Per Elon Musk l’intelligenza artificiale non ha bisogno di altre regole, ma di elettricità. Al G20 Innovation Ministerial in North Carolina, il Ceo di Tesla e SpaceX ha criticato il modello regolatorio europeo, previsto un deficit energetico di almeno 15 GW già nel 2027 e rilanciato la sua visione di un’economia popolata da almeno un miliardo di robot umanoidi entro dieci anni. Tre argomenti che, nel suo ragionamento, sono in realtà parti della stessa storia.
Elon Musk ha una ricetta piuttosto semplice per i governi che vogliono partecipare alla corsa all’intelligenza artificiale: regolamentare meno e produrre molta più energia.
Intervenendo in collegamento video al G20 Innovation Ministerial del 1° settembre in North Carolina, il Ceo di Tesla e SpaceX ha messo insieme regolamentazione, infrastrutture energetiche e robotica in una visione dell’economia dei prossimi dieci anni decisamente muskiana nelle dimensioni, ma meno eccentrica di quanto possa sembrare quando si arriva al problema dell’elettricità.
Il primo bersaglio è stato l’Europa.
Secondo Musk, le nuove tecnologie dovrebbero essere considerate “legali per default”, salvo intervenire successivamente quando emergano problemi concreti. L’Unione europea rappresenterebbe invece il modello opposto: un ambiente nel quale, secondo la sua interpretazione, l’elevata densità normativa tende a considerare ciò che è nuovo come potenzialmente vietato finché non viene regolato.
Il risultato, sostiene Musk, non è fermare l’innovazione, ma rallentarla.
La posizione si inserisce perfettamente nella linea che l’amministrazione Trump sta cercando di portare al G20 attraverso i cosiddetti “Carolina Principles”, un approccio che punta a evitare nuove regolamentazioni generali dell’intelligenza artificiale e a intervenire soprattutto nei casi in cui la tecnologia introduca problemi effettivamente nuovi.
Non è una posizione condivisa in modo uniforme neppure dall’industria. Demis Hassabis di Google DeepMind, per esempio, continua a sostenere la necessità di test di sicurezza per i sistemi più avanzati, mentre Jensen Huang di Nvidia ha chiesto al G20 di evitare regole costruite intorno a danni soltanto teorici.
Musk va però oltre la questione regolatoria. Perché nella sua visione il prossimo grande limite alla crescita dell’intelligenza artificiale potrebbe non essere rappresentato dalle norme e nemmeno dalla disponibilità di GPU, ma una presa elettrica abbastanza grande da alimentarle.
Il deficit da 15 GW
Musk ha indicato il 2027 come possibile punto di rottura. Citando quelle che ha definito stime di consenso degli analisti che seguono il settore, ha parlato di un deficit di almeno 15 gigawatt di potenza elettrica necessaria ad alimentare i chip AI già il prossimo anno.
Il ragionamento parte dalla diversa velocità con cui stanno crescendo le due componenti. Secondo Musk, la produzione di chip destinati all’intelligenza artificiale aumenta nell’ordine del 40-50% all’anno, mentre la disponibilità di nuova energia elettrica al di fuori della Cina crescerebbe soltanto del 10-20%.
Se una curva continua a crescere molto più rapidamente dell’altra, prima o poi le due si incontrano e per Musk quel momento è praticamente arrivato.
“Ci sono difficoltà relative all’approvvigionamento energetico già prima del prossimo anno”, ha spiegato, sostenendo che proprio questa situazione avrebbe spinto Google, Anthropic e altre società ad affittare capacità computazionale da SpaceX.
La parte più interessante però arriva subito dopo. SpaceX, ha detto Musk, sarebbe riuscita ad attivare questa capacità perché ha costruito proprie centrali elettriche.
È un’affermazione che merita attenzione soprattutto per ciò che suggerisce sul futuro dell’infrastruttura AI. Il vantaggio competitivo non sarebbe quindi più soltanto possedere GPU o costruire data center, ma riuscire a garantirsi direttamente l’energia necessaria per farli funzionare.
Dopo Big Tech, Big Energy
È una tesi che incrocia un fenomeno ormai evidente nel mercato americano. Google, Amazon, Microsoft e Meta stanno stringendo accordi di lungo periodo sull’energia, investendo nel nucleare, valutando generazione dedicata e cercando soluzioni behind-the-meter per sottrarsi almeno in parte ai tempi sempre più lunghi delle connessioni alla rete.
Musk porta questa logica alla sua conclusione più radicale: se l’energia diventa il collo di bottiglia, le aziende tecnologiche dovranno prodursela. E per i Paesi che dispongono di capacità energetica, questo potrebbe diventare un vantaggio competitivo.
Il messaggio rivolto al G20 è infatti esplicito: chi vuole attirare i data center AI dovrebbe costruire rapidamente nuova capacità elettrica e metterla a disposizione delle aziende tecnologiche, ottenendo in cambio investimenti, tasse e sviluppo infrastrutturale.
Una specie di nuova politica industriale dell’intelligenza artificiale nella quale il fattore di localizzazione decisivo non è più soltanto il costo del lavoro, la fiscalità o la disponibilità di capitale: è il megawatt.
Poi arrivano i robot
È a questo punto che il ragionamento di Musk assume contorni decisamente maggiori. Il Ceo di Tesla ritiene che l’intelligenza artificiale applicata alle attività digitali possa aumentare l’economia mondiale del 20-30%, aggiungendo secondo i suoi calcoli qualcosa nell’ordine dei 20-30 mila miliardi di dollari l’anno.
Ma sarebbe soltanto l’inizio. Quando l’AI uscirà dagli schermi ed entrerà nei robot (parliamo quindi di Physical AI) la crescita potrebbe diventare molto più grande. Musk prevede che entro dieci anni saranno operativi almeno un miliardo di robot umanoidi e sostiene che ciascuno potrebbe raggiungere una produttività cinque volte superiore a quella di un essere umano.
Da qui la sua conclusione: quel miliardo di robot potrebbe produrre complessivamente più dell’intera popolazione umana.
È naturalmente una previsione, e particolarmente aggressiva. Lo stato attuale della robotica suggerisce una maggiore prudenza. Anche in Cina, dove investimenti pubblici e privati stanno accelerando enormemente lo sviluppo degli umanoidi, problemi come destrezza, autonomia, capacità di adattarsi a situazioni non previste e costi continuano a separare le dimostrazioni spettacolari dall’impiego industriale su larga scala.
Ma la previsione di Musk diventa più interessante se letta non come una semplice stima sul numero di robot, bensì come parte della sua equazione economica: l’AI sempre più capace produce software, il software controlla robot, i robot producono beni e, prima o poi, altri robot. La produttività aumenta esponenzialmente. A condizione, naturalmente, di riuscire ad alimentarli.
Il paradosso di Musk
Ed è proprio qui che il suo intervento al G20 diventa interessante. Musk immagina un’economia nella quale l’intelligenza artificiale può aggiungere decine di migliaia di miliardi al PIL mondiale e un miliardo di robot può produrre più dell’intera umanità.
Ma contemporaneamente ammette che già nel 2027 potrebbero mancare 15 GW soltanto per alimentare i chip AI. La distanza tra queste due immagini racconta forse meglio di qualsiasi previsione il problema che l’industria tecnologica deve affrontare.
Il software può crescere quasi istantaneamente, le GPU possono aumentare del 40 o 50% all’anno ma una centrale elettrica, una linea ad alta tensione o una sottostazione no.
Musk chiede quindi meno regolamentazione perché vuole accelerare l’innovazione. Ma più l’innovazione accelera, più aumenta la pressione sull’infrastruttura fisica necessaria a sostenerla.
È il paradosso della nuova economia dell’intelligenza artificiale.
Il prossimo limite dell’AI potrebbe non essere quanto velocemente riusciamo a costruire modelli più intelligenti ma quanto velocemente riusciamo a costruire il mondo fisico necessario per farli funzionare.