Negli Stati Uniti la costruzione delle infrastrutture necessarie all’intelligenza artificiale è diventata un tema delle elezioni di metà mandato. Il 71% degli americani non vuole un data center AI nella propria area e la protesta attraversa Democratici e Repubblicani. Trump difende gli investimenti, ma governatori e candidati cominciano a cambiare posizione. Dopo chip, energia e capitali, la corsa all’AI incontra un nuovo possibile collo di bottiglia: il consenso.

Una pubblicità elettorale trasmessa in Texas comincia con una domanda rivolta a un chatbot: “Perché la mia bolletta elettrica sta aumentando?”.

In Ohio un altro spot definisce i data center “a total scam”. In Michigan, Wisconsin e Pennsylvania candidati democratici stanno utilizzando l’espansione delle grandi infrastrutture digitali come argomento contro gli avversari repubblicani.

Benvenuti nelle Midterm americane del 2026 dove, accanto a immigrazione, inflazione, tasse e sicurezza, è comparso un argomento che fino a poco tempo fa sarebbe sembrato decisamente poco adatto a mobilitare gli elettori: i data center.

Le enormi infrastrutture necessarie per alimentare la corsa all’intelligenza artificiale stanno diventando un problema politico. Donald Trump dal canto suo, ha deciso da che parte stare: “Le comunità che non li vogliono stanno commettendo un errore” ha detto, difendendo i benefici economici portati dagli investimenti. Data center significa, nella lettura della Casa Bianca, posti di lavoro, investimenti e soprattutto capacità degli Stati Uniti di mantenere il vantaggio tecnologico sulla Cina.

Il problema è che una parte crescente degli americani vede qualcosa di diverso: consumo di elettricità, acqua, rumore, territorio, centrali elettriche, agevolazioni fiscali alle Big Tech e, non ultimo, le bollette.

Il cloud, improvvisamente, è diventato molto fisico.

Il 71% degli americani dice “not in my backyard”

Il dato che spiega perché la questione sia entrata così rapidamente nella campagna elettorale arriva da Gallup. Nel sondaggio condotto a marzo, il 71% degli americani si è dichiarato contrario alla costruzione di data center destinati all’intelligenza artificiale nella propria area. Quasi la metà, il 48%, è fortemente contraria. Appena un quarto degli intervistati sarebbe favorevole.

Il confronto più sorprendente è con un’altra infrastruttura tradizionalmente difficile da far accettare alle comunità locali: una centrale nucleare. Alla stessa domanda, il 53% degli americani si dice contrario alla costruzione di un impianto nucleare nella propria zona.

Il data center AI riesce quindi in qualcosa di abbastanza notevole: genera localmente più opposizione del nucleare.

Dietro il dato non c’è soltanto una generica diffidenza nei confronti della tecnologia. Gallup rileva preoccupazioni legate all’impatto ambientale, alla disponibilità e al costo dell’energia e alla qualità della vita.

Il problema dell’intelligenza artificiale sta cambiando scala. Quando ChatGPT viveva dentro un browser, discutere dell’AI significava interrogarsi su copyright, lavoro, privacy o allucinazioni.

Quando invece per far funzionare milioni di account ChatGPT bisogna costruire infrastrutture da miliardi di dollari vicino a una città, la conversazione cambia.

Trump vede la competizione con la Cina

La posizione di Trump è coerente con la strategia seguita dalla sua amministrazione sull’intelligenza artificiale. Per Washington la capacità computazionale è ormai un asset strategico.

Gli Stati Uniti devono disporre di chip, data center ed energia sufficienti per sviluppare e utilizzare modelli più potenti di quelli cinesi e il presidente continua quindi a difendere l’espansione delle infrastrutture AI e sostiene che le comunità che le rifiutano rischino di perdere investimenti e posti di lavoro.

È una lettura nazionale del problema, ma le elezioni si vincono localmente. Ed è qui che le due prospettive cominciano a scontrarsi.

Da Washington un hyperscale data center rappresenta infrastruttura strategica. Per chi vive accanto al terreno sul quale dovrebbe sorgere può significare invece nuove linee elettriche, consumo d’acqua, generatori, rumore e il timore che una parte dei costi per adeguare la rete finisca sulla propria bolletta.

Entrambe le letture possono essere contemporaneamente vere ed è proprio questo che rende politicamente complicata la questione.

Josh Shapiro è il simbolo del cambio di clima

Per capire quanto rapidamente stia cambiando il quadro basta guardare alla Pennsylvania. Nel giugno 2025 il governatore democratico Josh Shapiro aveva accolto con entusiasmo l’annuncio di Amazon di investire almeno 20 miliardi di dollari nello Stato per costruire nuovi campus di data center.

Poco più di un anno dopo, lo stesso governatore ha firmato uno degli interventi più restrittivi adottati finora negli Stati Uniti: dal 18 agosto i nuovi progetti devono rispettare i requisiti GRID, acronimo di Generating Responsible Infrastructure Development.

Le società devono assumere impegni giuridicamente vincolanti sull’impatto energetico e ambientale, sulla trasparenza, sull’occupazione e sui rapporti con le comunità locali.

Devono inoltre ottenere le necessarie autorizzazioni locali prima che lo Stato possa concedere i propri permessi.

Shapiro ha eliminato i data center AI dal programma Fast Track e vietato alle agenzie statali di accettare accordi di riservatezza utilizzati per mantenere segreti alcuni dettagli dei progetti.

Non è diventato improvvisamente contrario all’intelligenza artificiale: ha ascoltato gli elettori e lo ha detto esplicitamente.

Democratici contro. Ma anche Repubblicani contro

Sarebbe troppo semplice leggere la protesta come l’ennesima divisione americana tra Democratici ambientalisti e Repubblicani favorevoli allo sviluppo industriale. Ma non sta succedendo questo: l’opposizione attraversa entrambi gli schieramenti.

In Texas, uno degli Stati simbolo dell’espansione energetica e tecnologica americana, il governatore repubblicano Greg Abbott ha criticato apertamente l’industria dei data center sostenendo che le aziende abbiano contribuito a creare la reazione negativa non costruendo un rapporto sufficiente con le comunità. E proprio il Texas è uno dei luoghi nei quali la questione è entrata direttamente nella comunicazione elettorale. Lo stesso sta accadendo in Ohio, Nevada, Wisconsin, Michigan e Pennsylvania.

La geografia politica dell’AI sta quindi diventando piuttosto particolare: Washington vuole più infrastruttura, Silicon Valley vuole più infrastruttura, Wall Street finanzia più infrastruttura.

Ma le comunità nelle quali quell’infrastruttura deve essere costruita cominciano a chiedere perché debba essere costruita proprio lì.

Il Capex incontra il consenso

È proprio questo il passaggio che rende la vicenda particolarmente importante anche dal punto di vista economico. La corsa all’intelligenza artificiale viene normalmente raccontata attraverso numeri giganteschi.

Amazon, Microsoft, Alphabet, Meta e gli altri grandi operatori stanno impegnando centinaia di miliardi di dollari in data center, GPU, networking ed energia.

La domanda che abbiamo posto finora su Rivista.AI è soprattutto finanziaria: quanto Capex può sostenere l’industria prima che gli investitori comincino a pretendere ritorni proporzionati?

Le Midterm americane aggiungono una seconda domanda: quanto Capex può essere effettivamente trasformato in infrastruttura?

Avere 100 miliardi di dollari da investire non significa automaticamente poter costruire 100 miliardi di dollari di data center. Servono terreni, connessioni alla rete, energia, acqua, autorizzazioni e, soprattutto, serve qualcuno disposto ad averli vicino casa.

Il consenso locale rischia quindi di diventare un altro collo di bottiglia della capacità computazionale americana.

La bolletta elettrica potrebbe diventare il vero problema politico dell’AI

Tra tutte le contestazioni, quella energetica è probabilmente la più pericolosa elettoralmente, perché collega un tema apparentemente astratto come l’intelligenza artificiale a qualcosa che arriva ogni mese nella cassetta della posta o sullo smartphone dell’elettore amerciano: la bolletta.

L’espansione dei data center sta costringendo le utility americane a pianificare nuove centrali, linee di trasmissione e infrastrutture di rete.

Il problema politico diventa quindi stabilire chi debba pagarle.

Se una parte significativa degli investimenti necessari per servire enormi carichi AI viene trasferita sulle tariffe generali, il cittadino può percepire di stare contribuendo indirettamente alla costruzione dell’infrastruttura di alcune delle aziende più ricche del pianeta.

Ed è una narrativa elettorale estremamente potente.

Non sorprende quindi che persino la Casa Bianca abbia spinto le grandi aziende tecnologiche ad assumere impegni affinché i costi aggiuntivi generati dai loro data center non ricadano sulle famiglie.

Il problema dell’AI non è più quindi soltanto quanta energia riusciremo a produrre, è chi pagherà per produrla e trasportarla.

Per le Big Tech è iniziata anche una battaglia di consenso

Le aziende tecnologiche sembrano aver compreso il cambiamento. Microsoft, Meta, Amazon, OpenAI e altri operatori stanno aumentando gli investimenti nelle comunità locali, promettendo interventi sull’acqua, sull’energia, sulla formazione e sulle infrastrutture.

Microsoft ha modificato anche il proprio approccio agli accordi di riservatezza con le amministrazioni locali. OpenAI ha accompagnato alcuni nuovi progetti con programmi di investimento destinati direttamente ai territori. Meta sta enfatizzando sempre più spesso contributi fiscali, compensazioni idriche e benefici economici delle proprie infrastrutture.

Perché un progetto da dieci miliardi può avere finanziamenti, GPU, energia prenotata e autorizzazioni preliminari, ma se diventa il tema sul quale un sindaco, un governatore o un candidato al Congresso rischia di perdere le elezioni, la sua realizzazione diventa improvvisamente molto meno semplice.

Dalla corsa alle GPU alla politica del territorio

La storia dei data center americani racconta così un’altra fase della trasformazione dell’intelligenza artificiale. Siamo passati dai modelli ai chip, poi dai data center all’energia. Adesso arriva quella al consenso e, probabilmente, sarà una delle più complicate.

Perché una GPU può essere ordinata, una centrale elettrica può essere finanziata, così come una linea di trasmissione può essere progettata, ma un elettore deve essere convinto.

Trump, dal canto suo, continua a guardare la questione dall’alto: gli Stati Uniti devono costruire l’infrastruttura necessaria per vincere la competizione globale sull’intelligenza artificiale.

Gli elettori la stanno invece guardando dal basso: quanto consumerà il data center, cosa succederà alla mia bolletta, quanta acqua utilizzerà e cosa ne ricaverà realmente la mia comunità?

Le Midterm del 2026 stanno facendo incontrare queste due prospettive e potrebbero trasformare una delle grandi questioni tecnologiche del nostro tempo in una questione molto più tradizionale della politica americana.

Non se gli Stati Uniti abbiano bisogno di più intelligenza artificiale, ma chi dovrà vivere accanto alle infrastrutture necessarie per farla funzionare e, soprattutto, chi dovrà pagarne il conto.