Il presidente Trump respinge l’idea di rallentare la corsa perché “chi vince l’AI vince”. L’ex presidente chiede invece ai Democratici di costruire un’agenda politica sull’intelligenza artificiale. In mezzo ci sono Congresso, posti di lavoro, data center, bollette, sicurezza e Cina. Complici le elezioni di MidTerm, l’AI americana sta passando dalla politica industriale alla politica elettorale.
Donald Trump e Barack Obama hanno parlato di intelligenza artificiale praticamente nello stesso fine settimana. Non insieme, naturalmente, e nemmeno nello stesso modo.
Trump, dal suo golf club, ha liquidato come “very negative forces” quanti evocano gli scenari più estremi legati allo sviluppo dell’AI. Gli Stati Uniti, ha spiegato, sono davanti alla Cina e devono restarci, perché “whoever wins AI wins”. I guardrail possono esserci, ma non devono compromettere il primato americano.
Obama, durante un fundraiser democratico a Manhattan, ha indicato quasi la direzione opposta. L’intelligenza artificiale, ha detto, sta avanzando molto rapidamente “in private hands” e può diventare pericolosa se la politica non riesce a governarla. Poi si è rivolto direttamente a Hakeem Jeffries, leader della minoranza democratica alla Camera, immaginandolo già Speaker dopo le elezioni di novembre: se i Democratici riconquisteranno la Camera, dovrebbero costruire un framework per una grande conversazione pubblica sull’AI.
A prima vista sembra l’ennesima contrapposizione tra Repubblicani e Democratici. La realtà è molto più interessante.
Perché l’intelligenza artificiale sta cominciando a fare qualcosa che negli Stati Uniti non aveva ancora fatto fino in fondo: sta diventando una questione elettorale.
Finché l’AI era una fabbrica, era più facile
La prima fase politica dell’AI americana aveva una grammatica relativamente semplice. Bisognava costruire: più chip, più data center, più centrali elettriche, più infrastrutture, più modelli, più capitale.
Il nemico era facilmente identificabile: la Cina.
Altrettanto chiaro l’obiettivo: mantenere la leadership tecnologica americana.
Su questa impostazione potevano convergere Silicon Valley, Wall Street, amministrazione federale e una parte consistente del Congresso. Le differenze riguardavano i dettagli, non la direzione.
Poi l’AI è arrivata sul territorio. I data center hanno cominciato a significare gigawatt, acqua, nuove linee elettriche e possibili aumenti delle bollette. L’automazione ha iniziato a entrare nella discussione sul lavoro. Le scuole si sono interrogate sull’uso dei modelli. Gli editori sul copyright. Le famiglie sui bambini. I ricercatori sulla possibilità che sistemi sempre più autonomi possano sfuggire ai meccanismi costruiti per controllarli.
È così che, improvvisamente, “più AI” ha smesso di essere una politica completa ed è diventata soltanto una parte del problema.
Obama ha capito che esiste uno spazio politico
È questo che rende significativo il suo intervento. Obama non ha proposto una moratoria e non si è trasformato improvvisamente in un AI doomer. Ha anzi cercato esplicitamente di collocarsi fuori dalla contrapposizione tra catastrofisti e accelerazionisti.
Il punto politico è un altro. Secondo l’ex presidente, i Democratici devono essere in grado di spiegare agli americani che cosa intendono fare con una tecnologia che potrebbe modificare sicurezza, lavoro, istruzione e distribuzione della ricchezza. E la questione non dovrebbe fermarsi alle elezioni di midterm: Obama vorrebbe che i candidati democratici alla presidenza nel 2028 arrivassero con proprie proposte sull’AI.
È un passaggio tutt’altro che banale per un presidente la cui amministrazione era stata considerata particolarmente vicina alla Silicon Valley.
Per una parte importante della politica americana, per molto tempo innovazione tecnologica e progresso economico sono stati quasi sinonimi. Adesso quell’equivalenza sta cominciando a rompersi, non perché l’innovazione abbia improvvisamente perso valore, quanto perché i suoi costi stanno diventando politicamente visibili.
I Democratici stanno cercando di capire fin dove spingersi
Il problema è che non esiste ancora una posizione democratica sull’AI: esistono molte posizioni.
Bernie Sanders e il deputato democratico Greg Casar rappresentano probabilmente quella più radicale. Il 3 settembre hanno annunciato il Ban Artificial Superintelligence Act: divieto permanente di sviluppare e distribuire una futura superintelligenza artificiale e pausa temporanea dello sviluppo dei sistemi AI avanzati fino alla creazione di regole federali di sicurezza. Il progetto prevede anche la ricerca di accordi internazionali per impedire che la superintelligenza venga sviluppata altrove.
Pete Buttigieg, segretario dei trasporti sotto l’amministrazione Biden dal 2021 al 2025, si è collocato più vicino al centro. Intervenendo a Meet the Press, ha detto che servono safeguards, regole e limiti, arrivando a evocare un “kill switch on rogue AI”.
Il governatore della Pennsylvania Josh Shapiro, possibile protagonista della corsa democratica del 2028, ha chiesto al governo federale di intervenire con guardrail nazionali e internazionali. È una posizione particolarmente interessante perché Shapiro arriva da uno Stato che ha corteggiato gli investimenti nell’AI e che contemporaneamente sta sperimentando le tensioni prodotte dall’espansione dei data center.
E poi c’è Jeffries. Il leader democratico alla Camera ha già dichiarato che intervenire sull’AI sarà una priorità e ha criticato i Repubblicani per non aver agito mentre gli stessi CEO del settore riconoscono la necessità di rallentare il ritmo dello sviluppo.
Obama non sta quindi inventando un tema, sta cercando di trasformare una serie di preoccupazioni ancora frammentate in una piattaforma politica.
Trump ha invece una risposta molto più semplice
Vincere. La posizione di Trump ha almeno il vantaggio della chiarezza.
L’intelligenza artificiale è una competizione strategica. Il principale avversario è la Cina. Gli Stati Uniti sono davanti. Qualunque politica che rischi di compromettere quel vantaggio deve essere guardata con sospetto.
Da questo punto di vista, “whoever wins AI wins” potrebbe quasi diventare la versione tecnologica di America First.
Non significa necessariamente assenza di regole. Trump stesso ammette la possibilità di introdurre guardrail. Significa che esiste un vincolo superiore: la sicurezza non può costare agli Stati Uniti la leadership sull’AI.
Ed è precisamente il punto nel quale la discussione americana sulla safety entra in collisione con la geopolitica.
Dario Amodei può chiedere di pace the frontier. Sam Altman può sostenere che alignment e monitoring debbano procedere almeno alla stessa velocità delle capability.
Ma alla Casa Bianca qualcuno deve rispondere a una domanda molto più brutale: che cosa succede se noi rallentiamo e la Cina no?
Trump ha già dato la propria risposta. Non vuole scoprirlo.
Curiosamente, nemmeno i Repubblicani sono tutti sulla stessa linea
Mike Johnson offre una posizione ancora diversa. Lo Speaker repubblicano della Camera respinge una moratoria imposta dal Congresso anche perché, sostiene, fermare gli Stati Uniti permetterebbe alla Cina di superarli.
Ma non nega il problema della sicurezza. Propone invece che Trump, il Congresso e i leader delle principali società AI si siedano allo stesso tavolo e sostiene che le aziende debbano assumersi direttamente la responsabilità della sicurezza dei propri prodotti, perché sono loro a possedere la competenza tecnica e a “spingere la frontiera”.
È una posizione politicamente affascinante. Il Congresso riconosce che potrebbe esistere un rischio sufficientemente importante da richiedere nuovi guardrail, ma lo Speaker del Congresso dice contemporaneamente che il Congresso non dovrebbe essere il soggetto principale incaricato di stabilirli.
Torniamo così alla domanda che attraversa tutta questa fase dell’AI americana: chi governa una tecnologia quando la competenza necessaria per regolarla è concentrata principalmente nelle aziende che la stanno costruendo?
I data center hanno cambiato tutto
Poi esiste un secondo livello, meno spettacolare di una superintelligenza fuori controllo ma probabilmente molto più importante nelle urne di novembre.
Il data center.
Rivista.AI ha seguito negli ultimi mesi la crescente opposizione locale alla costruzione delle infrastrutture necessarie alla corsa americana all’intelligenza artificiale. Il fenomeno ha attraversato Stati e appartenenze politiche: consumo elettrico, acqua, incentivi pubblici, inquinamento e bollette stanno trasformando progetti presentati come infrastrutture strategiche nazionali in problemi estremamente locali.
Ed è qui che l’AI incontra davvero la politica. Un elettore può avere un’opinione astratta sulla possibilità che un giorno esista una superintelligenza, ma ha un’opinione molto più concreta sulla propria bolletta elettrica.
Trump lo ha capito e nelle ultime settimane ha difeso apertamente i data center, sostenendo che chi non li vuole commette un errore. Ma proprio questa posizione crea una tensione all’interno del suo stesso campo politico.
L’America può voler dominare l’AI a Washington e contemporaneamente non volere il data center necessario per dominarla nel proprio distretto elettorale. Non è una contraddizione tecnologica, è una contraddizione elettorale.
Il nuovo cleavage non è destra contro sinistra
Questo rende probabilmente sbagliato leggere ciò che sta accadendo soltanto attraverso la tradizionale divisione americana.
Da una parte troviamo Trump che vuole accelerare e Sanders che vuole fermare la superintelligenza. Ma nel mezzo troviamo CEO dei frontier lab che chiedono di rallentare, un’amministrazione repubblicana che teme la regolazione, Democratici favorevoli agli investimenti tecnologici ma preoccupati dalle conseguenze sociali, governatori che vogliono i miliardi dei data center ma devono rispondere agli elettori che vivono accanto a quelle infrastrutture.
Persino Silicon Valley è divisa. Dario Amodei chiede pacing, Sam Altman lo appoggia con alcune differenze, Meta difende un ecosistema più aperto, Microsoft insiste sul fatto che la governance non debba finire nelle mani di pochi soggetti e Nvidia continua a costruire un’economia fondata sull’espansione del compute.
Non esiste più un fronte tecnologico contrapposto a un fronte regolatorio. Esistono interessi che si intersecano ed è esattamente ciò che rende l’AI politicamente interessante.
Perché il 2026 potrebbe essere l’anno zero della politica dell’AI
Le elezioni di novembre difficilmente saranno decise da un referendum sull’intelligenza artificiale.
Inflazione, economia, immigrazione, politica estera e gli altri grandi temi americani continueranno ad avere un peso maggiore. Ma sarebbe altrettanto sbagliato concludere che l’AI sia ancora troppo astratta per entrare nella campagna.
Perché l’elettore non deve necessariamente votare “sull’AI”. Può votare sulla bolletta aumentata accanto a un nuovo data center, sul timore che il proprio lavoro venga automatizzato, sulla scuola dei figli, sul copyright, sulla concentrazione di potere nelle Big Tech, sugli incentivi pubblici concessi a infrastrutture da miliardi di dollari o sulla paura opposta: che troppe regole permettano alla Cina di vincere la tecnologia più importante della prossima generazione.
Sono tutti problemi differenti, ma politicamente stanno iniziando ad avere lo stesso nome: intelligenza artificiale.
Trump contro Obama è soltanto l’inizio
Per questo il contrasto tra i due rivali politici americani è interessante soprattutto per ciò che anticipa.
Trump offre una narrativa estremamente potente perché estremamente semplice: l’AI è una gara e l’America deve vincerla.
Obama sta suggerendo ai Democratici di costruirne una più complessa: l’AI deve produrre progresso senza permettere che tecnologia, ricchezza e potere sfuggano alla capacità della società di governarli.
La prima entra facilmente in uno slogan. La seconda richiede una politica. E forse è proprio per questo che Obama ha deciso di intervenire.
Perché dopo anni nei quali Washington ha discusso soprattutto di come vincere la corsa all’intelligenza artificiale, la domanda che potrebbe arrivare dagli elettori sta diventando un’altra: vincerla per fare cosa?
Se questa domanda entrerà davvero nelle elezioni di novembre, la corsa americana all’AI avrà superato una nuova frontiera, non tecnologica questa volta ma politica.