Fatto con l’AI

Oggi un articolo molto poco tecnico, ma visti i cambiamenti in corso è interessante fare un punto della situazione.
Visto che le piattaforme hanno iniziato a mettere il bollino “fatto con l’AI” sui contenuti, è importante dire che quel bollino racconta solo metà della storia.
Dice come è stato costruito un testo o un’immagine, non chi ne è responsabile.
E la responsabilità, come vedremo, resta sempre di una persona: chi possiede il sito, la testata che pubblica, il giornalista che ha firmato.
L’intelligenza artificiale è lo strumento, non l’autore che risponde di quello che esce.

Il rischio più concreto non è nemmeno l’AI in sé. È che le etichette diventino una scorciatoia per il cervello: c’è chi penserà che “fatto con AI” significa scadente, e chi penserà che significa affidabile.
In entrambi i casi si smette di fare la cosa che conta davvero, cioè guardare il contenuto per quello che vale. Vediamo perché.

Tutti corrono a etichettare, ma le etichette non spostano la responsabilità

Negli ultimi mesi la corsa all’etichettatura è diventata evidente.
Substack, per esempio, ha stretto un accordo con Pangram: uno strumento che prova a stimare quanta parte di un testo è stata scritta da un modello, affiancato da uno spazio dove chi pubblica può dichiarare da sé come ha usato l’AI.

Nello stesso periodo è entrato in vigore l’articolo 50 dell’AI Act europeo, il 2 agosto, che obbliga a “firmare” digitalmente i contenuti prodotti con l’AI generativa.
Si sono adeguate Spotify, Suno e Anthropic, mentre Google, Meta, Microsoft e OpenAI hanno promesso di seguire il codice di condotta europeo.

Il segnale è chiaro, e lo racconta bene una delle newsletter di Rivista.AI su Substack pubblicata ad agosto. L’intelligenza artificiale non è più solo un argomento di cui discutere: è dentro i contenuti che leggiamo, ascoltiamo e guardiamo ogni giorno.
Compreso questo articolo di oggi. Ho usato Claude per aiutarmi ad organizzare il contenuto e correggere gli errori.

Qui però va sciolto un equivoco.
L’etichetta “generato con AI” non significa automaticamente che il contenuto sia uscito da solo per magia da una macchina, senza nessuno a controllarla.
Quasi sempre è vero il contrario: dietro un articolo, un’immagine o una trascrizione c’è una persona che ha scelto cosa chiedere, quali fonti usare, cosa correggere e cosa buttare.

É importante ricordare che l’AI non decide da sola, non firma niente e non risponde di niente. A rispondere è sempre chi pubblica. Mai dire “un’intelligenza artificiale”, come se fosse un soggetto a parte a cui dare la colpa.

Un esempio concreto arriva dalle newsletter italiane.
La giornalista Barbara D’Amico, nella policy pubblica della sua testata Digital Journalism, scrive nero su bianco che l’AI può aiutare in alcune fasi del lavoro, ma non sostituisce chi firma, e che eventuali errori o “allucinazioni” degli strumenti restano una sua responsabilità.

L’etichetta racconta al lettore come è stato costruito un contenuto, ma non sposta la responsabilità da chi lo pubblica a chi lo ha materialmente prodotto.

Il paradosso della distinzione

Più le etichette si diffondono, più il pubblico si divide in due gruppi opposti.

Da una parte c’è chi, appena vede il bollino “fatto con AI”, pensa subito che il contenuto sia scadente, superficiale, roba buttata lì quasi a caso.
Dall’altra c’è chi crede l’esatto contrario: se lo ha fatto l’AI sarà più preciso, più oggettivo, più affidabile di un testo scritto da una persona, come se la macchina non sbagliasse mai.

Sono due reazioni automatiche, e sbagliano entrambe allo stesso modo: saltano il passaggio più importante, cioè guardare il contenuto per quello che è, a prescindere da chi o cosa lo ha prodotto.
Valutare una fonte è esattamente quello che la scuola dovrebbe averci insegnato: leggere, verificare, confrontare, chiedersi se quello che si legge è sostenuto dai dati, distinguere un’opinione da un fatto.
Dopotutto a questo servivano le analisi dei testi alle superiori, no?

Educare all’analisi critica alla fine significa proprio insegnare a guardare ciò che leggiamo con gli occhi del detective, non con quelli dello spettatore: cercando il contesto, smascherando i filtri e rafforzando la propria autonomia di pensiero.
Magari da adulti ce lo dimentichiamo di tanto in tanto.

L’etichetta AI, usata in questo modo, rischia di diventare una scorciatoia comoda che sostituisce questo lavoro invece di aiutarlo.

La tecnologia da sola non basta

Senza contare che le stesse piattaforme che introducono le etichette ne ammettono i limiti.
Substack ha detto chiaramente che questi strumenti di rilevamento, compreso quello di Pangram, non sono precisi al cento per cento.

E, tanto per non farci mancare niente, online circolano già programmi pensati per cancellare le tracce dei watermark dai contenuti generati.
Questo dimostra che la trasparenza tecnica serve ed è benvenuta, ma non può reggere da sola tutto il castello.

Responsabilità e strumenti sono 2 cose diverse

L’etichetta dice come è stato fatto un contenuto, non chi ne risponde: la responsabilità resta di chi pubblica, non dell’intelligenza artificiale, che è e rimane uno strumento.

Prendere il bollino come un giudizio di qualità già pronto, in un senso o nell’altro, significa spegnere proprio quel giudizio critico che dovremmo aver imparato a usare.

E siccome nemmeno gli strumenti di rilevamento sono infallibili, l’unico argine solido resta la somma di due comportamenti: chi pubblica si prende la responsabilità di quello che pubblica e la dichiara con onestà, mentre chi legge continua a usare la testa invece di affidarsi al colore di un’etichetta.

Dobbiamo riconoscere che l’intelligenza artificiale ormai fa parte degli strumenti di chi scrive, programma, disegna, monta video.
La sfida della fase che si è aperta non è vietarla, ma tenere sempre distinte due cose: chi usa lo strumento e chi, alla fine del lavoro, ci mette la firma.