Il ritorno del nucleare in Italia non è più soltanto una promessa politica agitata nei convegni sull’energia. È diventato un progetto legislativo, industriale e strategico, anche se il calendario reale resta assai più complesso di quello suggerito dagli slogan. Il ministro dell’Ambiente e della Sicurezza energetica Gilberto Pichetto Fratin ha indicato il 2034-2035 come possibile orizzonte per l’entrata in esercizio dei primi nuovi reattori italiani, precisando però nell’agosto 2026 che si tratta di una propria previsione e non di una data garantita, perché il Paese si trova ancora nella fase di definizione delle regole.

Il punto politico è cambiato radicalmente rispetto al dibattito del passato. La guerra in Ucraina, le tensioni geopolitiche nel Mediterraneo e nel Golfo Persico e la crescente esposizione europea alle importazioni energetiche hanno trasformato la sicurezza energetica da problema prevalentemente economico in questione di sicurezza nazionale. Pichetto Fratin ha collegato esplicitamente il ritorno al nucleare alla necessità di ridurre la dipendenza dall’estero, mentre il governo Meloni considera l’energia stabile e competitiva una condizione per la competitività dell’industria italiana. Il concetto è meno ideologico di quanto sembri: un Paese che deve elettrificare trasporti, industria, riscaldamento e infrastrutture digitali non può trattare l’elettricità come una commodity qualsiasi.

La pressione sulla domanda è destinata infatti ad aumentare. L’intelligenza artificiale sta introducendo un nuovo grande consumatore di elettricità, i data center, mentre l’elettrificazione industriale modifica la curva della domanda in modo strutturale. La Commissione europea considera esplicitamente gli SMR una possibile fonte di elettricità stabile per utenti ad alta intensità energetica come i data center e prevede, nello scenario europeo, una capacità SMR compresa fra 17 e 53 GW entro il 2050. La Silicon Valley ha scoperto che l’intelligenza artificiale consuma enormi quantità di calcolo; l’Europa sta scoprendo, con un certo ritardo, che ogni GPU ha bisogno anche di una presa elettrica.

La scelta tecnologica italiana punta soprattutto sui Small Modular Reactors, gli SMR, e sulle tecnologie nucleari avanzate. Il vantaggio teorico del modello modulare è industriale prima ancora che nucleare: invece di costruire ogni centrale come un’opera irripetibile, l’obiettivo è standardizzare componenti e processi, trasferendo una parte significativa della produzione in fabbrica. La Commissione europea sta costruendo precisamente questa strategia, chiedendo una logica di deployment a flotta, una supply chain europea e una maggiore standardizzazione regolatoria. L’obiettivo ufficiale di Bruxelles è portare i primi progetti europei SMR nella prima metà degli anni Trenta.

Qui però occorre separare la tecnologia dalla brochure commerciale. Gli SMR non sono ancora una commodity industriale consolidata in Europa. Esistono numerosi progetti a diversi livelli di maturità e alcuni reattori modulari sono già operativi in Cina e Russia, ma molti dei modelli occidentali più discussi sono ancora nella fase di sviluppo, licensing, dimostrazione o costruzione. La stessa Commissione europea riconosce che il passaggio alla commercializzazione comporta rischi tecnologici e finanziari significativi e che il problema non consiste semplicemente nel costruire un reattore più piccolo, ma nel creare una filiera capace di produrne molti con costi, tempi e standard sufficientemente prevedibili.

L’Italia, intanto, sta costruendo la propria posizione industriale. Nel maggio 2025 Enel, Ansaldo Energia e Leonardo hanno costituito Nuclitalia, con partecipazioni rispettivamente del 51%, 39% e 10%, per valutare tecnologie nucleari avanzate e opportunità industriali, con un focus iniziale sugli SMR raffreddati ad acqua. La società dovrà effettuare analisi tecnico-economiche e individuare le soluzioni più mature per il sistema italiano, oltre a valutare partnership industriali e possibilità di co-design. È un passaggio importante perché mette insieme utility, industria energetica e difesa, creando una filiera potenziale che potrebbe diventare strategica non soltanto per produrre elettricità, ma anche per conservare competenze industriali e capacità tecnologica nazionale.

Il quadro legislativo, tuttavia, va descritto con precisione. Il disegno di legge delega sul nucleare sostenibile è stato approvato dalla Camera il 4 giugno 2026, ma al 14 settembre l’iter parlamentare non risulta ancora concluso: al Senato l’esame in Commissione è terminato il 22 luglio e il provvedimento resta quindi nell’iter parlamentare. Il testo delega il governo a costruire entro dodici mesi dall’entrata in vigore un quadro organico per l’intero ciclo di vita dell’energia nucleare, comprendendo produzione, localizzazione degli impianti, combustibile, rifiuti, smantellamento, sicurezza, ricerca e formazione. Prevede inoltre la possibilità di riorganizzare le competenze degli organismi di controllo e di valutare l’istituzione di un’autorità amministrativa indipendente per la sicurezza nucleare. (Senato)

Questo significa che l’Italia non è ancora nella fase in cui può semplicemente ordinare un reattore e preparare le fondamenta. È nella fase molto meno spettacolare, ma decisiva, della costruzione dell’architettura regolatoria. Il governo dovrà definire criteri per i siti, procedure autorizzative, responsabilità finanziarie, assicurazioni, gestione del combustibile esaurito e rifiuti radioattivi, oltre al ruolo dell’eventuale autorità indipendente. La legge delega non equivale quindi a un’autorizzazione automatica alla costruzione delle centrali. È il telaio giuridico necessario affinché, successivamente, possano essere prese decisioni industriali concrete.

Anche il problema dei rifiuti resta tutt’altro che teorico. L’Italia deve gestire il materiale derivante dal proprio passato nucleare e completare il percorso verso il Deposito nazionale. Nel dibattito parlamentare è emersa infatti con forza la necessità di coordinare la nuova strategia con la disciplina già prevista per il deposito nazionale e il parco tecnologico. Qualunque politica nucleare seria deve affrontare questa questione prima che la comunicazione politica trasformi gli SMR in una specie di frigorifero gigante senza scorie, costi di decommissioning e responsabilità intergenerazionali.

Sul piano europeo, il movimento italiano non è isolato. Il 10 marzo 2026 la Commissione ha presentato una strategia specifica per accelerare SMR e Advanced Modular Reactors, collegandoli simultaneamente a sicurezza energetica, decarbonizzazione e competitività industriale. La Commissione stima inoltre circa 241 miliardi di euro di investimenti complessivi necessari entro il 2050 per le ambizioni nucleari europee, includendo estensione della vita degli impianti esistenti e nuove grandi centrali, mentre ha previsto strumenti specifici per ridurre i rischi finanziari degli SMR.

Il consenso sociale resta però molto meno lineare del consenso industriale. Un sondaggio Demopolis pubblicato il 18 giugno 2026 rileva una lieve prevalenza dei favorevoli al ritorno del nucleare, ma anche un dato politicamente più scomodo: sei italiani su dieci non vorrebbero una centrale nella propria provincia. È la classica differenza fra approvare una tecnologia in astratto e accettare l’infrastruttura davanti a casa, problema che accompagna praticamente ogni grande progetto energetico europeo. Il consenso nazionale può essere favorevole; il consenso territoriale può diventare il collo di bottiglia.

Anche l’argomento economico richiede maggiore disciplina. Il nucleare può offrire produzione programmabile a basse emissioni e ridurre l’esposizione ai combustibili fossili importati, ma non significa automaticamente elettricità economica. Il costo del capitale, la durata dei cantieri, il licensing, la standardizzazione, la disponibilità della supply chain e il tasso di utilizzo degli impianti determineranno il costo finale molto più dei comunicati stampa. Gli SMR promettono di risolvere alcuni problemi delle grandi centrali proprio attraverso la produzione seriale, ma la promessa diventa economicamente credibile soltanto quando esiste una vera produzione seriale. Prima viene la fabbrica; poi arriva l’economia di scala. Non il contrario.

La posizione più razionale, quindi, non è quella di scegliere fra nucleare e rinnovabili come se fossero squadre di calcio. La stessa documentazione parlamentare descrive il nucleare come fonte complementare alle rinnovabili, mentre la strategia europea insiste sulla combinazione fra generazione pulita, reti, accumuli, flessibilità e nuove tecnologie nucleari. Il problema italiano è costruire un sistema elettrico capace di sostenere una domanda crescente senza trasformare ogni crisi internazionale in un nuovo shock sui prezzi.

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