Articolo aggiornato il 12 settembre 2026 con i nuovi sviluppi sulle moratorie negli Stati Uniti e sulla campagna per le Midterm.
Donald Trump li chiama la “Golden Goose” dell’economia americana e avverte che chi li rifiuta rischia di diventare “backwards and poor”. Ma dal Texas alla Pennsylvania, dal Michigan al Wisconsin, sempre più candidati repubblicani chiedono moratorie, stop agli incentivi e garanzie sulle bollette. A due mesi dalle Midterm, la corsa ai data center sta aprendo una frattura inattesa nel Partito Repubblicano.
“Let Data Reign”: Donald Trump difficilmente avrebbe potuto scegliere una formula più netta per spiegare da quale parte si trova nella battaglia americana sui data center.
Secondo il presidente, le comunità che rifiutano queste infrastrutture rischiano di diventare “backwards and poor”, mentre quelle che le accolgono potranno beneficiare di investimenti, occupazione e minori imposte. I data center, nella sua definizione, sono la “Golden Goose” della nuova economia americana.
Il problema è che una parte crescente del suo stesso partito non sembra più molto convinta.
A poco più di due mesi dalle elezioni di Midterm di novembre, candidati repubblicani in almeno cinque Stati hanno adottato posizioni più restrittive sui data center o proposto apertamente di rallentarne lo sviluppo. E non si tratta soltanto di qualche amministratore locale alle prese con una protesta particolarmente rumorosa.
Dentro la lista ci sono governatori, candidati al Senato, aspiranti governatori e membri del Congresso impegnati in alcuni degli Stati più importanti per determinare gli equilibri politici dopo novembre.
La frattura è ormai abbastanza evidente da essere diventata un problema nazionale per il Partito Repubblicano.
Da una parte c’è Trump, che considera la costruzione dell’infrastruttura AI una componente della competizione strategica con la Cina.
Dall’altra ci sono candidati repubblicani che devono spiegare ai propri elettori perché un data center dovrebbe consumare l’elettricità e l’acqua del territorio, ricevere incentivi fiscali e magari contribuire indirettamente all’aumento delle bollette.
In buona sostanza, la geopolitica dell’intelligenza artificiale si sta scontrando con qualcosa di molto più prosaico: la politica locale.
Il Texas cambia idea
Il caso più interessante è probabilmente il Texas. Meno di un anno fa il governatore repubblicano Greg Abbott celebrava lo Stato come “epicentro dello sviluppo dell’AI”.
Non era soltanto uno slogan. Il Texas ha costruito negli anni condizioni estremamente favorevoli agli investimenti tecnologici grazie a disponibilità di territorio, regolamentazione favorevole alle imprese, incentivi fiscali ed energia relativamente abbondante. È anche lo Stato nel quale OpenAI ha costruito ad Abilene il campus simbolo di Stargate.
Poi qualcosa è cambiato. Ad agosto Abbott ha disposto un audit sui nuovi progetti che ha di fatto congelato le approvazioni delle nuove connessioni dei data center alla rete elettrica. Ora chiede regolamentazioni più severe, vuole rivedere gli incentivi fiscali e propone restrizioni alla costruzione dei grandi campus nelle comunità rurali.
La ragione del cambio di rotta si legge abbastanza bene nei sondaggi. Secondo un rilevamento di agosto del Texas Politics Project citato da Reuters, soltanto il 30% dei texani sarebbe favorevole alla costruzione di un data center nella propria comunità.
E Abbott non è solo. Il procuratore generale Ken Paxton, impegnato in una combattuta corsa per il Senato, ha presentato un proprio piano per limitare gli effetti negativi dei data center.
La linea è ormai quella di chiedere che siano gli operatori a sostenere i costi delle infrastrutture elettriche necessarie, senza scaricarli sui consumatori, e che i nuovi progetti non sottraggano acqua ed energia alle comunità.
È difficile non vedere il contrasto: Trump dice “Let Data Reign”, due dei principali esponenti repubblicani del Texas rispondono, sostanzialmente, “sì, ma non così”.
Il problema di essere repubblicani in uno swing district
La contraddizione diventa ancora più evidente in Pennsylvania. Rob Bresnahan è un deputato repubblicano eletto in uno dei distretti più competitivi dello Stato. Alla domanda sulla posizione di Trump non ha cercato particolari acrobazie linguistiche: “abbiamo una prospettiva diversa”, ha spiegato.
Bresnahan ha presentato il Local Control Protections Act, una proposta costruita attorno a un principio semplice: devono essere le comunità locali ad avere maggiore controllo sulla decisione di accogliere o meno i data center.
Sempre in Pennsylvania, la candidata repubblicana a governatore Stacy Garrity è andata ancora oltre, chiedendo una pausa a tempo indefinito nello sviluppo di nuovi progetti.
Ma in Pennsylvania il segnale più interessante arriva ormai anche dall’altra parte dello schieramento. Bob Harvie, candidato democratico in uno dei distretti congressuali più competitivi dello Stato, ha dedicato il suo primo spot elettorale proprio ai data center, chiedendo una moratoria. Il particolare politicamente significativo è che Harvie aveva precedentemente sostenuto il progetto hyperscale di Amazon da 600 MW previsto a Bucks County. Ora la campagna presenta Big Tech come un’industria che consuma “terra, acqua ed elettricità” lasciando alle comunità il rischio di pagarne il conto.
Il repubblicano uscente Brian Fitzpatrick non sostiene una moratoria, ma chiede maggiore trasparenza e garanzie affinché i costi delle infrastrutture necessarie ai data center non vengano trasferiti sulle bollette. Il risultato è quasi un rovesciamento della tradizionale competizione per attrarre gli investimenti: in uno swing district della Pennsylvania, la battaglia non è più su chi riesca a portare più data center sul territorio, ma su chi riesca a convincere gli elettori di saperne controllare meglio i costi.
In Michigan il candidato repubblicano al Senato Mike Rogers propone una moratoria di un anno.
In Wisconsin Tom Tiffany, candidato repubblicano alla carica di governatore e alleato di Trump, vuole eliminare gli incentivi statali ai data center e sostiene che nessun nuovo impianto dovrebbe essere costruito senza protezioni per terreni agricoli, acqua, ambiente e soprattutto contribuenti elettrici.
Persino Darren Bailey, candidato repubblicano alla carica di governatore dell’Illinois, ha dichiarato apertamente che su questo argomento lui e Trump “non vedono le cose allo stesso modo”.
E Thomas Massie, deputato repubblicano del Kentucky, ha sintetizzato la contraddizione con un sarcasmo difficilmente equivocabile: la nuova direttiva del leader sarebbe che MAGA deve sostenere tutti i data center, senza fare domande.
La questione non è quindi più stabilire se esista una spaccatura. Esiste. La domanda giusta è perché sia emersa proprio adesso.
L’AI è nazionale. La bolletta è locale
La spiegazione probabilmente sta nella particolare natura politica dei data center. I benefici vengono raccontati su scala nazionale. Il tema riguarda la leadership americana nell’intelligenza artificiale, la competizione con la Cina e una serie di altre questioni come investimenti per centinaia di miliardi, produttività, sovranità tecnologica.
I costi, invece, arrivano direttamente nelle case dei cittadini: consumo di acqua, nuove centrali, linee elettriche, rumore, terreni, incentivi fiscali e, soprattutto, bollette.
Un’analisi del Washington Post su circa 4.300 post e newsletter pubblicati da politici americani mostra che negli ultimi sei mesi il linguaggio utilizzato dai Repubblicani sui data center è diventato nettamente più negativo. All’inizio della nuova amministrazione Trump oltre il 90% delle comunicazioni repubblicane analizzate era favorevole ai progetti.
Poi il clima è cambiato. Tra le critiche più frequenti sono comparsi proprio costo dell’elettricità, gli incentivi fiscali, il consumo di territorio agricolo e, non ultimo, i timori per l’esproprio dei terreni necessario a costruire nuove infrastrutture energetiche.
Da questo punto di vista, il tema dei data center produce un curioso rovesciamento delle tradizionali categorie politiche americane: conservatori favorevoli alla deregulation chiedono più vincoli per difendere proprietà privata e comunità rurali; progressisti favorevoli agli investimenti tecnologici contestano consumo energetico, acqua e impatto ambientale.
Il risultato è uno dei pochi temi americani capaci, almeno per ora, di generare opposizione bipartisan.
E per i Repubblicani è particolarmente complicato
Per il Partito Repubblicano la situazione è però più difficile, perché Trump ha fatto della leadership americana nell’AI uno dei pilastri della propria politica industriale. Rallentare i data center significa, nella narrativa della Casa Bianca, rallentare l’intelligenza artificiale americana e concedere terreno alla Cina.
Ma un candidato che deve vincere in Michigan, Wisconsin, Pennsylvania o Texas non parla all’elettore astratto della competizione tecnologica globale, parla a qualcuno che riceve una bolletta elettrica.
Ed è precisamente qui che le due linee politiche entrano in collisione.
Il paradosso dei posti di lavoro
C’è poi un’altra debolezza nella narrativa favorevole ai data center (che supera i confini nazionali e vale in generale sul tema data center). Gli investimenti sono enormi, l’occupazione permanente molto meno.
Un campus da 10 miliardi di dollari può impiegare più di 4.000 persone durante la costruzione e stabilizzarsi poi intorno a 300 dipendenti permanenti. È un rapporto difficile da ignorare quando alle comunità viene chiesto di accettare nuove infrastrutture elettriche, consumo di territorio e potenziali pressioni sulle tariffe in cambio della promessa di sviluppo economico.
Attenzione, anche qui va fatta una precisazione. Tutto ciò non significa che l’impatto economico complessivo dei data center sia trascurabile, è vero esattamente il contrario.
Gli investimenti nell’infrastruttura AI sono diventati una componente sempre più importante della crescita economica americana. Ma è proprio questo che rende ancora più evidente il paradosso politico.
Ciò che può essere estremamente conveniente per il PIL degli Stati Uniti non è necessariamente percepito come conveniente dalla contea che deve ospitarlo.
Big Tech ha capito che il problema è politico
Anche l’industria sembra essersene accorta. Secondo Reuters, aziende tecnologiche e gruppi collegati al settore AI hanno già impegnato oltre 300 milioni di dollari nella campagna per le Midterm, tra super PAC, contributi e iniziative politiche.
In Texas due super PAC collegati ad Anthropic hanno già speso più di 2,6 milioni di dollari, mentre gruppi legati al cofondatore di OpenAI Greg Brockman hanno investito oltre 4,8 milioni. Meta ha versato circa 1,4 milioni a un super PAC concentrato sulle elezioni statali texane.
E ormai il denaro si muove anche nella direzione opposta. Secondo un’analisi di NPR sui dati AdImpact, dall’inizio del 2026 campagne elettorali e gruppi esterni hanno speso oltre 45 milioni di dollari in pubblicità politica che cita esplicitamente i data center. La cifra è distribuita quasi perfettamente tra i due schieramenti e il numero degli spot è aumentato rapidamente con l’avvicinarsi del voto.
Il dato racconta qualcosa di più della semplice crescita dell’attenzione politica. I data center sono diventati una vera categoria della comunicazione elettorale americana. E il messaggio utilizzato da Democratici e Repubblicani tende sorprendentemente a convergere: sì agli investimenti nell’intelligenza artificiale, ma non se incentivi, nuove linee elettriche e maggiore domanda di energia finiscono per essere pagati dagli elettori.
È un passaggio importante. Dopo aver investito centinaia di miliardi in GPU, server, data center ed energia, l’industria dell’intelligenza artificiale sta scoprendo un’altra infrastruttura necessaria alla propria espansione: il consenso.
E sembra intenzionata a investire anche lì.
La battaglia di novembre
Non sappiamo ancora quanto il tema data center peserà realmente sul voto delle elezioni di Midterm. Sarebbe prematuro trasformare qualche sondaggio e alcune campagne locali nella spiegazione delle elezioni prima ancora che si tengano.
Un indicatore, però, comincia a essere difficile da ignorare: quando decine di milioni di dollari vengono investiti in spot elettorali su un’infrastruttura che fino a pochi mesi fa compariva raramente nelle campagne politiche, significa che candidati e consulenti hanno iniziato a considerarla capace di spostare almeno una parte dell’elettorato. E in alcuni swing district il cambiamento è ancora più evidente: essere stati favorevoli a un grande progetto può ormai diventare una posizione dalla quale prendere pubblicamente le distanze.
Ma qualcosa è già successo. Il consenso bipartisan che per anni ha accompagnato l’arrivo di un grande investimento tecnologico si è rotto.
Axios ha descritto il fenomeno come una pressione populista capace di costringere candidati di entrambi i partiti a ricalibrare rapidamente le proprie posizioni. In Wyoming il repubblicano Chuck Gray ha addirittura vinto le primarie per un seggio alla Camera dopo una campagna nella quale prometteva di fermare i data center.
E il segnale probabilmente più significativo arriva ancora una volta dal Texas. La democratica Gina Hinojosa, che sfida Abbott per la carica di governatore, ha definito i data center “la battaglia di questa stagione elettorale”. Ha anche fatto notare un dettaglio politicamente velenoso: la pausa decisa da Abbott sulle nuove approvazioni termina il 4 novembre, il giorno dopo le elezioni.
È difficile immaginare una rappresentazione migliore di quanto infrastruttura AI e politica elettorale siano ormai intrecciate.
Dal Capex al consenso
Per le Big Tech tutto questo introduce un rischio che non compare facilmente nei piani industriali. Amazon, Microsoft, Alphabet, Meta, OpenAI e gli altri protagonisti della corsa AI possono continuare ad aumentare il Capex.
Possono comprare GPU, finanziare centrali, costruire campus. Ma avere cento miliardi di dollari disponibili per costruire infrastruttura non significa necessariamente riuscire a trasformare cento miliardi di dollari in infrastruttura operativa. Servono autorizzazioni, energia, acqua, territorio, connessioni alla rete e comunità disposte ad accettarle.
È per questo che la spaccatura repubblicana è qualcosa di più di una curiosità delle Midterm. Trump guarda ai data center dall’alto e vede la competizione globale con la Cina. I candidati che devono vincere in Pennsylvania, Michigan, Wisconsin o Texas li guardano dal basso e vedono elettori preoccupati per bollette, acqua e territorio.
Entrambi stanno parlando della stessa infrastruttura, ma politicamente stanno vedendo due cose completamente diverse.
Se le elezioni di novembre premieranno i candidati che hanno scelto la seconda prospettiva, il messaggio per Silicon Valley sarà difficile da ignorare.
La nuova corsa americana all’intelligenza artificiale potrebbe avere scoperto un collo di bottiglia che nemmeno una GPU più potente può risolvere: il voto.