La sovranità tecnologica europea ha una caratteristica piuttosto particolare: è molto più semplice da sostenere in linea di principio che da applicare quando bisogna decidere quale cloud utilizzare per far funzionare un esercito. Ed è probabilmente proprio qui che comincia la parte più complicata della strategia lanciata a giugno dalla Commissione europea.

Secondo quanto riporta il Financial Times, funzionari della difesa europea e contractor stanno infatti sollevando dubbi sul progetto di Bruxelles per ridurre progressivamente la dipendenza dell’Unione dalle tecnologie statunitensi. Non perché contestino necessariamente l’obiettivo dell’autonomia tecnologica, ma perché temono che il percorso scelto per raggiungerla possa produrre, almeno nel breve periodo, l’effetto opposto: sistemi meno performanti, nuovi rischi informatici e maggiori difficoltà nel coordinamento con gli alleati della NATO.

È l’altra faccia della sovranità digitale.

Perché dipendere tecnologicamente dagli Stati Uniti rappresenta certamente una vulnerabilità strategica. Ma cercare di eliminare quella dipendenza prima di avere costruito alternative comparabili può diventare, a sua volta, una vulnerabilità.

Il problema non è più solo teorico

Il terreno dello scontro è il Cloud and AI Development Act (CADA), presentato dalla Commissione europea il 3 giugno all’interno del più ampio European Technological Sovereignty Package.

Il progetto europeo è ambizioso. Bruxelles vuole almeno triplicare la capacità dei data center dell’Unione nei prossimi cinque-sette anni, sostenere lo sviluppo di tecnologie cloud e AI europee e soprattutto introdurre un quadro comune per valutare il livello di sovranità dei servizi utilizzati dalle amministrazioni pubbliche.

Non si tratta semplicemente di stabilire dove si trova fisicamente un server. Il modello proposto prevede quattro livelli progressivi. Al primo è sufficiente che dati ed elaborazione rimangano su infrastrutture situate nell’Unione. Al secondo vengono richieste maggiore indipendenza dai Paesi terzi e trasparenza sulla supply chain software. Al terzo entrano in gioco proprietà e controllo europeo del provider. Il quarto rappresenta invece la forma più rigorosa di sovranità: pieno controllo della catena tecnologica e assenza di interferenze da parte di Paesi terzi.

È facile capire perché una simile architettura diventi particolarmente delicata quando viene applicata alla difesa.

Secondo le fonti raccolte dal FT, le piattaforme cloud e AI statunitensi utilizzabili in ambito militare avrebbero oggi un vantaggio tecnologico stimato tra gli otto e i dieci anni rispetto alle alternative europee. Il timore dei vertici militari è quindi che Bruxelles possa limitare l’accesso alle tecnologie americane prima che l’Europa disponga realmente di qualcosa con cui sostituirle.

Ed è qui che una politica industriale si trasforma in un problema strategico.

Il paradosso europeo

Il ragionamento della Commissione, in realtà, ha una sua logica economica molto precisa.

L’Europa non dispone di hyperscaler comparabili per dimensioni ad AWS, Microsoft Azure o Google Cloud anche perché il mercato europeo continua ad acquistare in larga parte tecnologia americana. Se governi, amministrazioni e settori strategici orientassero una quota crescente dei propri acquisti verso fornitori europei, quella domanda potrebbe consentire all’industria continentale di investire, crescere e raggiungere una scala che oggi non possiede.

In altre parole: se aspettiamo che esistano campioni europei prima di comprare europeo, quei campioni potrebbero non nascere mai.

È la logica industriale che attraversa tutto il Tech Sovereignty Package presentato a giugno, dal Chips Act 2.0 alla strategia open source fino al CADA. La stessa Commissione riconosce esplicitamente che l’Europa rimane fortemente dipendente da fornitori extra-Ue nelle tecnologie digitali fondamentali.

Ma la difesa introduce una variabile che un normale mercato commerciale non ha: il costo dell’errore. Un’amministrazione può teoricamente accettare una fase di transizione nella quale una piattaforma europea sia meno matura di quella americana se questo serve a costruire autonomia nel lungo periodo. Per un sistema militare che deve funzionare durante una crisi, la stessa scelta diventa molto più difficile.

Soprattutto perché la dipendenza tecnologica europea dagli Stati Uniti non riguarda soltanto il cloud.

L’F-35 spiega meglio di qualsiasi documento cosa significa dipendenza

Il caso più evidente citato nel dibattito è quello dell’F-35. Il caccia prodotto da Lockheed Martin non è semplicemente un aereo acquistato dagli Stati Uniti. È parte di un ecosistema digitale nel quale software, manutenzione, logistica, aggiornamenti, dati operativi e infrastrutture tecnologiche sono profondamente integrati.

Separare la componente militare europea dall’infrastruttura tecnologica americana non significa quindi semplicemente cambiare provider cloud. Significa intervenire su un’architettura costruita per funzionare come sistema.

Ed è proprio questo che preoccupa alcuni responsabili della difesa. Secondo il FT, eventuali restrizioni sui cloud provider statunitensi potrebbero creare problemi anche nell’interoperabilità tra gli eserciti NATO, proprio mentre il campo di battaglia moderno richiede una quantità crescente di dati condivisi in tempo reale tra sensori, satelliti, droni, sistemi d’arma e centri di comando.

Il paradosso diventa evidente. L’Europa vuole ridurre una dipendenza strategica dagli Stati Uniti per aumentare la propria sicurezza, ma quella stessa dipendenza è diventata, nel corso di decenni, una delle infrastrutture attraverso cui viene garantita la sicurezza militare europea.

Smontarla non è impossibile. Farlo troppo velocemente potrebbe però essere pericoloso.

Sovranità non significa autarchia

Forse è proprio questo il punto sul quale il dibattito europeo sulla sovranità tecnologica sta finalmente diventando più maturo. La questione non può essere ridotta alla sola provenienza del passaporto del provider.

Essere sovrani significa poter scegliere, controllare e sostituire una tecnologia quando necessario. Significa conoscere la propria supply chain, governare i dati, evitare dipendenze irreversibili e mantenere capacità industriali sufficienti per non trovarsi senza alternative.

Non significa necessariamente produrre dentro i confini europei ogni chip, ogni riga di codice e ogni servizio cloud utilizzato dall’Unione.

La stessa architettura del CADA, del resto, sembra riconoscere questa gradualità: i quattro livelli di sovranità sono pensati proprio per calibrare i requisiti sulla base della criticità dei servizi. Secondo il FT, soltanto circa l’1% dei servizi pubblici dovrebbe rientrare nel livello più restrittivo.

La distinzione è fondamentale, perché una politica di sovranità costruita esclusivamente attraverso divieti rischierebbe di trasformare una debolezza europea, la dipendenza tecnologica, in un’altra debolezza: l’isolamento tecnologico.

Il vero problema sono quegli otto-dieci anni

Resta però una domanda scomoda. Se davvero il vantaggio americano nelle piattaforme cloud e AI destinate alla difesa è nell’ordine degli otto-dieci anni, come sostengono le fonti citate dal Financial Times, perché l’Europa ha accumulato un ritardo di queste dimensioni in infrastrutture diventate ormai essenziali per la propria sicurezza?

È forse questo il punto più importante dell’intera vicenda. La dipendenza europea da AWS, Microsoft, Google o dalle infrastrutture tecnologiche americane non è solo la causa della debolezza industriale europea, ne è anche la conseguenza.

Per decenni l’Europa ha potuto acquistare sul mercato tecnologie migliori, spesso più economiche e immediatamente disponibili, mentre gli Stati Uniti costruivano aziende capaci di investire decine di miliardi di dollari nelle infrastrutture digitali.

Ora Bruxelles sta cercando, correttamente, di invertire quella traiettoria utilizzando anche il procurement pubblico come politica industriale.

La Commissione ha già iniziato a sperimentare questo approccio: nell’aprile 2026 ha assegnato un contratto da 180 milioni di euro per servizi di sovereign cloud destinati alle istituzioni europee, utilizzando un framework che valuta i fornitori attraverso 48 criteri relativi, tra le altre cose, a controllo strategico, giurisdizione, dati, supply chain, tecnologia e sicurezza.

Il CADA porta quella logica su una scala molto più ampia ed è proprio per questo che la battaglia politica è appena iniziata.

La frattura dentro l’Europa

Secondo il Financial Times, diversi governi dell’Europa settentrionale e orientale stanno già spingendo per attenuare i requisiti più rigidi.

Anche questo non sorprende. Sono Paesi per i quali il rapporto con gli Stati Uniti non è soltanto economico o tecnologico, ma rappresenta soprattutto una garanzia di sicurezza nei confronti della Russia. Chiedere loro di ridurre rapidamente la dipendenza dalle infrastrutture americane mentre contemporaneamente chiedono a Washington di mantenere il proprio impegno militare sul continente produce inevitabilmente una tensione politica.

Il negoziato sul Cloud and AI Development Act rischia quindi di diventare qualcosa di molto più importante di una discussione sul cloud.

Da una parte c’è l’idea che l’Europa debba utilizzare la propria enorme capacità di acquisto per costruire finalmente un’industria tecnologica autonoma. Dall’altra c’è chi teme che trasformare troppo rapidamente quell’obiettivo industriale in un requisito operativo possa indebolire proprio i settori che Bruxelles vorrebbe rendere più resilienti.

Entrambe le posizioni contengono una parte del problema, perché continuare indefinitamente a dipendere dalle tecnologie americane significa accettare che una parte crescente dell’infrastruttura strategica europea rimanga sotto il controllo industriale e, almeno potenzialmente, giuridico di un altro Paese.

Ma eliminare quella dipendenza per decreto, senza avere prima costruito alternative tecnologicamente credibili, non produce automaticamente sovranità, produce semplicemente meno tecnologia.

Ed è forse questa l’altra faccia della medaglia della sovranità digitale europea: l’autonomia non nasce nel momento in cui si decide di non dipendere più da qualcuno.

Nasce quando si possiede finalmente qualcosa che permette davvero di scegliere. Nei corridoi di Bruxelles la differenza può sembrare sottile, in ambito difesa, per un esercito, potrebbe essere enorme.