Mitsubishi Motors porterà robot umanoidi nelle proprie fabbriche e punta a produrne fino a mille al mese. Dietro la corsa giapponese alla Physical AI non c’è soltanto l’innovazione tecnologica, ma un problema molto meno futuristico: mancano lavoratori. Una storia che l’Italia farebbe bene a osservare con attenzione.

Il curriculum, almeno sulla carta, è interessante. Sa camminare, usare le mani, conversare, imparare osservando chi ha più esperienza e, particolare non trascurabile per qualsiasi responsabile delle risorse umane, non sembra intenzionato ad andare in pensione.

In Giappone potrebbe presto essere il profilo ideale per lavorare in fabbrica.

Mitsubishi Motors ha firmato un memorandum d’intesa con Highlanders, startup nata dall’Università di Tokyo, per sviluppare robot umanoidi destinati ai propri stabilimenti. Non qualche braccio meccanico chiuso dietro una barriera di sicurezza, come quelli che popolano da decenni le fabbriche automobilistiche, ma macchine progettate per lavorare negli stessi ambienti costruiti per gli esseri umani.

L’obiettivo dichiarato dalle due aziende è creare una nuova base industriale nella quale persone e robot possano lavorare insieme.

Mitsubishi cerca operai. Anche di silicio

L’accordo con Highlanders prevede una prima introduzione degli umanoidi negli stabilimenti Mitsubishi Motors, dove verranno raccolti dati operativi e sviluppato il know-how necessario per integrarli nei processi industriali. Parallelamente, Mitsubishi metterà a disposizione competenze maturate nella produzione di massa, nel controllo qualità, nella sicurezza, nella durabilità e nella meccatronica per studiare la produzione industriale degli stessi robot.

Tra gli impianti interessati figura quello di Kyoto, dove Mitsubishi produce motori e componenti automotive. L’ambizione riportata dalle informazioni diffuse sul progetto è arrivare a una capacità produttiva di mille umanoidi al mese, con l’avvio della produzione previsto dall’inizio del 2027.

Il protagonista tecnologico di Highlanders si chiama semplicemente N. Ha dimensioni e peso paragonabili a quelli di una persona, può camminare, svolgere attività manuali e interagire verbalmente.

Ma la caratteristica probabilmente più interessante dal punto di vista industriale è un’altra: questi sistemi vengono sviluppati con l’obiettivo di apprendere competenze operative e replicarle. Ed è qui che il robot smette di essere soltanto una macchina molto sofisticata e comincia a diventare una risposta a un problema demografico.

Il Giappone ha un piccolo problema: i giapponesi

Il censimento del 2025 ha fotografato un Giappone con 123,05 milioni di abitanti, 3,1 milioni in meno rispetto al 2020. La popolazione è diminuita nel 90,6% dei comuni del Paese.

I dati più recenti dello Statistics Bureau raccontano ancora meglio dove sta andando il Paese: a febbraio 2026 la popolazione tra 15 e 64 anni era di circa 73,4 milioni di persone, mentre gli over 65 erano quasi 36,2 milioni. Gli ultrasettantacinquenni avevano superato quota 21,4 milioni.

Non occorre un modello linguistico particolarmente sofisticato per capire il problema. Il Giappone ha costruito una delle economie industriali più avanzate del pianeta proprio mentre la popolazione che dovrebbe lavorare nelle sue fabbriche si restringe.

L’automazione, quindi, non è più soltanto un modo per produrre un’automobile più velocemente o a costi inferiori. Sta diventando uno strumento per mantenere in funzione il sistema produttivo.

È una differenza importante, perché per decenni abbiamo discusso di robot chiedendoci quanti posti di lavoro avrebbero eliminato.

Il Giappone comincia invece a chiedersi quanti posti di lavoro dovranno occupare perché non ci saranno abbastanza esseri umani disponibili per farlo.

E infatti Honda e Toyota hanno avuto la stessa idea

Mitsubishi non si muove in maniera isolata. L’industria giapponese sta accelerando sulla cosiddetta Physical AI, l’intelligenza artificiale che esce dallo schermo e acquista sensori, telecamere, braccia, mani e gambe: è il passaggio dall’AI che scrive una mail all’AI che prende una chiave inglese.

Honda sta lavorando su sistemi robotici capaci di manipolare utensili e su tecnologie di controllo assistite dall’intelligenza artificiale che interpretano le intenzioni dell’operatore.

Toyota utilizza invece Woven City, la città laboratorio costruita ai piedi del Monte Fuji, come ambiente nel quale sperimentare robotica, mobilità autonoma e sistemi intelligenti destinati alla vita quotidiana.

La direzione è piuttosto chiara: dopo avere automatizzato la macchina industriale, il Giappone sta cercando di automatizzare progressivamente anche alcune delle capacità dell’operaio che la utilizza.

Non necessariamente per sostituirlo. Sempre più spesso perché quell’operaio potrebbe semplicemente non esserci.

A questo punto conviene guardare verso l’Italia

La storia diventa particolarmente interessante se la osserviamo da Roma invece che da Tokyo. Perché se esiste un grande Paese industriale europeo che dovrebbe prestare attenzione a ciò che sta accadendo in Giappone, è proprio l’Italia.

Nel 2025 nel nostro Paese sono nati appena 355 mila bambini, il 3,9% in meno rispetto all’anno precedente. Il numero medio di figli per donna è sceso a 1,14, mentre il saldo naturale tra nascite e morti è stato negativo per circa 296 mila persone.

Nei primi cinque mesi del 2026 la tendenza non si è invertita: sono nati circa 137 mila bambini, lo 0,9% in meno rispetto allo stesso periodo del 2025.

Ma il dato probabilmente più interessante è un altro: al 1° gennaio 2026 gli italiani con almeno 65 anni erano 14,8 milioni, il 25,1% della popolazione. I ragazzi sotto i 15 anni appena l’11,6%. L’età media ha raggiunto 47,1 anni.

Secondo Istat, per incidenza degli over 65 l’Italia è il Paese più anziano dell’Unione europea. Insomma, se a livello geografico Tokyo è parecchio lontana a livello demografico un po’ meno.

Il robot non arriva perché costa meno. Arriva perché manca qualcuno

Questo cambia anche il modo in cui dovremmo discutere dell’impatto dell’intelligenza artificiale sul lavoro.

La narrazione dominante continua a essere costruita intorno alla sostituzione: l’AI farà il lavoro dell’impiegato, il robot quello dell’operaio, l’automazione eliminerà professioni.

In economie che invecchiano rapidamente potrebbe accadere anche il contrario: l’automazione potrebbe diventare necessaria per compensare la riduzione della popolazione attiva.

È particolarmente vero nella manifattura, nella logistica, nell’assistenza agli anziani, nell’agricoltura e in tutte quelle attività nelle quali il lavoro non può essere semplicemente trasferito dentro un chatbot.

E qui entra in gioco la Physical AI: un Large Language Model può spiegare come montare una portiera, mentre un robot dotato di visione artificiale, capacità di movimento e modelli AI può teoricamente imparare a farlo.

Ed è questo salto dal software alla macchina fisica che Nvidia, Tesla, Figure, Boston Dynamics e numerosi gruppi industriali stanno cercando di trasformare nel prossimo grande mercato dell’intelligenza artificiale.

Il Giappone aggiunge però un ingrediente decisivo: la necessità.

Il vero patrimonio potrebbe essere quello che sanno gli operai

C’è poi un secondo aspetto dell’accordo Mitsubishi-Highlanders che merita attenzione. Uno degli obiettivi è utilizzare i robot anche per trasferire competenze maturate dagli operai più esperti. È un tema enorme per economie industriali come quella giapponese e quella italiana.

Quando va in pensione un lavoratore con trent’anni di esperienza non scompare soltanto una persona dalla forza lavoro. Può scomparire una quantità di conoscenza operativa che spesso non è scritta in nessun manuale aziendale.

Come si riconosce una vibrazione anomala, quanto stringere realmente un componente, quale rumore indica che qualcosa non sta funzionando, quale movimento consente di eseguire un’operazione in sicurezza, tanto per fare degi esempi.

Una parte enorme del know-how industriale vive ancora nelle persone. Se robot dotati di AI riuscissero progressivamente a osservare, apprendere e codificare almeno una parte di queste competenze, la robotica potrebbe diventare anche uno strumento di conservazione della conoscenza industriale.

Per l’Italia, Paese di piccole e medie imprese manifatturiere nelle quali il sapere produttivo è spesso incorporato nelle persone molto più che nei database, sarebbe tutt’altro che un dettaglio.