L’intelligenza artificiale generativa sta modificando il modo in cui gli studi legali svolgono ricerca normativa, analisi giurisprudenziale e redazione degli atti. Parallelamente, però, i tribunali italiani stanno costruendo un orientamento sempre più chiaro su un principio destinato a diventare centrale dopo l’entrata in vigore dell’AI Act: l’avvocato resta pienamente responsabile di ciò che deposita in giudizio, anche quando il contenuto è stato prodotto da un sistema di intelligenza artificiale.
Tra il 2025 e il 2026 la giurisprudenza italiana ha iniziato infatti a delineare un quadro sempre più coerente sul tema delle cosiddette “allucinazioni” dell’AI, ossia la generazione di riferimenti giuridici apparentemente credibili ma privi di reale riscontro nelle fonti ufficiali.
Il caso destinato a fare giurisprudenza è quello deciso dal Tribunale di Siracusa, Sezione II, con la sentenza n. 338 del 20 febbraio 2026.
Il giudice ha accertato che un difensore aveva richiamato quattro precedenti attribuiti alla Corte di Cassazione che, pur corrispondendo a sentenze realmente esistenti, non contenevano le affermazioni riportate negli atti difensivi. Secondo il Tribunale, l’ipotesi più plausibile era che il professionista avesse utilizzato un sistema di intelligenza artificiale generativa senza procedere alla necessaria verifica delle fonti primarie.
La motivazione della sentenza è destinata a diventare un punto di riferimento per la materia. Il giudice, dopo aver interrogato il CED della Corte di Cassazione, incrociato le banche dati in uso alla magistratura, controllato una per una i precedenti citati, afferma infatti che «l’unica ipotesi residua, e al tempo stesso la più compatibile con la fenomenologia concreta del caso, è che il difensore si sia avvalso di uno strumento di intelligenza artificiale generativa senza sottoporre gli output ottenuti alla doverosa verifica sulle fonti primarie».
La conseguenza è stata una condanna per colpa grave ai sensi dell’articolo 96, comma 3, del Codice di procedura civile, con risarcimento del danno alla controparte e pagamento delle spese processuali.
Il precedente di Siracusa non rappresenta però un episodio isolato.
Nel corso del 2025 e del 2026 altri giudici italiani hanno affrontato casi analoghi, contribuendo a consolidare un orientamento uniforme. La Corte di Cassazione, con l’ordinanza n. 11431/2026, ha dichiarato inammissibile un ricorso fondato su citazioni riconducibili a una “probabile allucinazione informatica”. Il TAR Lombardia, con la sentenza n. 3348/2025, ha ritenuto opportuno trasmettere gli atti all’Ordine professionale competente, mentre i Tribunali di Firenze, Torino e Latina hanno ribadito che l’utilizzo non controllato di strumenti di AI generativa non esonera il professionista dai doveri di diligenza, lealtà e correttezza previsti dall’ordinamento e dal Codice deontologico forense.
Il principio che emerge appare ormai consolidato. L’intelligenza artificiale può supportare il lavoro dell’avvocato, ma non può sostituire il controllo umano. La verifica delle fonti resta un’attività imprescindibile e non delegabile.
Uno scenario che trova conferma anche a livello internazionale.
Negli Stati Uniti il caso Mata vs. Avianca è diventato emblematico dopo che un avvocato aveva depositato precedenti completamente inesistenti generati da ChatGPT. Episodi analoghi sono stati registrati nel Regno Unito e in Spagna, confermando che il problema non riguarda singoli professionisti, ma rappresenta una criticità strutturale nell’utilizzo di modelli linguistici generalisti in contesti ad alta responsabilità.
L’origine del fenomeno risiede nell’architettura stessa dei Large Language Model general purpose. Questi sistemi sono progettati per prevedere la sequenza di parole statisticamente più probabile e non per certificare la veridicità giuridica delle informazioni prodotte. Quando operano su grandi archivi aperti o su dati non controllati possono quindi generare riferimenti apparentemente autorevoli ma inesatti, incompleti o del tutto inesistenti.
L’entrata in vigore dell’AI Act europeo rafforza ulteriormente questa impostazione. Il nuovo quadro normativo pone al centro la trasparenza, la supervisione umana e la gestione del rischio, elementi che nel settore legale assumono un valore ancora più rilevante perché si intrecciano con gli obblighi deontologici e con la responsabilità personale dell’avvocato.
Per questo motivo il mercato sta progressivamente orientandosi verso piattaforme sviluppate specificamente per il contesto giuridico, costruite su fonti selezionate, verificabili e costantemente aggiornate. L’obiettivo non è eliminare il controllo del professionista, ma metterlo nelle condizioni di esercitarlo in modo efficace attraverso strumenti che consentano di risalire immediatamente alla fonte normativa o giurisprudenziale utilizzata.
Ed è proprio in questo scenario che si inseriscono realtà come TextGenius, la piattaforma di AI legal pensata per il mercato italiano. Il sistema lavora su un patrimonio di contenuti editoriali verificati che comprende normativa vigente, giurisprudenza, contratti collettivi, circolari ufficiali e altre fonti qualificate. Ogni riferimento può essere consultato direttamente, permettendo al professionista di verificare la ratio decidendi, il contesto della decisione e l’eventuale evoluzione dell’orientamento giurisprudenziale.
In un mercato in cui la qualità delle fonti sta diventando un requisito di compliance prima ancora che un vantaggio competitivo, l’affidabilità dei dati rappresenta uno degli elementi più importanti nella scelta di una piattaforma di AI legale. La differenza non è soltanto tecnologica, ma riguarda la capacità dello studio di dimostrare ai clienti, ai magistrati e agli organi disciplinari di aver adottato strumenti progettati per ridurre il rischio di errori e mantenere il controllo umano sulle attività professionali.
Come osserva Raimondo Zizza, CEO di TextGenius, «le sentenze degli ultimi mesi ci dicono che il problema non è l’intelligenza artificiale, ma il modo in cui viene utilizzata. Nel settore legale la fiducia si costruisce sulla verificabilità delle fonti. L’AI deve aiutare il professionista a controllare meglio le informazioni, non a sostituire il suo giudizio. È questa la direzione verso cui si sta muovendo il mercato e che l’AI Act contribuisce a rafforzare».