
אהבה
D*O, conoscenza e Terra: dalla Giornata Europea della Cultura Ebraica, 5000 anni di sapienza per custodire la coscienza umana nell’era dell’intelligenza artificiale
di Stefania Scrivani
Vi é mai capitato di trovarvi nel posto giusto al momento giusto?
Succede, a volte, di arrivare in un luogo senza avere programmato nulla, e di scoprire che ciò che si sta ascoltando tiene insieme, come un fil rouge, pensieri sparsi sui quali da tempo ci si interrogava. È successo a me domenica 6 Settembre, nei Giardini del Tempio Maggiore di Roma, durante la Giornata Europea della Cultura Ebraica. Ero arrivata per ascoltare. Mi sono ritrovata davanti ad una mappa più preziosa di quella del tesoro.
Sulla locandina, una parola scritta tre volte, in lingue diverse: Amore. Love. אהבה, ahavà.
Italiano, inglese, ebraico: non una ripetizione, ma tre porte sullo stesso mistero. Anche il programma sembrava procedere per separazioni: amore verso D*O, amore per la scienza, amore per la Terra; spirito, ragione, materia. Tre panel aperti dai saluti del Vice Presidente della Comunità Ebraica di Roma, Alessandro Luzon. Ma con il passare delle ore quei tre territori hanno cominciato a parlarmi la stessa lingua, finché ciò che pareva una successione si è rivelato un disegno unico: Amore → D*O → Conoscenza. Non una formula per ridurre l’ebraismo ad uno slogan o un payoff, ma una chiave per leggere il nostro tempo e la tecnologia nella quale abbiamo riposto insieme speranze, timori e potere: l’intelligenza artificiale.
Quella che racconto é una riflessione che non intende offrire sponde a letture di parte, ma interrogarsi sui rischi condivisi di un futuro algoritmico che potrebbe minacciare l’intera umanità. Senza pretendere di esaurire la profondità dei testi sacri nelle categorie della tecnica secolare, la sapienza antica offre tuttavia una bussola insostituibile.

Courtesy Centro di Cultura Ebraica
Amore verso D*O
La prima sorpresa era già nelle lettere. אהבה si legge da destra a sinistra: alef, he, bet, he. Ma la sua forza non ha bisogno di spiegazioni e numeri improvvisati. Nella Torah l’amore non è soltanto qualcosa che si prova: è qualcosa che si fa. וְאָהַבְתָּ, ve’ahavtà, “amerai”, un verbo con la fermezza di un imperativo.
«Amerai il Signore, tuo D*O, con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutte le tue forze.»
— Deuteronomio 6,5
L’amore, dunque, che non attende di accadere: chiede di essere scelto, praticato, reso visibile nella nostra condotta. Nel primo incontro, le parole del Rav Roberto Colombo, insieme a quelle di Anna Arbib, Alberto Sonnino e Shulim Vogelmann, guidate da Claudio Procaccia, hanno subito spostato il baricentro: amare D*O implica imparare a non disprezzare la vita che ci è stata affidata, compresa la nostra. Non è un invito al culto dell’io. È l’opposto: il riconoscimento del proprio valore personale come condizione per riconoscerlo fuori di sé.
«Amerai il tuo prossimo come te stesso.»
— Levitico 19,18
Quel “come te stesso” è il cardine silenzioso della frase. Se il sé diventa un idolo, l’altro scompare; se il sé viene annullato, manca la misura con cui incontrarlo. Ho voluto capire ed ho scoperto che c’è, in una pagina della Mishnah, un’immagine che a quella misura dà quasi una definizione tecnica: ogni essere umano è come una moneta coniata con lo stampo del primo uomo, eppure, a differenza di qualunque zecca – nessuno somiglia all’altro; per questo ciascuno è tenuto a dire: per causa mia è stato creato il mondo (Mishnah, Sanhedrin 4,5). È un’idea che oggi torna ad essere incredibilmente urgente: un algoritmo, addestrato su milioni di voci umane, produce inevitabilmente la forma più probabile, la media, il volto più plausibile. È bravissimo a replicare. Non gli è richiesto, e non potrebbe comunque, di essere irripetibile. L’essere umano, per come lo descrive quella Mishnah, nasce dallo stampo esattamente opposto: identico nell’origine, diverso da chiunque altro nell’esistenza.
Ho pensato che forse la modernità dei nostri tempi ha separato troppo velocemente ciò che questa tradizione tiene unito: interiorità ed azione, fede e responsabilità, amore e disciplina. Noi consideriamo autentico ciò che è spontaneo, e sospettiamo di ciò che viene imposto o comandato. Eppure, se riflettiamo bene, un sentimento che non diventa comportamento può restare una splendida dichiarazione privata. Ma l’amore ebraico, almeno per come prendeva forma in quelle parole, non evade dal mondo: vi entra, si assume il peso della presenza. E proprio per questo diventa una forma di conoscenza. A questo punto avevo già messo insieme il primo concetto importante su cui riflettere.

Courtesy Centro di Cultura Ebraica
Amore per la scienza
Il secondo panel non è iniziato, in realtà, quando è stato principiato dal primo relatore. Era una prosecuzione del tema già narrato nel precedente. Così le parole di Paolo Agnoli hanno affrontato un dato spesso evocato con stupore: la presenza eccezionalmente rilevante di personalità di origine ebraica tra i premi Nobel. Ma il punto non era celebrare un primato, né cercarne una spiegazione biologica o genetica. Era piuttosto comprendere un metodo: perché la conoscenza, in questa tradizione, entra molto presto nella vita. La domanda non è vista come insolenza e la discussione non profana il testo, lo mantiene vivo.
Ma i numeri raccontati, quando riguardano identità, religione e appartenenza, vanno maneggiati con cautela. Il pensiero di Agnoli é diventato ancora più interessante proprio quando anziché fare una conta ha cominciato ad esplorare la tradizione antica. Una pagina del Talmud, dice in sostanza, è prima di tutto una scena intellettuale: al centro un frammento di testo minuscolo, intorno i commenti di maestri vissuti a secoli di distanza, che si rispondono, dissentono, tornano sulla stessa parola, anche senza mai incontrarsi nel tempo. Non la verità impoverita dal conflitto, ma la verità resa responsabile dal confronto.
«Chi è sapiente? Colui che impara da ogni persona.»
— Ben Zoma, Pirkei Avot 4,1
La sapienza quindi non coincide con il concludere, coincide piuttosto con il non smettere di apprendere. Proprio le parole di Piera Levi-Montalcini, che ha aperto idealmente la biblioteca di sua zia Rita, raccontando di scaffali riempiti da testi scientifici più impegnativi, che convivevano con racconti e romanzi noir, senza contraddizione, ha chiarito ed aggiunto un ulteriore tassello: la mente di una ricercatrice che sapeva attraversare linguaggi differenti e lasciare che si illuminassero a vicenda. Come un detective ed uno scienziato che condividono un metodo: guardano indizi che tutti possono vedere e cercano la relazione che nessuno ha ancora riconosciuto. Forse la genialità comincia proprio lì, non nel sapere tutto, ma nel non considerare estraneo quasi nulla.
È in quel momento che il discorso sull’intelligenza artificiale, accennato da Agnoli come parte inevitabile del nostro futuro, ha smesso di sembrarmi una scoperta contemporanea: era nel suo metodo già tracciata dentro certa cultura. L’AI opera sul linguaggio, sull’immagine, sul lavoro, sul diritto, sulla medicina, sull’educazione, sulla percezione del vero. Pensare di governarla come una questione esclusivamente informatica significa sbagliare la natura del problema. Servono ingegneri e filosofi, giuristi e antropologi, scienziati ed artisti. La multidisciplinarità non è una visione solo accademica, e neppure l’interdiscipinarità. Sono approcci che ci concedono sicurezza, e questo lo sappiamo già.
Con le parole degli altri relatori Enzo Campelli ed Aldo Winkler – moderati da Ruben Spizzichino – ho pensato che dunque un algoritmo può trovare il modo più efficiente per raggiungere un obiettivo, ma non può stabilire, da solo, se quell’obiettivo meriti di organizzare la nostra vita. Può apprendere dai nostri archivi, ma non può intervenire su ciò che vi abbiamo incluso o cancellato. Può restituire una risposta con la voce chiara dell’evidenza. Non per questo possiede giudizio.
«Non è nei cieli.»
— Deuteronomio 30,12; Talmud, Bava Metzia 59b
Nell’episodio talmudico del forno di Akhnai, perfino una voce celeste irrompe in una disputa per sostenere una posizione. Rabbi Yehoshua si alza e risponde: lo bashamayim hi, “non è nei cieli”. Dopo essere stata consegnata, la Torah deve essere interpretata dagli esseri umani attraverso il confronto e le regole della responsabilità comune. Non è la rivolta dell’uomo contro D*O. È il rifiuto dell’oracolo come scorciatoia morale, anche quando quell’oracolo ha una voce autorevole o persino celeste.
Nell’epoca dell’AI, quella frase arriva fino a noi con un’eco importante: non è nel cloud. Non è quindi nascosta nella complessità del modello, nella quantità dei parametri, nella potenza di calcolo. Non possiamo trasferire alla macchina l’autorità e trattenere per noi l’innocenza che subisce. Delegare il calcolo è progresso, ma delegare il giudizio senza conservarne la responsabilità è pura abdicazione. La tecnologia più avanzata ci riporta così ad una domanda antica: chi risponde della risposta?
Amore per la Terra
Nel pomeriggio, il terzo panel sulla Terra ha affrontato ed esteso il significato del termine: non era più soltanto il pianeta, né soltanto una porzione di suolo. Nel panel “Amore per la Terra. Tra arte e letteratura”, Roberta Ascarelli e Laura Quercioli hanno attraversato Isaac Bashevis Singer e lo yiddish; Ilana Efrati ha portato il discorso nella materia della moda e dell’arte. Giorgia Calò, direttrice del Centro di Cultura Ebraica, ha moderato l’incontro facendo emergere le connessioni senza forzarle, con quella qualità rara per cui la cultura non occupa lo spazio ma lo dilata.
Singer, Nobel per la letteratura nel 1978, parlò dello yiddish come di una lingua dell’esilio, senza terra e senza frontiere. Eppure proprio quella lingua è stata una terra: una patria portatile fatta di ironia, dolore, gesti domestici, memoria, visioni. Le lingue non contengono soltanto ciò che un popolo sa; custodiscono il modo in cui ha imparato a sentire. Per questo non basta digitalizzarle per salvarle. Un modello può tradurre le parole e perdere, allo stesso tempo, il mondo che le ha generate. Può conservarne la forma e smarrirne la vita che trasferiscono. Senza contesto, provenienza e voce delle comunità, la memoria rischia di diventare una tassidermia perfetta.
Ilana Efrati ha poi mostrato immagini delle proprie opere ed ha raccontato un legame con la Terra nato nell’infanzia, quando natura e memoria non erano ancora concetti, ma esperienza. Cotone, lana, seta: fibre nobili diventate, nel suo lavoro, racconto, responsabilità, sostenibilità. L’abito che cessa di essere superficie e torna ad essere relazione, con il paesaggio, con il tempo, con la mano, con ciò che precede il gesto creativo. La Terra non più come uno sfondo da cui prelevare solo colori, ma come un’interlocutrice.
Per chi osserva da tempo il punto in cui moda, arte ed intelligenza artificiale si toccano, quella materia racconta anche un limite. L’AI può generare in pochi secondi migliaia di tessuti mai tessuti, abiti mai tagliati, paesaggi e location mai abitati o visitati. Può riattivare archivi, simulare varianti prima che si producano per ridurre prototipi e sprechi. Ma non conosce la sensazione della lana sulla pelle, il processo del baco da seta, il sapere di una mano che riconosce una fibra al tatto. Possiede correlazioni, non esperienza. Produce somiglianze, non appartenenza.
«L’Eterno D*O prese l’uomo e lo pose nel giardino dell’Eden perché lo coltivasse e lo custodisse.»
— Genesi 2,15
Coltivare e custodire. Nel testo ebraico i due verbi, le’ovdah e uleshomrah, tengono insieme trasformazione e limite. Un midrash molto amato racconta che, appena creato Adamo, D*O lo condusse in giro tra tutti gli alberi del giardino e gli disse di guardare quanto fossero belli, aggiungendo un avvertimento che i secoli non hanno reso meno attuale: fa’ attenzione a non guastare e distruggere il Mio mondo, perché se lo guasti non c’è nessuno, dopo di te, che possa ripararlo (Midrash Kohelet Rabbà 7,13). Non viene chiesto di lasciare il mondo immobile, ma neppure di modificarlo fino a renderlo inabitabile. È forse la definizione più esatta dell’innovazione di cui oggi abbiamo bisogno: aumentare la nostra capacità di agire senza diminuire quella del mondo di continuare a vivere. La moda lo sa da secoli, anche quando lo dimentica. Ogni creazione è una negoziazione tra materia e forma, memoria ed innovazione, desiderio e responsabilità, ed ogni infrastruttura che addestra un modello, con la sua necessità di acqua e di energia, dovrebbe portare inciso lo stesso avvertimento.

Courtesy Centro di Cultura Ebraica
L’ultima lingua: la musica
Quando il sole ha cominciato a scendere, pensavo che la giornata fosse terminata. Invece mancava l’ultima lingua. Al Museo Ebraico di Roma, il concerto dal titolo palindromo “Amor / RomA”, della mezzo-soprano Shakèd Bar, del tenore Claudio Di Segni, dei musicisti Salvatore Carchiolo e Massimiliano Franchina, ha raccolto i pensieri del giorno e li ha restituiti in una forma ancora più sublime: il suono. Le note di brani memorabili hanno fatto ciò che nessuna sintesi avrebbe potuto fare. Hanno trasformato concetti ascoltati per ore in una memoria comune. Dopo la parola sacra, la discussione sulle scienze, la letteratura e l’arte visiva, arrivava la musica. L’amore ha smesso di essere solo il tema dell’evento per diventava relazione tra chi suonava e chi ascoltava.
Eureka!
Solo allora il percorso mi è apparso intero. I tre panel non erano tre capitoli accostati, ma un circuito ciclico ed imperituro: l’amore conduce a D*O; D*O sottrae l’uomo all’illusione di essere misura assoluta; la conoscenza gli consegna strumenti per interrogare e trasformare il mondo; la Terra impone a quegli strumenti un limite ed una destinazione; l’arte restituisce tutto all’esperienza condivisa. Amore → D*O → Conoscenza → Responsabilità → Terra → Amore.
L’intelligenza artificiale ci obbliga oggi a distinguere conoscenza e coscienza con una precisione nuova. L’etica nell’era dell’AI é parte di questo percorso. Una macchina può ordinare quantità di informazioni che nessun essere umano potrebbe contenere, trovare strutture invisibili, formulare ipotesi, imitare stili, generare immagini di vertiginosa complessità. Ma non ama ciò che conosce. Non teme neppure di ferirlo. Non avverte il dovere di custodirlo. E queste non sono lacune che il prossimo aggiornamento colmerà automaticamente. Sono il punto esatto nel quale ricompare la nostra responsabilità.
Rimettere l’uomo al centro, allora, non significa rivendicare una superiorità che per comodità pretendiamo. Significa imporgli il peso dell’essere centrali: rispondere dei dati scelti e di quelli esclusi, delle culture rappresentate e di quelle cancellate, dell’energia consumata, del lavoro trasformato, dei corpi riprodotti, delle decisioni delegate. La centralità umana non è un privilegio. È la chiamata a rispondere di una nostra cultura e della nostra responsabilità verso il prossimo e verso la Terra.
Forse era questa la chiave che non avevo programmato di trovare nei Giardini del Tempio, una chiave antica quasi quanto il tempo che la custodisce: cinquemila anni di letture, dispute, migrazioni e ritorni, condensati in una parola scritta tre volte sulla stessa locandina. Il futuro non ha bisogno di meno scienza, ma di una scienza più vasta; non di meno tecnologia, ma di una tecnologia capace di riconoscere ciò che non può sostituire; non di meno intelligenza, ma di un’intellighentia orientata. Possiamo costruire macchine che apprendono, ma resta a noi decidere che cosa e come meriti di essere appreso. Possiamo forse affidare loro la memoria, ma resta a noi comprendere che cosa significhi custodire. Possiamo generare mondi sintetici, ma continuiamo ad abitare una Terra reale, fatta di corpi, lingue, fibre, limiti e relazioni.
Spirito e scienza non ci separano quando nascono dalla stessa inquietudine: conoscere ciò che ci supera senza smettere di essere umani. È qui che la parola sulla locandina torna a farsi vedere.
אהבה
Non una risposta facile a tutte le domande, ma sicuramente il criterio con cui scegliere quali domande non possiamo permetterci di smettere di fare. Non un algoritmo da eseguire ma una direzione chiamati ad assumere.

Courtesy Centro di Cultura Ebraica
NOTE E FONTI
Deuteronomio 6,5 — https://www.sefaria.org/Deuteronomy.6.5
Deuteronomio 30,12 — https://www.sefaria.org/Deuteronomy.30.12
Levitico 19,18 — https://www.sefaria.org/Leviticus.19.18
Pirkei Avot 4,1 — https://www.sefaria.org/Pirkei_Avot.4.1
Bava Metzia 59b — https://www.sefaria.org/Bava_Metzia.59b
Genesi 2,15 — https://www.sefaria.org/Genesis.2.15
Mishnah Sanhedrin 4,5 — https://www.sefaria.org/Mishnah_Sanhedrin.4.5
Midrash Kohelet Rabbà 7,13 — https://www.sefaria.org/Kohelet_Rabbah.7.13.1
Isaac Bashevis Singer, Nobel Lecture, 1978 — https://www.nobelprize.org/prizes/literature/1978/singer/lecture/
Rita Levi-Montalcini, profilo Nobel — https://www.nobelprize.org/prizes/medicine/1986/levi-montalcini/biographical/
Piera Levi-Montalcini sulla biblioteca e le letture di Rita — https://italoamericano.org/piera-levi-montalcini/
Ilana Efrati, profilo e materiali — https://www.ilanaefrati.com/about/
UNESCO, Recommendation on the Ethics of Artificial Intelligence — https://www.unesco.org/en/artificial-intelligence/recommendation-ethics
Il calendario ebraico segna l’anno 5786 (2025-2026): da qui il riferimento a “cinquemila anni” di tradizione.
Per convenzione della tradizione ebraica, il Nome non viene scritto per intero: da qui la grafia “D*O” adottata in questo articolo.