La Camera approva quasi all’unanimità una legge per impedire che i costi energetici dei data center ricadano sui cittadini. Al Senato il provvedimento si blocca perché per alcuni Democratici non è abbastanza severo. Intanto arrivano proposte per togliere gli incentivi fiscali e la California prepara tariffe specifiche su energia e acqua. A poche settimane dalle Midterm, il backlash contro i data center sta facendo un salto: dalla protesta alle regole economiche del Capex AI.
Quattrocentodiciassette a tre. In una Washington nella quale trovare un accordo bipartisan è diventato quasi più difficile che trovare qualche gigawatt libero sulla rete elettrica, il risultato merita attenzione.
Il 16 settembre la Camera dei Rappresentanti degli Stati Uniti ha approvato con 417 voti favorevoli e appena tre contrari il Ratepayer Protection Act, una legge costruita attorno a un principio piuttosto semplice: se un grande data center richiede nuove centrali, linee elettriche, sottostazioni e infrastrutture di rete, il costo non dovrebbe finire sulla bolletta di chi vive nelle case circostanti.
Non è esattamente la posizione che ci si aspetterebbe nel Paese che vuole dominare la corsa mondiale all’intelligenza artificiale.
Perché gli Stati Uniti continuano a volere più AI, più data center, più GPU e più capacità computazionale. L’amministrazione Trump considera l’infrastruttura AI una componente della competizione strategica con la Cina e il presidente ha definito i data center la nuova “Golden Goose” dell’economia americana.
Ma l’America sta cominciando ad aggiungere una condizione: costruiteli pure, ma pagateveli.
Il conto dell’intelligenza artificiale
Il Ratepayer Protection Act non introduce una tariffa federale e non ordina automaticamente alle utility di mandare il conto a Big Tech. Se vogliamo il meccanismo è più sottile.
La legge chiede ai regolatori statali e alle utility non regolamentate di valutare nuovi standard per i grandi carichi superiori ai 100 MW, facendo in modo che venga recuperato dal cliente il costo incrementale completo della nuova generazione elettrica e delle infrastrutture di trasmissione e distribuzione necessarie a servirlo.
Prevede inoltre garanzie finanziarie prima della costruzione degli upgrade della rete e meccanismi che consentano di recuperare i costi nel caso in cui il cliente abbandoni anticipatamente il contratto o riduca drasticamente il proprio fabbisogno.
È un dettaglio particolarmente importante, perché il rischio che Washington sta cercando di trasferire non riguarda soltanto il data center che verrà effettivamente costruito ma anche quello che potrebbe non esserlo.
Negli ultimi mesi le utility americane hanno accumulato richieste di connessione per centinaia di gigawatt, una parte delle quali deriva da progetti duplicati, speculativi o ancora lontani da una decisione finale di investimento. È quella che abbiamo definito ghost demand: megawatt prenotati sulla carta che possono obbligare la rete a pianificare investimenti prima di sapere quanta domanda diventerà reale.
Se una utility costruisce una sottostazione o una linea per servire un campus da un miliardo di watt e quel campus non arriva, qualcuno deve comunque pagare. E il Congresso ha appena detto che quel qualcuno non dovrebbe essere la famiglia che vive dall’altra parte della strada.
417 a 3 dice qualcosa che va oltre la legge
Il provvedimento era già passato a luglio dalla Commissione Energy and Commerce con un voto 52 a zero. Alla Camera il consenso è diventato ancora più evidente: 417 a 3.
Il numero è politicamente più interessante della portata immediata della legge. Molti Stati stanno infatti già introducendo tariffe specifiche per i grandi carichi. Secondo una ricognizione citata da Utility Dive, soltanto 13 Stati non avevano ancora una qualche forma di tariffa destinata ai data center o ad altri grandi consumatori elettrici e almeno tre stavano valutando nuovi requisiti.
Il Ratepayer Protection Act, quindi, potrebbe fare meno di quanto suggerisca il suo nome, ma racconta molto di più, ovvero che, a poche settimane dalle elezioni di Midterm, nessun partito vuole arrivare davanti agli elettori con l’accusa di aver fatto pagare loro la rete elettrica necessaria all’AI.
Ed è qui che la questione energetica diventa elettorale.
Al Senato il problema è che la legge non sarebbe abbastanza dura
La dimostrazione è arrivata appena ventiquattro ore dopo. Il repubblicano Jon Husted, senatore dell’Ohio, ha cercato di ottenere il consenso unanime del Senato per approvare rapidamente il testo votato dalla Camera, ma il democratico Martin Heinrich del New Mexico lo ha bloccato.
Non perché ritenga che i data center debbano pagare meno, per la ragione opposta. Heinrich sostiene che il provvedimento della Camera non obblighi abbastanza chiaramente i grandi operatori a sostenere i costi della rete e non affronti adeguatamente anche il problema del consumo di acqua. Ha quindi cercato di far passare una propria proposta, il GRID Savings Act, che affiderebbe alla Federal Energy Regulatory Commission il compito di definire regole più stringenti sulle connessioni dei grandi carichi, sulla ripartizione dei costi e sulle garanzie finanziarie.
A bloccare quella proposta è stato a sua volta il repubblicano Bernie Moreno dell’Ohio. È difficile trovare una rappresentazione migliore del nuovo paradosso politico dei data center americani.
I due partiti non stanno litigando sul fatto che le famiglie debbano essere protette, stanno litigando su come farlo e su chi possa rivendicarne il merito prima delle elezioni.
Dopo l’energia arrivano le tasse
E mentre il Congresso discute su chi debba pagare la rete, un gruppo di Democratici ha aperto un secondo fronte. Ventiquattro ore dopo il voto della Camera, 25 deputati guidati da Kristen McDonald Rivet del Michigan e Don Davis della North Carolina hanno presentato il Reverse Big Ugly Tax Breaks for Data Centers Act.
Il nome lascia poco spazio all’interpretazione politica. La proposta punta a escludere i data center da alcuni incentivi fiscali ampliati dal One Big Beautiful Bill Act firmato da Trump nel 2025, compresa la possibilità di utilizzare la bonus depreciation al 100% e determinati benefici legati alle Opportunity Zones.
La probabilità che una proposta del genere diventi rapidamente legge nell’attuale configurazione del Congresso è una questione diversa ma politicamente il segnale è importante.
Fino a pochi mesi fa gli incentivi ai data center erano principalmente uno strumento con cui Stati e amministrazioni locali cercavano di conquistare miliardi di investimenti.
Adesso gli stessi incentivi possono essere presentati in campagna elettorale come sussidi concessi a Big Tech mentre le famiglie pagano bollette più alte. La direzione del messaggio si è capovolta.
Acqua ed elettricità cominciano a diventare la stessa questione
Per molto tempo il dibattito sui data center ha trattato acqua ed energia come due problemi distinti. Adesso non lo sono più.
Un grande campus AI deve dimostrare contemporaneamente dove troverà i megawatt, come verrà raffreddato, quanta acqua utilizzerà, quali infrastrutture pubbliche dovranno essere potenziate e soprattutto chi pagherà per farlo.
La California sta cercando di rendere visibili entrambi i consumi, il Texas sta sottoponendo i grandi progetti a controlli sempre più dettagliati su energia e disponibilità idrica e comunità in Arizona, Florida, Maryland e Virginia stanno mettendo l’acqua al centro delle proprie moratorie e dei nuovi processi autorizzativi.
La formula politica che emerge è sorprendentemente simile in Stati molto diversi tra loro: il data center può arrivare, purché non presenti il conto dopo essere arrivato.
Dal Capex tecnologico al Capex territoriale
Per Big Tech la conseguenza più interessante riguarda quindi il significato stesso della parola Capex.
Spendere cento miliardi di dollari in infrastruttura AI non significa più soltanto comprare GPU, server, edifici e sistemi di raffreddamento. Significa assicurarsi energia, finanziare sottostazioni, garantire capacità di generazione, sstenere eventuali potenziamenti delle reti idriche, fornire garanzie finanziarie alle utility e, sempre più spesso, finanziare infrastrutture o compensazioni per le comunità che ospitano i campus.
È una sorta di Capex territoriale che si aggiunge al Capex tecnologico.
Non necessariamente ridurrà gli investimenti complessivi. Anzi, può produrre l’effetto apparentemente paradossale di far crescere ancora di più la spesa necessaria per ottenere la stessa quantità di compute, ma modifica l’economia del progetto.
Un gigawatt non costa più soltanto quanto la centrale
C’è poi un secondo effetto. Se il data center deve sostenere anticipatamente una quota maggiore dell’infrastruttura elettrica, aumenta il capitale che deve essere impegnato prima che il campus produca un singolo token e aumenta anche il valore della certezza.
Una localizzazione nella quale rete, acqua, permitting e struttura tariffaria sono prevedibili può diventare finanziariamente più interessante di un territorio che offre incentivi fiscali maggiori ma non è in grado di garantire quando il progetto verrà energizzato.
È la distinzione tra Capex annunciato e Capex eseguibile.
Il primo misura quanti miliardi Big Tech vuole spendere. Il secondo misura quanti di quei miliardi possono diventare capacità computazionale nei tempi previsti.
Ed è probabilmente il secondo numero che dovremo osservare con maggiore attenzione nei prossimi anni.
Questo non significa che l’America stia rallentando i data center, anzi. Gli Stati Uniti continuano a costruire data center a una velocità straordinaria. Le Big Tech continuano ad annunciare investimenti enormi e molte delle nuove regole non bloccano i progetti: cercano principalmente di modificarne la distribuzione dei costi.
Il punto vero non è che l’America abbia deciso di fermare l’AI, è quasi l’opposto: vuole continuare a costruirla, ma sta iniziando a discutere seriamente chi debba pagare l’infrastruttura fisica necessaria a farla funzionare.
La politica sta entrando nel modello finanziario dell’AI
È proprio questo il punto. Per mesi l’opposizione ai data center è sembrata una questione essenzialmente locale: una contea preoccupata per l’acqua, un quartiere contrario a un campus, una città che introduce una moratoria, una comunità rurale che protesta contro una nuova linea elettrica.
Poi il tema è entrato nelle campagne dei governatori, adesso è arrivato dentro il Congresso. E contemporaneamente stanno cambiando le regole su tariffe elettriche, garanzie finanziarie, incentivi fiscali, acqua e costi infrastrutturali.
È questo il passaggio importante. Il backlash contro i data center non ha ancora fermato il boom del Capex AI, ma sta iniziando a riscriverne il conto economico.
Trump può continuare a chiamarli la “Golden Goose” dell’America, ma 417 deputati hanno appena aggiunto una postilla: l‘oca d’oro può restare, ma la bolletta deve pagarla lei.