
La battuta sembra scritta da un copywriter di Silicon Valley con un senso dell’umorismo particolarmente cattivo: il cardinale Michael Czerny, incaricato di coordinare la nuova Commissione interdicasteriale del Vaticano sull’intelligenza artificiale, ha ammesso di non utilizzare ancora l’AI. «No, not yet. I just haven’t had the time», ha risposto a Anne McElvoy nel podcast Brussels Playbook Week Ender. Non si tratta però di un rifiuto tecnologico. Czerny ha aggiunto di essere «quite willing and happy to learn» e di considerare quasi un dovere morale fare esperienza diretta degli strumenti che la Chiesa si propone di comprendere. La dichiarazione, raccolta a Berlino durante il WELT AI Summit, è stata riportata da POLITICO e ripresa da altre testate.
La notizia non riguarda davvero il fatto che un cardinale non utilizzi ChatGPT. Riguarda qualcosa di molto più serio: la distanza tra governare una tecnologia e averne esperienza concreta. Il Vaticano ha istituito formalmente la Commissione interdicasteriale sull’intelligenza artificiale nel maggio 2026, dopo un’udienza di Papa Leone XIV con Czerny il 3 maggio. Il documento ufficiale della Santa Sede affida alla commissione il compito di facilitare collaborazione e scambio di informazioni sulle attività legate all’AI, comprese le politiche per il suo utilizzo all’interno della Santa Sede. Il primo anno di coordinamento è affidato al Dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale guidato da Czerny.
Questo rende la frase del cardinale più interessante di quanto sembri. Nel settore tecnologico siamo abituati a dirigenti che parlano di intelligenza artificiale come se avessero personalmente addestrato un modello transformer durante la pausa caffè. La realtà organizzativa è spesso molto diversa. Molti decisori discutono di AI senza aver mai osservato davvero cosa accade quando un modello produce una risposta, inventa una citazione, interpreta male un documento, mantiene contesto, utilizza uno strumento esterno oppure viene inserito in un processo aziendale dove l’errore non è più una stranezza linguistica ma un evento operativo. Il problema non è quindi che Czerny non abbia ancora usato un chatbot. Il problema, più generale, è che la governance dell’AI richiede una conoscenza esperienziale della tecnologia, non soltanto una conoscenza morale dei suoi effetti.
La Santa Sede, peraltro, non sta affrontando l’intelligenza artificiale come un fenomeno puramente filosofico. La commissione coinvolge sette organismi vaticani, fra cui il Dicastero per la Dottrina della Fede, il Dicastero per la Cultura e l’Educazione, il Dicastero per la Comunicazione, la Pontificia Accademia per la Vita, la Pontificia Accademia delle Scienze e la Pontificia Accademia delle Scienze Sociali. L’obiettivo dichiarato è trasversale: studiare gli effetti dell’AI sugli esseri umani e sull’umanità, coordinare iniziative e contribuire alle politiche interne della Santa Sede. La commissione si è riunita per la prima volta a giugno, affrontando esplicitamente velocità dell’evoluzione tecnologica, dignità umana, rapporto con il settore tecnologico e rischi etici, sociali, culturali e ambientali.
Il tempismo è significativo. Mentre Czerny ammette di non utilizzare ancora l’AI, Papa Leone XIV ha fatto dell’intelligenza artificiale uno degli assi intellettuali del suo pontificato. La sua prima enciclica, Magnifica Humanitas, presentata il 25 maggio, è dedicata alla protezione della persona nell’epoca dell’intelligenza artificiale e sostiene che la tecnologia debba essere ricondotta al servizio del bene comune e della dignità umana. Durante la presentazione, alla quale intervenne anche Czerny, il Vaticano insistette sul fatto che la Chiesa non pretende di fornire risposte tecniche, ma vuole portare nella discussione una competenza diversa, quella relativa alla dimensione umana.
A Parigi, il 25 settembre, Leone XIV ha portato questo messaggio direttamente al cuore politico e culturale europeo. All’Eliseo, davanti a Emmanuel Macron e a circa 500 rappresentanti delle istituzioni francesi, ha avvertito del rischio di perdere l’umanità dentro quello che ha definito un «paradise of machines», sostenendo che l’educazione al discernimento etico diventa necessaria mentre sistemi artificiali entrano sempre più profondamente nella vita quotidiana. Alla sede UNESCO ha poi ribadito che la tecnologia deve rimanere al servizio della persona e non trasformarsi in uno strumento di dominio o ingiustizia. L’Eliseo conferma che AI e cambiamento tecnologico erano fra i principali temi del confronto fra Macron e il pontefice.
La contraddizione apparente fra un Papa che parla con crescente frequenza di AI e il cardinale responsabile della commissione che dichiara di non usarla è quindi quasi istruttiva. La Chiesa sembra avere compreso una cosa che molti governi e molte imprese stanno ancora imparando: parlare di intelligenza artificiale non equivale a governarla. Per governarla occorre sapere dove passa il dato, quali sono i limiti del modello, come viene gestito il contesto, chi controlla l’infrastruttura, quali strumenti vengono chiamati dall’agente, dove finiscono i log, quali dati vengono conservati e soprattutto quale essere umano mantiene l’autorità sull’ultima decisione.
Czerny ha infatti aggiunto un elemento molto più importante della sua ammissione iniziale. Ha detto di ritenere un «moral duty» utilizzare personalmente l’AI, proprio per acquisire esperienza e capire se possa aiutarlo nel lavoro. È una posizione sorprendentemente pragmatica. L’etica dell’AI senza pratica rischia di diventare una liturgia: parole solenni, principi corretti, nessuna comprensione del sistema che si pretende di giudicare. Al contrario, utilizzare direttamente un modello significa incontrarne anche le piccole miserie quotidiane, dalle allucinazioni alle risposte plausibili ma sbagliate, dalla dipendenza dal prompt alla difficoltà di verificare le fonti. È precisamente in questo attrito fra principio e macchina che nasce una governance seria.
Il secondo elemento della vicenda riguarda l’Europa. Da Berlino Czerny ha invitato politici europei e vescovi a prendere più seriamente gli avvertimenti sui rischi dei modelli frontier e sulla possibilità di perdere controllo e supervisione umana. Ha chiesto un dialogo fra governi europei e Chiesa per intercettare le preoccupazioni della popolazione prima che eventuali problemi diventino irreversibili. Il messaggio arriva mentre Bruxelles continua a discutere l’applicazione dell’AI Act e la responsabilità dei grandi sviluppatori di modelli. La questione europea non è soltanto quanto regolamentare l’AI, ma quanto potere regolatorio possa realmente esercitare un continente che non dispone di aziende frontier paragonabili per scala ai grandi operatori statunitensi e cinesi.
Qui la posizione del Vaticano assume una dimensione geopolitica insolita. La Santa Sede non possiede hyperscaler, GPU farm o laboratori frontier; non può competere con Microsoft, Google, Meta, Anthropic o OpenAI sul terreno dell’infrastruttura. Può però intervenire sul terreno della legittimità. È un tipo di potere completamente diverso, più lento e meno misurabile, ma storicamente rilevante: stabilire quali categorie morali e sociali debbano essere considerate quando una tecnologia diventa infrastruttura della società. Nel momento in cui l’AI passa dal chatbot sperimentale al sistema che decide assunzioni, credito, diagnosi, sicurezza, accesso ai servizi e produzione dell’informazione, la domanda non è più soltanto se il modello sia accurato. Diventa chi abbia il diritto di delegargli una decisione.
La vicenda Czerny contiene quindi una lezione utile anche al di fuori del Vaticano. Un responsabile della governance tecnologica che non usa ancora la tecnologia che deve governare può sembrare anacronistico. Un responsabile che decide di utilizzarla proprio perché vuole capire personalmente cosa sta governando può invece rappresentare l’inizio di un approccio più adulto. La differenza sta tutta nella seconda frase. Se l’AI viene giudicata senza essere conosciuta, l’etica rischia di diventare astrazione. Se viene adottata senza essere giudicata, l’innovazione diventa fede.
Il Vaticano potrebbe aver prodotto, involontariamente, una delle definizioni più concrete del problema della governance dell’AI nel 2026. Prima di decidere cosa l’intelligenza artificiale debba fare agli esseri umani, bisogna avere il coraggio di usarla abbastanza da capire cosa faccia davvero. E possibilmente prima che qualcuno affidi alla macchina anche la decisione su quando iniziare a usarla.