libro di Paolo Benanti
Mondadori / Silvio Berlusconi Editore, 2026
Nel luglio 1656 la comunità ebraica di Amsterdam scagliò contro Baruch Spinoza uno dei cherem più brutali della tradizione rabbinica. Non si limitò a una censura dottrinale: maledisse il filosofo con le stesse formule usate da Giosuè contro Gerico, lo dichiarò impuro e vietò a ogni ebreo di parlargli, di abitare sotto lo stesso tetto o anche solo di avvicinarsi a meno di quattro cubiti. Spinoza divenne un morto civile. Quattro secoli dopo, nell’estate del 2025, Nicolas Guillou, magistrato francese della Corte penale internazionale, subisce una sorte analoga. Dopo aver contribuito all’emissione di mandati di arresto contro Benjamin Netanyahu e Yoav Gallant, viene colpito dalle sanzioni dell’Office of Foreign Assets Control americano. Da un giorno all’altro spariscono i suoi account Google e Meta, le carte di credito cessano di funzionare, i canali finanziari si chiudono, le prenotazioni alberghiere vengono annullate. Senza processo, senza appello, senza possibilità di difesa. Una «morte digitale».
Paolo Benanti prende questo fatto di cronaca e lo trasforma in una riflessione filosofico-politica di rara densità. Il risultato è un libriccino breve, teso, quasi febbrile, che riesce a essere contemporaneamente pamphlet, saggio di filosofia del diritto e allarme geopolitico. Benanti, francescano, teologo e filosofo dell’intelligenza artificiale, non è un novizio in queste materie: ha lavorato con le Nazioni Unite sull’AI e collabora con la Santa Sede e il governo italiano. Conosce i meccanismi tecnici quanto i classici. E usa entrambi con precisione chirurgica.
Il parallelo con Spinoza non è un ornamento retorico. È la chiave di lettura. Allora l’esclusione avveniva dalla communio religiosa; oggi avviene dalla communio digitale globale. La differenza è di scala e di potenza. La scomunica seicentesca isolava un individuo all’interno di una comunità limitata. Le sanzioni OFAC, applicate attraverso Google, Visa, Mastercard, SWIFT e le piattaforme americane, cancellano una persona dal tessuto stesso della vita contemporanea. Non è più necessario confinare il corpo: basta spegnere l’identità digitale. Benanti chiama questa figura Homo peregrinus riprendendo la categoria romana dello straniero e mostra come la modernità costituzionale, costruita per proteggere il cittadino dal potere territoriale dello Stato, risulti improvvisamente disarmata di fronte a un potere ibrido, extraterritoriale e privato.
Il libro procede per cerchi concentrici. Prima ricostruisce minuziosamente il caso Guillou: i mandati della CPI, la reazione americana sotto la seconda amministrazione Trump, la catena di conseguenze pratiche (impossibilità di pagare bollette, di comunicare, di viaggiare). Poi amplia lo sguardo ai sistemi di pre-clearance e all’iniziativa One ID della IATA. Qui la tesi diventa ancora più inquietante. Le compagnie aeree sono ormai agenti esecutivi di decisioni prese da governi stranieri: un cittadino francese può vedersi negato l’imbarco a Parigi perché un algoritmo americano ha deciso che non è ammissibile. La libertà di movimento, diritto fondamentale, viene mediata da un’autorizzazione preventiva digitale, spesso opaca e non ricorribile in tempo utile. Il confine non è più geografico: è temporale e algoritmico. Si sposta prima della partenza e diventa invisibile.
Benanti non si limita alla descrizione. Interroga i fondamenti. La separazione dei poteri di Montesquieu, le garanzie costituzionali del secondo Novecento, il principio di sovranità: tutto presuppone che il potere sia esercitato all’interno di un contenitore territoriale. Quando il potere opera da fuori, attraverso corporazioni globali che rispondono a un’agenzia federale americana, quelle tutele diventano pezzi di carta. La Corte costituzionale francese non può ordinare a Google di sbloccare un account. Il Parlamento non legifera sull’OFAC. Il presidente non può far valere una sentenza senza l’assenso di Washington. Si tratta, scrive Benanti, di una simultaneus concentratio trium potestatum realizzata da un soggetto privato globale. Se fosse uno Stato, sarebbe la tirannia. Essendo una corporation, è «solo» business compliance.
Il saggio dialoga con una costellazione di autori Agamben e la nuda vita, Arendt e le origini del totalitarismo, Foucault e il potere disciplinare, Zuboff e il capitalismo della sorveglianza, Floridi e l’onlife, Golumbia e il cyberlibertarismo senza mai cadere nella citazionite. Ogni riferimento è funzionale. L’analisi del cyberlibertarismo come guscio esterno del neoliberalismo è particolarmente tagliente: la retorica della libertà tecnologica maschera la sostituzione della sovranità democratica con una sovranità corporativa e algoritmica. La tecnologia non è neutra; è un programma politico.
Ci sono limiti. Il libro è breve e talvolta procede per accelerazioni. Alcuni passaggi tecnici (Cloud Act, meccanismi di delisting OFAC, architetture API/IATA) avrebbero meritato maggiore spazio esplicativo per il lettore non specialista. La polemica anti-americana, seppur fondata sui fatti, rischia in certi momenti di semplificare la complessità delle interdipendenze transatlantiche e la proposta positiva rimane, per necessità, soltanto abbozzata: cloud sovrani, monete digitali europee, rafforzamento della sovranità digitale continentale. Benanti è più forte nel diagnostico che nel prescrittivo, ma questo non indebolisce il saggio: ne rivela piuttosto la natura di intervento d’urgenza.
Ciò che rende Il caso Guillou particolarmente riuscito è la capacità di legare il particolare all’universale senza perdere il senso del dramma individuale. Guillou non è solo un giudice: è il sintomo di una condizione che può toccare chiunque. Quando l’esistenza digitale diventa coestensiva all’esistenza tout court, chi controlla le infrastrutture controlla la possibilità stessa di essere riconosciuto come persona. La «morte digitale» non è una metafora. È una pratica operativa.
In un’epoca in cui il dibattito pubblico sull’intelligenza artificiale oscilla tra entusiasmo utopico e panico apocalittico, Benanti offre qualcosa di più raro: un’analisi fredda e filosoficamente fondata del potere che già esiste. Non quello futuro delle macchine superintelligenti, ma quello presente delle piattaforme, delle sanzioni e delle liste. Un potere che non ha bisogno di carri armati. Gli basta un click.
Il parallelo con Spinoza, alla fine, si chiude con una nota inquietante. Spinoza, isolato, scrisse l’Etica. Guillou, isolato, resta un magistrato senza strumenti. La modernità aveva promesso che la ragione avrebbe protetto l’individuo dall’arbitrio. Oggi l’arbitrio ha imparato a parlare il linguaggio del codice e della compliance. E la ragione, per ora, sembra in ritardo.