OpenAI ha iniziato a porre a Washington una domanda che fino a pochi mesi fa sarebbe sembrata quasi assurda: se le principali società di intelligenza artificiale decidessero di rallentare insieme lo sviluppo dei modelli più avanzati per motivi di sicurezza, finirebbero per violare le leggi antitrust americane? Secondo WIRED, che cita persone vicine alla società, OpenAI ha contattato membri del Congresso nelle ultime settimane proprio per ottenere indicazioni sulla legittimità di un eventuale coordinamento tra laboratori AI. Non esiste, al momento, un accordo per rallentare lo sviluppo e non c’è alcuna autorizzazione ufficiale del Congresso. Esiste però qualcosa di politicamente più interessante: una delle aziende che ha costruito parte della propria identità sulla velocità sta chiedendo a Washington se la velocità stessa possa essere regolata attraverso un accordo tra concorrenti.
La questione è diventata urgente dopo l’intervento di Jakub Pachocki, chief scientist di OpenAI, che il 6 settembre ha pubblicato sul sito dell’azienda il saggio “An Alien Mind”. Il tono non appartiene esattamente alla tradizionale comunicazione della Silicon Valley. Pachocki sostiene che nessun laboratorio abbia ancora risolto allineamento e monitoraggio a un livello sufficiente per continuare ancora a lungo a scalare i sistemi alla massima velocità. La sua proposta è che rallentamenti volontari diventino comuni fino alla definizione di soglie di sicurezza condivise e che la cooperazione internazionale sullo sviluppo dell’AI diventi una priorità dei governi.
Il problema è che nel diritto della concorrenza americana “collaborare sulla sicurezza” e “decidere insieme quanto produrre” sono concetti giuridicamente molto diversi. Se due concorrenti condividono informazioni per individuare vulnerabilità o impedire attacchi informatici, la collaborazione può essere giustificabile e persino desiderabile. Se invece concordano di ritardare un modello, limitare il compute, posticipare il rilascio di una tecnologia o ridurre collettivamente l’offerta di capacità AI, la questione diventa molto più delicata. La stessa WIRED sottolinea che un coordinamento sostanziale potrebbe entrare in conflitto con la normativa antitrust, anche se la valutazione dipenderebbe dalla struttura concreta dell’accordo. Il riferimento naturale è lo Sherman Act, perché un’intesa tra concorrenti che limita la concorrenza può essere considerata una restrizione dell’output.
Qui la politica americana incontra un problema che la tecnologia preferirebbe evitare. OpenAI, Anthropic, Google, Meta, xAI e gli altri laboratori frontier non sono organizzazioni filantropiche che possono decidere tranquillamente di fermarsi davanti a un semaforo rosso. Sono società che investono miliardi in infrastrutture, chip, data center, ricerca e acquisizione di talenti e che competono per conquistare un mercato nel quale il vantaggio tecnologico può trasformarsi rapidamente in vantaggio finanziario. Un’azienda che rallentasse unilateralmente potrebbe sostenere un costo competitivo immediato mentre il concorrente continua ad addestrare il modello successivo. Il dilemma è quasi elementare: la sicurezza è un bene collettivo, mentre il costo del rallentamento è prevalentemente individuale.
Questa dinamica spiega perché l’antitrust sia diventato improvvisamente parte della discussione sulla sicurezza dell’intelligenza artificiale. Il mercato produce un incentivo strutturale a correre. Se OpenAI rallenta e Anthropic accelera, Anthropic guadagna terreno; se Anthropic rallenta e OpenAI accelera, accade l’opposto. Se entrambe rallentano, Google o un laboratorio cinese possono approfittarne. La teoria economica della cooperazione incontra così la geopolitica della tecnologia e il risultato è una versione digitale del classico dilemma del prigioniero, soltanto con migliaia di GPU, miliardi di dollari e modelli capaci di scrivere codice nel ruolo delle pistole.
Il Congresso americano sta già cercando di intervenire su una parte più circoscritta del problema. Il Collaboration on Adversarial Threats and Security Risks Act, presentato nel luglio 2026 dai senatori Adam Schiff e Jim Banks insieme ai rappresentanti Bob Latta e George Whitesides, mira a facilitare la condivisione di informazioni e il coordinamento tra sviluppatori contro minacce alla sicurezza, comprese attività di distillazione e attacchi provenienti da avversari stranieri. Il disegno di legge contiene però esplicite protezioni contro comportamenti anticoncorrenziali e prevede anche la possibilità per il procuratore generale di chiedere un’ingiunzione in caso di abuso dell’esenzione. A settembre risultava ancora all’esame della Commissione Giustizia del Senato.
La distinzione è fondamentale. Washington non sta dicendo alle aziende di mettersi d’accordo sulla velocità dell’AI; sta cercando di creare uno spazio giuridico nel quale possano collaborare su specifici rischi di sicurezza senza trasformare quella cooperazione in un cartello tecnologico. È un equilibrio complicato, perché la frontiera tra standard di sicurezza condivisi e coordinamento anticoncorrenziale può diventare sorprendentemente sottile quando lo standard stabilisce anche quando un modello può essere addestrato o rilasciato.
La stessa OpenAI ha già sperimentato concretamente il costo di questa tensione. In agosto la società ha dichiarato che il modello Astra poteva raggiungere la soglia “Critical” prevista dal proprio Preparedness Framework per le capacità di cybersecurity. Ha quindi sospeso alcune attività di sviluppo e training, rafforzato l’isolamento dell’ambiente di ricerca, aumentato il monitoraggio e imposto requisiti più severi. Il 1° settembre OpenAI ha poi dichiarato che Astra aveva effettivamente raggiunto quella soglia e che, dopo aver rafforzato le protezioni, riteneva di poter procedere verso il rilascio.
Questo episodio è più importante di molte dichiarazioni apocalittiche sull’AI perché riguarda un meccanismo verificabile. Un modello ha raggiunto capacità che la stessa OpenAI considera sufficientemente rischiose da richiedere una modifica del processo di sviluppo. La società ha quindi rallentato alcune attività non perché un legislatore glielo abbia imposto, ma perché il proprio sistema di valutazione aveva alzato la soglia di rischio. La fantomatica “pausa dell’AI” è dunque già comparsa in miniatura, dentro un laboratorio commerciale, sotto forma di pause selettive, nuovi controlli e maggiori costi di sicurezza.
Anthropic aveva affrontato una contraddizione simile con la propria Responsible Scaling Policy. Nel febbraio 2026 l’azienda ha riscritto il proprio framework, introducendo una struttura più articolata di roadmap di sicurezza e report di rischio. La società sostiene che i requisiti debbano aumentare con la capacità dei modelli, ma ha anche riconosciuto il problema della corsa competitiva: fermarsi unilateralmente mentre altri continuano a sviluppare sistemi più potenti potrebbe, dal punto di vista dell’azienda, produrre un mondo meno sicuro anziché più sicuro.
La geopolitica rende il problema ancora più duro. Il governo Trump ha già dimostrato di considerare il vantaggio americano sull’intelligenza artificiale una questione strategica. Il 21 maggio il presidente aveva rinviato la firma di un ordine sull’AI proprio per timori relativi alla competizione con la Cina; il provvedimento è stato poi firmato il 2 giugno e ha introdotto un quadro volontario per la valutazione anticipata di alcuni modelli frontier, senza creare una licenza obbligatoria per il loro sviluppo o rilascio.
La posizione di Washington è quindi difficile da conciliare con un rallentamento coordinato tra imprese. Gli Stati Uniti vogliono maggiore sicurezza, ma vogliono anche mantenere il primato tecnologico sulla Cina. Vogliono che le aziende condividano informazioni sulle minacce, ma non vogliono creare cartelli. Vogliono modelli più sicuri, ma non vogliono imporre un sistema di autorizzazione preventiva che possa rallentare l’innovazione americana. In altre parole, Washington sta cercando di governare una corsa senza togliere il piede dall’acceleratore.
Nel frattempo la pressione politica cresce. Le dimissioni pubbliche dell’ex ricercatore Anthropic Jacob Coxon e le recenti dichiarazioni di altri ricercatori hanno portato il rischio esistenziale dell’AI nuovamente nel dibattito pubblico, mentre diversi legislatori americani chiedono maggiore supervisione federale. Reuters ha documentato come, dopo questi allarmi, aumentino le richieste bipartisan di nuove regole e controlli s