Alibaba raccoglie 10,2 miliardi di dollari attraverso la più grande emissione primaria successiva alla quotazione mai realizzata a Hong Kong. Tutto il capitale sarà investito nell’intelligenza artificiale. Il titolo perde fino al 10%, ma l’offerta viene quasi tre volte sovrascritta. Non è una bocciatura dell’AI: è il mercato che comincia a chiedere quanto costerà finanziarne la corsa e, soprattutto, quando arriveranno i ritorni.

Il gruppo cinese ha annunciato il collocamento di 710 milioni di nuove azioni a Hong Kong al prezzo di 112,70 dollari di Hong Kong ciascuna, raccogliendo complessivamente 80 miliardi di dollari di Hong Kong, circa 10,2 miliardi di dollari.

Non serviranno per acquisizioni, ridurre il debito o sostenere il tradizionale business dell’e-commerce. Alibaba ha specificato che il 100% dei proventi netti sarà destinato alle proprie capacità di intelligenza artificiale full stack, compresa l’espansione dell’infrastruttura AI.

Il mercato ha risposto facendo perdere al titolo fino al 10% ed è proprio qui che la storia diventa interessante.

Perché Alibaba non sta semplicemente aumentando gli investimenti nell’intelligenza artificiale. Sta mostrando quanto la corsa globale all’AI cominci a diventare anche una questione di struttura finanziaria.

La più grande operazione mai vista a Hong Kong

Le dimensioni dell’operazione sono tutt’altro che ordinarie. Il collocamento rappresenta la più grande emissione primaria successiva alla quotazione mai realizzata da una società già quotata alla Borsa di Hong Kong e, secondo Reuters, la terza maggiore operazione di questo tipo realizzata nel mondo nel 2026, dopo quelle di Alphabet e Intel.

Alibaba emetterà 710 milioni di nuove azioni, equivalenti a circa il 3,6% del capitale dopo l’operazione. Il prezzo è stato fissato a 112,70 dollari di Hong Kong per azione, contro i 123 dollari della precedente chiusura del titolo. Uno sconto dell’8,4%.

Quando le contrattazioni sono riprese, il mercato ha sostanzialmente riallineato il prezzo a quello scelto per il collocamento: le azioni sono arrivate a 110,10 dollari di Hong Kong, perdendo fino al 10%.

La prima spiegazione è quindi quasi meccanica: se una società vende centinaia di milioni di nuove azioni a un prezzo inferiore a quello di Borsa, il mercato tende ad avvicinarsi al nuovo riferimento.

Ma fermarsi allo sconto significherebbe perdere la parte più importante della storia.

Alibaba ha già promesso 56 miliardi all’AI

Nel 2025 Alibaba aveva annunciato uno dei programmi di investimento più ambiziosi mai intrapresi da un gruppo tecnologico cinese: almeno 380 miliardi di yuan, oggi equivalenti a circa 56 miliardi di dollari, destinati nell’arco di tre anni all’infrastruttura cloud e all’intelligenza artificiale.

Una cifra superiore, secondo la stessa società, a quanto Alibaba aveva investito complessivamente in AI e cloud nei dieci anni precedenti.

Non è più quindi un programma sperimentale: Alibaba sta cercando di trasformarsi da gigante dell’e-commerce con una divisione cloud a uno dei principali operatori full stack dell’intelligenza artificiale cinese.

Questo significa modelli Qwen, servizi AI, data center, capacità cloud, acceleratori, semiconduttori proprietari. E significa soprattutto Capex, molto Capex. E i numeri più recenti cominciano a mostrarne gli effetti.

Quasi metà del piano è già stata spesa

Alibaba ha comunicato di avere già utilizzato quasi metà del proprio programma triennale di investimenti.

Ancora più significativo è ciò che è successo nell’ultimo trimestre. L’utile netto è diminuito del 75% rispetto all’anno precedente, mentre l’aumento degli investimenti legati all’intelligenza artificiale ha pesato in maniera significativa sulla redditività e sulla generazione di cassa.

Secondo Reuters Breakingviews, il Capex legato all’AI è aumentato del 75% su base annua arrivando intorno ai 10 miliardi di dollari nel trimestre.

È qui che il collocamento da 10,2 miliardi assume un significato diverso. Alibaba non sta raccogliendo capitale prima di cominciare a investire, sta raccogliendo capitale mentre è già nel mezzo di un ciclo di investimenti straordinariamente aggressivo.

E il mercato comincia inevitabilmente a chiedersi quanto ancora sarà necessario spendere.

Il Capex AI entra nella struttura del capitale

È questo il punto che collega Alibaba alla grande storia finanziaria dell’intelligenza artificiale del 2026. Finora abbiamo osservato soprattutto l’esplosione dei Capex delle Big Tech americane: Amazon, Alphabet, Microsoft e Meta stanno destinando centinaia di miliardi di dollari alla costruzione di data center, all’acquisto di GPU, alla rete elettrica e all’infrastruttura necessaria per addestrare e distribuire i modelli.

Ma dispongono anche di macchine straordinarie per generare cassa. Alibaba si trova in una posizione differente.

Il suo tradizionale motore economico, l’e-commerce cinese, opera in un mercato molto più maturo e competitivo. Allo stesso tempo l’azienda vuole costruire una posizione dominante nell’AI cinese mentre deve confrontarsi con restrizioni statunitensi sull’accesso ai semiconduttori più avanzati.

Il risultato è che una parte della corsa all’AI viene ora finanziata attraverso nuovo capitale. In altre parole, il Capex dell’intelligenza artificiale comincia a entrare direttamente nella struttura finanziaria delle aziende che lo sostengono.

Ed è un passaggio da osservare con attenzione.

Perché Alibaba non ha semplicemente fatto debito?

La scelta dell’equity racconta anche qualcosa sul livello di rischio che Alibaba vuole assumere. Finanziare 10 miliardi attraverso nuove azioni evita di aumentare l’indebitamento e quindi di aggiungere interessi e obblighi di rimborso a una fase già caratterizzata da investimenti molto elevati.

Il costo viene però trasferito agli azionisti attraverso la diluizione. Dopo l’operazione, chi possedeva una determinata percentuale di Alibaba ne possiederà una leggermente inferiore, a meno di partecipare all’aumento.

È uno dei motivi per cui il mercato ha reagito negativamente.

Ma esiste anche una lettura più strategica. Alibaba sta utilizzando il proprio capitale azionario per finanziare un’infrastruttura dalla quale si aspetta ritorni significativi soltanto negli anni successivi, evitando di appesantire eccessivamente il bilancio nel frattempo. Una scelta che dice molto sulla durata prevista della corsa all’AI.

Il paradosso del -10%

A questo punto si potrebbe concludere che gli investitori abbiano bocciato il piano. Non è andata esattamente così: il collocamento avrebbe raccolto richieste per circa 28 miliardi di dollari, quasi tre volte l’ammontare disponibile, attirando anche grandi investitori istituzionali e fondi sovrani.

Alibaba aveva inizialmente previsto un’operazione più piccola e l’ha ampliata proprio grazie alla domanda.

Quindi, nello stesso momento, sono accadute due cose apparentemente contraddittorie. Gli investitori hanno comprato massicciamente le nuove azioni Alibaba e il mercato ha venduto quelle già quotate.

In realtà non c’è alcuna contraddizione. Il capitale istituzionale continua a credere nella possibilità che Alibaba possa diventare uno dei grandi vincitori dell’AI cinese, soprattutto grazie alla combinazione tra Qwen, Alibaba Cloud e infrastruttura proprietaria.

Gli azionisti, però, stanno chiedendo un premio maggiore per finanziare questa trasformazione. Da questo punto di vista, il -10% non significa necessariamente “non crediamo nell’AI”, significa piuttosto: dimostrateci che questi investimenti produrranno un ritorno adeguato al capitale che stiamo mettendo sul tavolo.

Alibaba prova a dare una risposta: due anni e mezzo

Questo è probabilmente il dato più interessante dell’intera operazione.

Alibaba ha recentemente ridotto da tre anni a circa due anni e mezzo la propria previsione sul periodo necessario per ottenere ritorni dagli investimenti nell’intelligenza artificiale, grazie alla crescita della domanda di servizi AI.

Reuters stima che questo obiettivo implicherebbe un ritorno sul capitale investito nell’ordine della metà della fascia percentuale tra il 10% e il 20%. È una promessa importante, perché una delle domande fondamentali che il mercato sta ponendo all’intera industria tecnologica non riguarda più la capacità dell’intelligenza artificiale, riguarda la sua economia.

Quanto capitale bisogna investire per generare un dollaro di ricavi AI?

Quanto velocemente viene saturata la capacità dei nuovi data center?

Quali margini possono produrre i servizi basati sui modelli?

E quanto dura economicamente l’hardware prima che una nuova generazione di chip lo renda meno competitivo?

Alibaba ha deciso di mettere una scadenza alla risposta: circa trenta mesi.

Qwen e Alibaba Cloud devono adesso trasformarsi in rendimento

Il gruppo dispone certamente di elementi industriali sui quali costruire la propria scommessa. La famiglia Qwen è diventata uno degli ecosistemi open source più diffusi al mondo e Alibaba Cloud sta registrando una forte crescita della domanda legata all’intelligenza artificiale.

La società continua contemporaneamente ad ampliare la propria infrastruttura internazionale. La divisione cloud ha recentemente inaugurato il terzo data center in Corea del Sud, portando la propria presenza a 104 availability zone distribuite in 30 regioni.

Alibaba sta quindi cercando di costruire contemporaneamente modello, infrastruttura e distribuzione. È proprio questo il significato di quella definizione “full stack AI” utilizzata dall’azienda per spiegare dove finiranno i nuovi 10 miliardi.

Il problema è che possedere l’intero stack aumenta anche il capitale necessario per competere.

E mentre raccoglie 10 miliardi, Alibaba presenta Wan3.0

Quasi a voler ricordare agli investitori perché servano tutti questi soldi, nella stessa giornata Alibaba ha presentato Wan3.0, nuova generazione del proprio modello per la produzione di video attraverso l’intelligenza artificiale.

Il sistema amplia ulteriormente la competizione sui modelli multimodali e sulla generazione video, uno degli ambiti nei quali la quantità di capacità computazionale richiesta per training e inferenza continua ad aumentare.

È una coincidenza temporale significativa. Da una parte Alibaba mostra ciò che l’AI può produrre, dall’altra mostra quanto capitale serve per continuare a produrla.

Ed è probabilmente questa la fotografia più interessante della fase nella quale è entrata l’industria.

Dopo la corsa ai modelli arriva quella al capitale

La corsa all’AI sta diventando una competizione sulla capacità di finanziare il Capex necessario per sostenerla. Per le Big Tech americane significa destinare quote sempre maggiori del cash flow agli investimenti. Per altri operatori significa emettere debito.

Per Alibaba, almeno questa volta, significa chiedere 10,2 miliardi di dollari direttamente agli azionisti. Il mercato glieli ha dati e ne avrebbe messi sul tavolo molti di più anche se ha fatto scendere il titolo fino al 10%.

Non è necessariamente una contraddizione: è il prezzo che comincia ad avere una domanda destinata ad accompagnare tutto il prossimo capitolo dell’intelligenza artificiale. Non più soltanto chi riuscirà a costruirla, ma chi riuscirà a finanziare abbastanza a lungo la sua costruzione prima che arrivino i ritorni.