormemente superiore.
OpenAI ha inoltre comunicato agli investitori che la crescita sarebbe tornata ad accelerare nel terzo trimestre, particolare importante perché suggerisce che il secondo trimestre potrebbe rappresentare più una fase di rallentamento temporaneo che un cambiamento strutturale della traiettoria aziendale. Ma il confronto con Anthropic rimane difficile da ignorare.
Anche perché insieme ai ricavi cresce un’altra cifra: quella delle perdite.
Secondo il Wall Street Journal, la perdita operativa trimestrale di OpenAI sarebbe aumentata da circa 9,3 a 12,3 miliardi di dollari. Significa che per produrre 6,7 miliardi di fatturato la società continua a sostenere una macchina industriale enormemente costosa.
Ed è qui che il confronto con Anthropic diventa ancora più interessante.
Anthropic ha scelto un’altra strada
Solo tre mesi fa i numeri sembravano già impressionanti. Anthropic aveva chiuso il primo trimestre con circa 4,8 miliardi di dollari di ricavi e prevedeva di raggiungere 10,9 miliardi nel secondo. I risultati preliminari hanno superato anche quella previsione, portando il fatturato oltre gli 11,5 miliardi.
Ma la differenza rispetto a OpenAI non riguarda soltanto la velocità della crescita. Riguarda, piuttosto, la struttura del business.
OpenAI ha costruito uno dei prodotti consumer più diffusi della storia recente di Internet. ChatGPT rappresenta contemporaneamente il suo più grande vantaggio competitivo e uno dei suoi problemi economici più complessi. Milioni di utenti gratuiti significano distribuzione, brand awareness e un gigantesco bacino dal quale convertire clienti paganti. Significano però anche miliardi di inferenze che qualcuno deve pagare.
Anthropic parte da una posizione quasi opposta.
Claude ha una presenza consumer decisamente inferiore, ma la società si è progressivamente concentrata sugli sviluppatori e sul mercato enterprise. Claude Code, in particolare, è diventato uno dei principali motori della sua espansione. Il risultato è un’azienda che dispone di una platea complessivamente più piccola, ma che sembra riuscire a trasformare una quota maggiore dell’utilizzo dei propri modelli in fatturato.
Una differenza che potrebbe diventare fondamentale nella seconda fase della corsa all’intelligenza artificiale.
Da utenti a ricavi
Per quasi tre anni la competizione tra i grandi laboratori di AI è stata raccontata attraverso benchmark, numero di utenti, dimensione dei modelli e capacità computazionale.
Il 2026 sta aggiungendo una metrica molto meno affascinante, ma probabilmente più importante: quanto denaro riesce a produrre ogni dollaro investito in capacità di calcolo.
Anthropic aveva previsto per il secondo trimestre il suo primo risultato operativo positivo. Nei documenti precedentemente visionati dal Wall Street Journal, la società stimava circa 559 milioni di dollari di utile operativo nel periodo. La società aveva inoltre indicato che il costo del computing sarebbe sceso dai 71 centesimi per ogni dollaro di fatturato del primo trimestre a circa 56 centesimi nel secondo.
I dati preliminari successivamente emersi indicano effettivamente un risultato operativo adjusted positivo nel trimestre. Trattandosi di dati interni di una società privata e di metriche non direttamente comparabili con quelle di una società quotata, è però opportuno evitare conclusioni troppo definitive sulla redditività strutturale di Anthropic.
La direzione, tuttavia, è evidente: OpenAI sta costruendo una piattaforma universale dell’intelligenza artificiale, mentre Anthropic, almeno per ora, sta costruendo una macchina apparentemente più concentrata sulla monetizzazione dell’AI professionale.
Il paradosso ChatGPT
Questo porta a un curioso paradosso. Possedere il prodotto AI più conosciuto al mondo potrebbe non significare automaticamente possedere il business AI economicamente più efficiente.
OpenAI ne è perfettamente consapevole. Tant’è che ad aprile la Chief Revenue Officer Denise Dresser spiegava che il segmento enterprise rappresentava ormai oltre il 40% dei ricavi dell’azienda e che sarebbe potuto arrivare alla parità con il consumer entro la fine del 2026. Nello stesso aggiornamento OpenAI indicava 3 milioni di utenti attivi settimanali per Codex e oltre 15 miliardi di token elaborati ogni minuto attraverso le proprie API.
Numeri che mostrano dove si stia spostando il baricentro.
La battaglia tra OpenAI e Anthropic, insomma, non riguarda più soltanto ChatGPT contro Claude. Riguarda Codex contro Claude Code, API contro API, agenti contro agenti e soprattutto la capacità di entrare nei processi produttivi delle imprese.
Perché un chatbot utilizzato gratuitamente per scrivere una mail genera engagement. Un agente AI inserito nel ciclo di sviluppo software di una multinazionale genera fatturato ricorrente. E la differenza non è esattamente secondaria.
C’è poi il conto del computing
Dietro questa competizione rimane la variabile che Rivista.AI sta seguendo ormai da mesi: il costo dell’infrastruttura.
OpenAI sta perseguendo una strategia estremamente aggressiva sul fronte della capacità computazionale. Nella comunicazione relativa al round di marzo, la società ha definito esplicitamente l’accesso durevole al compute come un vantaggio strategico destinato ad alimentare ricerca, prodotti, distribuzione e riduzione dei costi nel lungo periodo.
È una gigantesca scommessa sulle economie di scala. Spendere enormemente oggi per costruire l’infrastruttura che permetterà di servire centinaia di milioni, forse miliardi, di utenti domani.
Anthropic ha finora seguito una strategia più selettiva. Utilizza ampiamente infrastrutture e chip messi a disposizione dai partner Google e Amazon e ha assunto impegni infrastrutturali più conservativi rispetto alla rivale.
Le due aziende stanno quindi sperimentando quasi in tempo reale due differenti economie dell’intelligenza artificiale: OpenAI punta sulla scala; Anthropic sulla monetizzazione.
OpenAI parte dal consumer per conquistare l’impresa. Anthropic parte dall’impresa e dagli sviluppatori per aumentare il valore di ogni interazione con i propri modelli.
La corsa all’AI entra nella fase dei conti
Naturalmente un trimestre non consente di avere tutti gli elementi per stabilire chi vincerà una competizione destinata probabilmente a durare decenni.
Persino il confronto diretto tra i ricavi richiede cautela. Le due società contabilizzano in maniera differente alcune vendite realizzate attraverso i cloud provider: Anthropic include determinati ricavi generati attraverso i partner cloud che OpenAI non contabilizza nello stesso modo. Lo stesso Wall Street Journal ha sottolineato in precedenza come questa differenza renda imperfetto il confronto diretto.
Ma proprio per questo il secondo trimestre del 2026 potrebbe essere ricordato per qualcosa di più importante del sorpasso momentaneo di Anthropic. Segna semmai il momento nel quale la corsa all’intelligenza artificiale comincia a essere giudicata con criteri molto più tradizionali: ricavi, margini, costi, crescita ed efficienza del capitale.
Fino ad oggi è stato sufficiente dimostrare che un modello fosse più intelligente del precedente. Adesso bisogna dimostrare che qualcuno sia disposto a pagarlo abbastanza da sostenere le infrastrutture necessarie per farlo funzionare.
E sotto questo punto di vista i 6,7 miliardi di OpenAI raccontano una storia apparentemente contraddittoria: l’azienda cresce, il mercato dell’AI cresce e il business enterprise cresce. Solo che Anthropic, almeno per questo trimestre, è cresciuta molto più velocemente.
Nella Silicon Valley del 2026 persino crescere del 18% in tre mesi può essere considerato un rallentamento. Dipende semplicemente da chi corre nella corsia accanto.
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Disclaimer – dati e dichiarazioni riportati in questo articolo provengono da fonti citate dal Wall Street Journal in un’inchiesta pubblicata il 18 agosto 2026 e ripresa da CNBC, Bloomberg e altre testate finanziarie. Le cifre relative al secondo trimestre 2026 sono preliminari e potrebbero essere soggette a revisione.