Pechino introduce nuovi poteri per impedire l’espatrio quando trasferimenti tecnologici e violazioni degli export control minacciano la sicurezza industriale del Paese. Nelle stesse ore accusa Amodei e i leader americani di “allarmismo” per la richiesta di rallentare la frontier AI. Non è necessariamente una contraddizione: Stati Uniti e Cina stanno costruendo due differenti concezioni della sicurezza dell’intelligenza artificiale. E la corsa comincia a riguardare non soltanto modelli e chip, ma anche le persone che sanno costruirli.

Dopo i chip, potrebbero arrivare gli ingegneri.

Dal 15 settembre la Cina dispone di nuovi strumenti per impedire a propri cittadini di lasciare il Paese quando determinate violazioni delle norme sull’import-export tecnologico possono mettere in pericolo la sicurezza industriale o tecnologica nazionale. Le nuove disposizioni, approvate a luglio dal Consiglio di Stato, prevedono inoltre restrizioni all’espatrio da sei mesi a tre anni per cittadini rientrati in Cina dopo avere compiuto all’estero attività illegali o criminali considerate dannose per la sicurezza o gli interessi nazionali.

Non significa che Pechino abbia semplicemente vietato agli ingegneri dell’intelligenza artificiale di trasferirsi all’estero, sarebbe una lettura eccessiva delle nuove norme.

Ma significa qualcosa di forse più interessante: la mobilità delle persone può entrare nel perimetro degli strumenti utilizzabili per proteggere la sicurezza tecnologica cinese.

Ed è difficile separare questa novità dal momento nel quale arriva.

Stati Uniti e Cina stanno trasformando l’intelligenza artificiale nel principale terreno della loro competizione tecnologica. Washington controlla l’esportazione dei semiconduttori più avanzati. Pechino cerca di ridurne la dipendenza. Entrambi considerano dati, modelli e capacità di calcolo asset strategici.

Adesso nella catena entra esplicitamente un altro elemento: il capitale umano.

La tecnologia non viaggia soltanto dentro un chip

Per buona parte della guerra tecnologica tra Washington e Pechino abbiamo osservato oggetti: GPU Nvidia, macchinari per la litografia, memorie ad alta larghezza di banda, software EDA, data center, materie prime.

Ogni volta la domanda era più o meno la stessa: quale tecnologia può essere esportata, verso chi e a quali condizioni?

L’intelligenza artificiale rende questa logica più complicata, perché una parte della tecnologia non è contenuta in qualcosa che possa essere fermato alla dogana. È nella testa delle persone.

Un ricercatore che ha partecipato all’addestramento di un frontier model porta con sé esperienza sulle procedure di training. Un ingegnere dei semiconduttori conosce problemi produttivi che non compaiono necessariamente in un brevetto. Uno specialista di inference può sapere come ottenere prestazioni migliori da hardware apparentemente inferiore. Un esperto di sistemi distribuiti possiede conoscenze accumulate attraverso anni di tentativi, errori e soluzioni.

Gli economisti la chiamano tacit knowledge. Tradotto vuol dire conoscenza difficile da codificare e quindi difficile da separare dalla persona che la possiede e tutto questo, nell’AI race potrebbe essere uno degli asset più preziosi.

Il talento potrebbe diventare il prossimo export control

La formulazione è volutamente paradossale, perché una persona non è una GPU e non può essere trattata come una merce.

Ma proprio per questo la questione è delicata. Un chip può essere inserito in una lista di prodotti controllati. Un software può richiedere una licenza di esportazione. Un modello può essere protetto attraverso limitazioni sull’accesso ai pesi.

Come si impedisce invece che competenze strategiche attraversino una frontiera insieme alle persone che le possiedono?

Le nuove norme cinesi non forniscono una risposta specifica per l’AI, ma ampliano il perimetro entro il quale Pechino può intervenire quando considera minacciata la propria sicurezza tecnologica. Reuters osserva che restrizioni ai viaggi internazionali esistevano già per funzionari e dirigenti statali con accesso a informazioni riservate; la nuova disciplina formalizza e amplia il sistema di prevenzione dei rischi.

Ed è proprio l’ampiezza delle definizioni a preoccupare alcuni osservatori.

Le autorità possono anche non informare immediatamente una persona della restrizione quando ritengono che farlo possa interferire con un’indagine penale o compromettere la sicurezza nazionale. Analisti interpellati sulla nuova disciplina hanno sottolineato il margine di discrezionalità che concetti come sicurezza tecnologica e nazionale possono lasciare alle autorità.

Quanto questo potere verrà effettivamente applicato a ricercatori, ingegneri e dirigenti dell’ecosistema AI è ancora tutto da verificare. Insomma, il potere giuridico esiste mentre la sua applicazione concreta all’AI deve ancora essere osservata. Ed è una distinzione importante.

Il giorno prima Pechino aveva accusato gli americani di allarmismo

La coincidenza temporale è notevole.

Il 14 settembre, mentre negli Stati Uniti esplodeva il dibattito sulla proposta di Dario Amodei di rallentare la crescita delle capability dei frontier model, il ministero degli Esteri cinese rispondeva in maniera piuttosto netta.

“Fearmongering, confrontation and vicious competition” non farebbero altro che compromettere una corretta governance globale dell’AI, ha dichiarato il portavoce Guo Jiakun, sostenendo invece uno sviluppo dell’intelligenza artificiale aperto, inclusivo e orientato al bene comune.

Il bersaglio non era soltanto il pacing.

Nel suo intervento Amodei aveva sostenuto contemporaneamente la necessità di rallentare la frontier AI e quella di preservare il più ampio vantaggio possibile delle democrazie sulle autocrazie. Aveva inoltre chiesto di mantenere forti controlli sull’esportazione verso la Cina dei chip più avanzati e di contrastare l’utilizzo dell’output dei modelli americani per addestrare concorrenti attraverso la distillation.

Vista da Pechino, la proposta contiene quindi due messaggi: 1) rallentiamo; 2) impediamo alla Cina di recuperare terreno.

Ed è la combinazione dei due a rendere geopolitico un dibattito nato apparentemente dalla safety.

Pechino non pensa affatto che l’AI sia innocua

Si potrebbe concludere che la Cina rappresenti semplicemente il fronte dell’accelerazione ma sarebbe un errore.

Quasi nelle stesse ore in cui il ministero degli Esteri respingeva l’allarmismo americano, Chen Yixin, ministro della Sicurezza dello Stato e vertice dell’intelligence cinese, pubblicava una valutazione dell’AI molto meno rassicurante.

Per Chen, l’intelligenza artificiale è diventata una “nuova arena di rivalità strategica tra le grandi potenze”. Può minacciare infrastrutture critiche, dati nazionali, segreti commerciali e privacy; può ridurre il costo degli attacchi informatici e può essere utilizzata da “forze ostili” per produrre informazioni dannose e influenzare l’opinione pubblica cinese.

Il ministro chiede quindi maggiore capacità di prevenzione, più controllo sulle tecnologie fondamentali e una riduzione della dipendenza da componenti estere, compresi i chip avanzati.

Pechino, insomma, non sta dicendo che l’intelligenza artificiale non sia pericolosa, sta descrivendo un pericolo differente. Ed è forse questo il passaggio più importante.

Due idee di AI safety

Negli Stati Uniti il dibattito esploso intorno ad Amodei parte soprattutto dalle capacità del modello: agenti autonomi, cybersecurity, biologia, recursive self-improvement, perdita di controllo, alignment.

Il problema può essere sintetizzato in una domanda: che cosa potrebbe essere capace di fare il modello?

La sicurezza descritta da Chen parte invece soprattutto dalla posizione dell’AI dentro il conflitto tra Stati: spionaggio, dati strategici, disinformazione, stabilità politica, infrastrutture critiche, chip, dipendenza tecnologica, guerra.

La domanda allora diventa: che cosa potrebbe fare l’avversario con il modello?

Naturalmente la distinzione non è assoluta: Washington considera l’AI una questione di sicurezza nazionale e Pechino regolamenta anche i rischi tecnici dei modelli.

Ma cambia il baricentro: una è prevalentemente una model safety, l’altra assume sempre più la forma di una state security.

Ed entrambe possono produrre restrizioni molto concrete.

Slow the frontier. Protect the frontier.

È qui che torna il paradosso emerso nella nostra analisi di “Chi governa la frontiera”.

Amodei non propone semplicemente di rallentare l’intelligenza artificiale. Sostiene che la crescita delle capability debba procedere più lentamente affinché safety e interpretability possano recuperare terreno. Ma sostiene anche che le democrazie debbano conservare il più ampio vantaggio possibile rispetto alle autocrazie ovvero, in termini brutali: slow the frontier, protect the frontier.

Pechino ha perfettamente compreso la seconda metà dell’equazione.

La stampa cinese ha interpretato le proposte americane come il possibile tentativo di trasformare la safety in uno strumento per congelare l’attuale vantaggio statunitense. Anche Chen ha accusato alcuni Paesi di utilizzare la sicurezza nazionale per limitare l’accesso al progresso tecnologico di altri Stati.

Non dimostra che questa sia la motivazione delle proposte di Amodei, dimostra però quanto sia difficile costruire una governance globale dell’AI quando ogni misura di sicurezza produce anche conseguenze sulla distribuzione del potere tecnologico.

Il fatto che un rischio sia reale non rende geopoliticamente neutrale la risposta a quel rischio.

Perché dovrebbe rallentare chi sta inseguendo?

Vista da Washington, la domanda è semplice. Perché gli Stati Uniti dovrebbero rallentare se la Cina continua a correre? Donald Trump l’ha sostanzialmente formulata così quando ha respinto le richieste di intervento sulla velocità dello sviluppo: gli Stati Uniti sono davanti alla Cina e “whoever wins AI, wins”.

Vista da Pechino, però, esiste una domanda speculare: perché la Cina dovrebbe accettare un rallentamento proprio mentre cerca di ridurre il vantaggio americano?

Questo trasforma il dilemma che Amodei individua tra i frontier lab in qualcosa di molto più grande. Anthropic non vuole rallentare da sola se OpenAI continua e OpenAI non può rallentare se Google continua.

Ma anche se tutte le aziende americane raggiungessero un accordo, rimarrebbe un altro giocatore: la Cina. E viceversa.

Il tema diventata quindi una questione geopolitica e segue la stessa logica: gli Stati Uniti non vogliono rallentare unilateralmente perché temono che la Cina li raggiunga; la Cina non vuole rallentare perché teme che gli Stati Uniti utilizzino il vantaggio esistente per renderlo permanente.

Entrambi sostengono che l’altro utilizzi la sicurezza nazionale per limitare la competizione ed entrambi stanno contemporaneamente aumentando il controllo sul proprio ecosistema tecnologico.

Non stiamo quindi necessariamente andando verso una divisione tra AI regolata e AI libera, ma potremmo andare verso qualcosa di diverso: due ecosistemi AI sempre più controllati al proprio interno e sempre meno permeabili tra loro.

Ed è qui che le nuove restrizioni cinesi alla mobilità assumono un significato strategico molto maggiore.

Gli Stati Uniti controllano ciò che entra. La Cina anche ciò che esce

La simmetria non deve essere spinta troppo lontano: sistemi politici, strumenti giuridici e limitazioni delle libertà individuali sono profondamente differenti.

Ma dal punto di vista della competizione tecnologica una dinamica è riconoscibile. Washington ha cercato di controllare ciò che può arrivare alla Cina partendo dai chip e dal software fino al know-hos sensibile. Pechino sta costruendo strumenti per controllare ciò che può lasciare il proprio ecosistema: tecnologia, dati, proprietà industriale ma anche competenze e capitale umano.

Non sono politiche equivalenti evidentemente, ma rispondono allo stesso cambiamento fondamentale. L’intelligenza artificiale non è più trattata soltanto come un settore industriale, è diventata capacità nazionale.

Perché possedere centinaia di migliaia di GPU non basta se mancano le persone capaci di utilizzarle. Avere i migliori ricercatori non basta se non possono accedere ai chip. Un frontier model non nasce da una singola tecnologia ma dall’interazione tra capitale, energia, semiconduttori, infrastruttura, algoritmi, dati e competenze.

La AI race sta trasformando progressivamente ognuno di questi elementi in un problema di sicurezza nazionale.

Il rischio di una cortina tecnologica

Questa è forse la conseguenza più importante. La crescita dell’industria tecnologica è stata favorita, soprattutto negli ultimi decenni, dalla straordinaria mobilità internazionale delle competenze.

Ricercatori cinesi hanno lavorato nelle università americane così come ingegneri americani ed europei hanno collaborato con aziende asiatiche. I laboratori internazionali hanno pubblicato ricerca condivisa. I semiconduttori progettati in un Paese venivano fabbricati in un altro e assemblati in un terzo.

Adesso, l’AI potrebbe cominciare a invertire quella logica. Prima sono arrivati gli export control sui chip, poi le restrizioni sugli investimenti, poi il controllo sui modelli e sulla distillation.

Ora la Cina formalizza nuovi poteri sulla mobilità collegati alla sicurezza tecnologica. Il rischio è che la competizione non produca soltanto due stack tecnologici ma che produca progressivamente anche due ecosistemi della conoscenza.

E quando smettono di circolare le persone, la separazione diventa molto più profonda di quella provocata da un embargo su una GPU.

Il prossimo tavolo sarà politico

Tutto questo arriva mentre Washington e Pechino si preparano a nuovi colloqui nei quali la governance dell’intelligenza artificiale dovrebbe avere un ruolo importante. Le indiscrezioni delle ultime settimane indicano proprio AI governance e sicurezza tra i dossier che potrebbero entrare nel confronto tra Donald Trump e Xi Jinping.

La difficoltà è evidente.

Per raggiungere un accordo sul pacing, Stati Uniti e Cina dovrebbero prima concordare almeno implicitamente su che cosa debba essere reso sicuro.

Il modello? L’umanità? La stabilità dello Stato? Il vantaggio militare? I dati? La proprietà intellettuale? La competizione? Non sono necessariamente la stessa cosa.

E finché la sicurezza di uno viene percepita dall’altro come una possibile limitazione del proprio sviluppo, qualsiasi governance globale rischia di assomigliare a una negoziazione sul potere.

Gli Stati Uniti hanno trasformato i semiconduttori avanzati in strumenti di politica estera. La Cina investe nella capacità di sostituirli.

Washington cerca di proteggere modelli, pesi e tecnologie strategiche. Pechino rafforza il controllo su dati, trasferimenti tecnologici e ora, in determinate circostanze, anche sulla possibilità delle persone di lasciare il Paese.

Washington teme che Pechino raggiunga la frontiera. Pechino teme che Washington utilizzi la frontiera per impedirle di raggiungerla.

Entrambe parlano di sicurezza dell’intelligenza artificiale, ma sempre più spesso la cosa che vogliono rendere sicura non è soltanto l’AI. È il proprio vantaggio sull’altra.