La Corea del sud mette l’intelligenza artificiale al servizio di 51 milioni di cittadini

La Corea del Sud sta facendo qualcosa che fino a pochi anni fa sarebbe sembrato appartenere alla fantascienza amministrativa, mentre oggi appare quasi come una conseguenza naturale della corsa globale all’intelligenza artificiale: offrire accesso gratuito e senza limiti ai servizi di AI generativa a tutta la popolazione. Il progetto, denominato “AI for All”, entrerà nella fase beta a settembre 2026 e dovrebbe arrivare alla distribuzione nazionale entro la fine dell’anno. Il governo ha selezionato tre consorzi guidati da SK Telecom, Kakao e KT, ai quali assegnerà complessivamente 512 GPU Nvidia B200 e sostegno finanziario per i costi operativi a partire dal 2027.

La parte più interessante è che Seoul sta tentando di costruire un livello di AI pubblico integrato nella vita quotidiana, attraverso applicazioni, servizi di telecomunicazione, messaggistica, portali e sistemi amministrativi già utilizzati dai cittadini. L’obiettivo dichiarato comprende attività molto concrete: aiutare a prenotare servizi sanitari, orientarsi nella fiscalità, cercare un’abitazione, ottenere informazioni sui programmi pubblici, assistere le piccole imprese nella gestione tributaria e fornire ai genitori contenuti educativi. Il progetto coreano assomiglia quindi meno a una promozione commerciale e più a una nuova infrastruttura digitale nazionale.

La differenza rispetto alla maggior parte delle strategie occidentali è strategicamente decisiva. L’Europa ha scelto di investire soprattutto nell’infrastruttura necessaria a sviluppare capacità autonome, con InvestAI che punta a mobilitare 200 miliardi di euro e 20 miliardi destinati alle AI Gigafactories. L’India, attraverso l’IndiaAI Mission, ha invece finanziato compute, startup, dataset e modelli nazionali, con un programma iniziale da circa 1,25 miliardi di dollari e una capacità prevista di almeno 10.000 GPU. Seoul sta facendo qualcosa di diverso: invece di limitarsi a costruire la fabbrica, vuole mettere il prodotto direttamente nelle mani di tutti i cittadini.

La ragione non è filantropica. È industriale. La Corea del Sud vuole ridurre la dipendenza da modelli americani e cinesi e contemporaneamente creare domanda domestica per i propri modelli di fondazione. Le regole del programma sono infatti molto esplicite: almeno il 50% dell’utilizzo dovrà passare attraverso modelli coreani certificati, mentre oltre il 30% dovrà essere attribuito a modelli sviluppati da altre aziende sudcoreane. In pratica, almeno l’80% dell’ecosistema sovvenzionato dovrà rimanere all’interno dell’industria nazionale. Non è soltanto una politica di AI adoption; è una politica industriale mascherata da servizio pubblico.

Questa architettura è particolarmente significativa perché la Corea possiede già una caratteristica che molti Paesi cercano disperatamente di costruire: una popolazione estremamente connessa, infrastrutture digitali avanzate, grandi operatori telecom, piattaforme consumer pervasive e una delle più forti industrie mondiali dei semiconduttori. Kakao può portare l’AI dentro una piattaforma che milioni di persone utilizzano quotidianamente, SK Telecom può trasformarla in un servizio accessibile anche attraverso telefono e messaggi, mentre KT può distribuirla attraverso portali, media e altri canali digitali. Il progetto non parte quindi da un laboratorio e cerca gli utenti; parte dagli utenti e cerca di trasformare il loro comportamento digitale in una piattaforma nazionale di AI.

Il dettaglio delle 512 Nvidia B200 è apparentemente tecnico, ma racconta bene la natura dell’operazione. La GPU è diventata il nuovo equivalente digitale dell’acciaio, dell’energia e delle infrastrutture industriali del secolo scorso. Chi possiede capacità computazionale controlla una parte crescente della capacità produttiva dell’economia digitale. Seoul sta quindi utilizzando risorse pubbliche per assicurarsi che l’accesso ai modelli non dipenda esclusivamente dalla disponibilità di capitale privato o dai prezzi stabiliti dalle piattaforme americane. È una forma di sovranità tecnologica molto più concreta di molte dichiarazioni politiche sulla “AI sovereignty”.

Il paradosso è che il progetto viene presentato come AI gratuita, ma naturalmente nulla è gratuito. Il costo viene semplicemente spostato dal cittadino al bilancio pubblico e, indirettamente, all’economia nazionale. La Corea ha però una posizione particolare per poter sostenere questo esperimento. La domanda globale di semiconduttori legati all’AI sta alimentando profitti straordinari per Samsung Electronics e SK Hynix e contribuendo a un’espansione fiscale senza precedenti. Il bilancio sudcoreano per il 2027 prevede 821 trilioni di won, circa 597 miliardi di dollari, con forti investimenti proprio in AI e semiconduttori.

Il vero esperimento, quindi, non riguarda il costo di ChatGPT per un cittadino coreano. Riguarda cosa accade quando un Paese decide che l’accesso all’intelligenza artificiale deve diventare una componente ordinaria dell’infrastruttura pubblica, come la connettività o i servizi digitali dello Stato. Se l’esperimento funzionerà, l’AI potrebbe diventare una sorta di “layer cognitivo” nazionale: non un’applicazione che l’utente apre occasionalmente, ma un’interfaccia attraverso cui interagisce con amministrazione, imprese, sanità, istruzione e mercato.

Questo modello produce anche un effetto economico molto potente. Un cittadino che non paga un abbonamento premium può comunque diventare un utente intensivo. Una piccola impresa che non potrebbe permettersi consulenza fiscale o strumenti avanzati può utilizzare un agente AI. Un anziano che non sa utilizzare applicazioni complesse può interagire attraverso telefono e messaggi. Il governo coreano sta dunque tentando di trasformare l’AI da tecnologia accessibile soprattutto ai knowledge worker e ai consumatori digitalmente avanzati in una tecnologia di massa. È un passaggio importante perché la produttività dell’AI dipenderà meno dal numero di modelli disponibili e molto di più dal numero di persone che riescono realmente a utilizzarli.

Resta tuttavia il problema più delicato: quando lo Stato paga l’infrastruttura cognitiva, deve inevitabilmente preoccuparsi di quali modelli la alimentano, quali dati utilizzano, quali risposte producono e quali interessi industriali favoriscono. La scelta coreana di imporre una quota minima di modelli domestici rende evidente il compromesso. L’AI pubblica diventa contemporaneamente servizio al cittadino, strumento di politica industriale e meccanismo di sovranità tecnologica. Silicon Valley avrebbe probabilmente chiamato tutto questo “user empowerment”. Un ministero, più sobriamente, lo chiama politica industriale.

La Corea sta inoltre anticipando una possibile evoluzione del rapporto fra Stato e AI. Finora i governi hanno cercato di regolamentare i modelli costruiti dalle grandi aziende tecnologiche; Seoul sta provando invece a diventare uno dei principali acquirenti, finanziatori e distributori dell’intelligenza artificiale. È un cambio di ruolo considerevole. Lo Stato non è più soltanto il regolatore dell’economia digitale, ma può diventare il cliente infrastrutturale che determina quali tecnologie raggiungono milioni di persone.

La scelta di distribuire l’accesso attraverso tre consorzi, anziché creare un unico modello statale, è probabilmente altrettanto importante. Seoul mantiene una certa competizione fra operatori, ma costruisce contemporaneamente una domanda garantita e una base di utenti gigantesca per l’industria nazionale. È una formula molto asiatica: mercato dove serve innovazione, Stato dove serve scala. L’Occidente tende spesso a scegliere uno dei due estremi e poi a stupirsi quando l’altro diventa necessario.

La conseguenza geopolitica potrebbe essere ancora più interessante. Stati Uniti e Cina hanno costruito la propria influenza attraverso modelli, cloud, semiconduttori e piattaforme; la Corea del Sud sta tentando di costruire una terza posizione, sfruttando semiconduttori, telecomunicazioni, piattaforme consumer e modelli locali. Non pretende necessariamente di battere OpenAI, Google o Anthropic sul loro terreno. Sta cercando qualcosa di più pragmatico: fare in modo che il cittadino coreano possa vivere quotidianamente dentro un ecosistema AI coreano anche quando i migliori modelli del mondo vengono sviluppati altrove.

Se funzionerà, “AI for All” potrebbe diventare un precedente internazionale. Non perché dimostrerà che l’intelligenza artificiale deve essere gratuita, ma perché mostrerà quanto può essere potente uno Stato che tratta il compute come infrastruttura strategica, il modello come asset industriale e l’accesso all’AI come servizio di interesse nazionale. La partita, a quel punto, non sarà più soltanto tra ChatGPT, Gemini, Claude o i modelli cinesi. Sarà tra Paesi capaci di costruire un proprio ecosistema cognitivo e Paesi costretti a importarlo. La Corea del Sud, almeno per una volta, non sta aspettando che il futuro venga venduto da qualcun altro.