Un mese. Tanto è passato dal 2 agosto 2026, la data che ha segnato un nuovo passaggio nell’applicazione dell’AI Act e che, per chi utilizza sistemi di intelligenza artificiale in ambito professionale, ha reso molto meno teorica una domanda fino a quel momento rimasta sullo sfondo.
Per gli studi legali, in particolare, la domanda non riguarda più soltanto se utilizzare l’intelligenza artificiale, ma quale intelligenza artificiale sia possibile utilizzare, con quali garanzie e assumendosi quali responsabilità. A trenta giorni da quella scadenza, il punto non è quindi stabilire se l’AI Act abbia frenato o accelerato l’adozione dell’intelligenza artificiale nella professione forense. Il cambiamento più interessante è un altro.
La scelta di una piattaforma AI sta progressivamente smettendo di essere una semplice decisione tecnologica per diventare una questione di governance, gestione del rischio e responsabilità professionale.
Per gli studi legali italiani questo passaggio produce un effetto immediato. La discussione non riguarda più l’opportunità di utilizzare strumenti di intelligenza artificiale, ma la capacità di dimostrare che tali strumenti siano compatibili con gli obblighi normativi, deontologici e di riservatezza che caratterizzano la professione.
Il Regolamento (UE) 2024/1689, modificato dal Regolamento (UE) 2026/1744 del cosiddetto Digital Omnibus, adotta un approccio basato sul rischio e distingue sistemi vietati, sistemi ad alto rischio, sistemi a rischio limitato e sistemi a rischio minimale. Dal 2 agosto sono pienamente applicabili gli obblighi di trasparenza previsti dall’articolo 50, comprese le disposizioni relative all’informazione dell’utente quando interagisce con sistemi di intelligenza artificiale e alla marcatura dei contenuti sintetici. Parallelamente, sono già operative le sanzioni previste per i modelli di intelligenza artificiale di uso generale.

Gli obblighi più gravosi relativi ai sistemi ad alto rischio dell’Allegato III sono stati rinviati al 2 dicembre 2027, mentre quelli riguardanti i sistemi integrati in prodotti regolamentati entreranno in vigore nel 2028. Questo rinvio, tuttavia, non equivale a una sospensione delle responsabilità. Significa piuttosto che il biennio 2026-2027 rappresenta la finestra nella quale professionisti e organizzazioni devono costruire processi, competenze e criteri di selezione adeguati.
Per gli avvocati la questione assume una rilevanza particolare. Un sistema di intelligenza artificiale non è semplicemente un software di produttività. Può influenzare attività di ricerca normativa, analisi giurisprudenziale, predisposizione di atti, valutazioni di compliance e interpretazioni che incidono direttamente sui diritti delle persone e sulle strategie dei clienti.
In questo scenario il rischio non è soltanto tecnologico: è anche reputazionale, deontologico e professionale.
Il Codice deontologico forense si fonda su principi che restano integralmente in capo all’avvocato. Il dovere di competenza, il dovere di verità e l’obbligo di tutela del segreto professionale non possono essere delegati a un algoritmo. Le indicazioni emergenti degli Ordini territoriali e le linee guida europee della professione vanno nella stessa direzione: l’intelligenza artificiale può essere uno strumento di supporto, ma la responsabilità rimane personale e non trasferibile.
Questo significa che un eventuale errore generato da un sistema AI, una citazione giurisprudenziale inesistente o una risposta fondata su fonti non verificabili non diventano automaticamente responsabilità del software. Restano responsabilità del professionista che ha deciso di utilizzarlo senza un adeguato controllo.
La diffusione dei grandi modelli generalisti ha certamente accelerato l’adozione dell’AI negli studi legali, ma ha anche introdotto un problema che fino a pochi anni fa appariva secondario: la dimostrabilità dell’affidabilità. In un contesto regolamentato non è sufficiente ottenere una risposta plausibile. Occorre poter verificare da dove provenga l’informazione, quali fonti siano state utilizzate, se i contenuti siano aggiornati e in che modo venga mantenuta la supervisione umana.
È qui che il principio di AI literacy introdotto dall’AI Act acquista una portata strategica. Organizzazioni e professionisti che utilizzano sistemi di intelligenza artificiale devono assicurare un livello adeguato di competenza delle persone coinvolte. Per uno studio legale questo significa formazione continua, procedure interne, consapevolezza dei limiti degli strumenti adottati e capacità di esercitare un controllo effettivo sui risultati prodotti.
L’AI literacy, in altre parole, non riguarda soltanto la conoscenza tecnica. Diventa un elemento di accountability.
In questo contesto stanno emergendo con maggiore forza le piattaforme sviluppate specificamente per il settore legale, costruite attorno a logiche di supervisione umana, tracciabilità e fonti verificabili. Soluzioni progettate fin dall’origine per il contesto giuridico possono infatti rappresentare una scelta più coerente con l’approccio risk based dell’AI Act e con gli obblighi deontologici della professione, soprattutto quando l’utilizzo rientra in casi d’uso normalmente riconducibili a categorie di rischio limitato o minimale.
Tra le realtà italiane che stanno seguendo questa direzione c’è TextGenius, sviluppata da TechVisory per il mercato giuridico nazionale. L’elemento distintivo non risiede semplicemente nell’utilizzo di modelli di intelligenza artificiale, ma nell’architettura delle fonti. Il sistema opera, infatti, su contenuti editoriali selezionati, verificati e costantemente aggiornati che comprendono normativa vigente, giurisprudenza, contrattazione collettiva e documentazione ufficiale.
In un momento storico in cui la qualità dei dati è destinata a diventare tanto importante quanto la potenza dei modelli, la presenza di fonti tracciabili rappresenta un fattore decisivo. Non elimina la necessità del controllo umano, che resta imprescindibile, ma contribuisce a ridurre il rischio di allucinazioni, riferimenti inesatti o citazioni prive di riscontro.
Per molti studi la compliance tecnologica potrebbe presto trasformarsi anche in un requisito competitivo. Le aziende, soprattutto quelle di grandi dimensioni o operanti in settori regolamentati, iniziano infatti a chiedere ai propri consulenti esterni garanzie sui processi utilizzati, sulle modalità di gestione dei dati e sugli strumenti adottati.
Dimostrare di utilizzare sistemi AI compliance-ready, caratterizzati da supervisione umana, trasparenza e tracciabilità delle fonti, potrebbe diventare nei prossimi mesi un elemento differenziante nella capacità di ottenere e mantenere incarichi di rilievo.
L’AI Act non sta imponendo agli studi legali di adottare l’intelligenza artificiale. Sta però imponendo una riflessione molto più profonda sulla qualità, sulla governance e sulla responsabilità delle tecnologie utilizzate. Per il settore legale europeo il vero discrimine non sarà chi utilizzerà l’AI e chi la rifiuterà, ma chi sarà in grado di dimostrare di aver scelto strumenti adeguati al proprio livello di rischio e compatibili con gli obblighi della professione.
Come osserva Raimondo Zizza, CEO di TextGenius, «nei prossimi anni non parleremo più semplicemente di studi che utilizzano l’intelligenza artificiale e studi che non la utilizzano. La differenza sarà tra chi saprà dimostrare trasparenza, controllo delle fonti e supervisione umana e chi invece si affiderà a sistemi opachi. Nel settore legale la fiducia è il vero asset strategico e l’AI dovrà rafforzarla, non sostituirla».