Negli ultimi mesi il dibattito sull’intelligenza artificiale negli studi legali si è concentrato soprattutto su ciò che un avvocato non dovrebbe fare: non inserire informazioni riservate in un chatbot consumer, non affidarsi a una risposta senza verificarla, non citare precedenti senza controllare che esistano davvero. Indicazioni necessarie, soprattutto dopo i casi di citazioni inventate finite negli atti giudiziari. Ma potrebbero averci fatto guardare il problema dalla parte sbagliata.
Quando un avvocato inserisce il primo documento di un cliente in un sistema di intelligenza artificiale, alcune delle decisioni più importanti sono già state prese. Qualcuno ha scelto il fornitore, accettato le sue condizioni contrattuali, stabilito dove possano essere elaborati i dati, quanto a lungo possano essere conservati, se possano essere utilizzati per migliorare il servizio e quali soggetti possano eventualmente accedervi.
In altre parole, il primo controllo sull’AI legale potrebbe non riguardare il prompt, potrebbe riguardare il contratto.
E alcune decisioni arrivate quest’anno dai tribunali americani mostrano perché.
Quando anche il contratto con l’AI diventa rilevante
Alcune recenti decisioni dei tribunali americani hanno cominciato ad affrontare una questione nuova: che cosa succede alla riservatezza delle informazioni legali quando vengono condivise con un sistema di intelligenza artificiale?
I giudici non hanno dato una risposta univoca. In casi diversi, che hanno coinvolto l’utilizzo di Claude e ChatGPT, hanno valutato non soltanto quali informazioni fossero state condivise, ma anche quale versione del servizio fosse stata utilizzata e quali garanzie offrisse il fornitore sul trattamento dei dati.
Particolarmente significativo è il caso Morgan v. V2X, nel quale il tribunale ha indicato alcune condizioni per l’utilizzo dell’AI con informazioni confidenziali: il provider non dovrebbe poter utilizzare gli input per addestrare i propri modelli, la divulgazione a terzi deve essere limitata e deve essere possibile richiedere la cancellazione dei dati.
Sono decisioni statunitensi e non costituiscono una regola applicabile automaticamente in Italia. Ma il segnale è interessante anche per il mercato europeo: non basta sapere quale AI stiamo usando. Diventa importante sapere a quali condizioni la stiamo usando.
La privacy policy entra nel lavoro dell’avvocato
È un passaggio meno banale di quanto sembri. Nel software tradizionale il contratto con il fornitore poteva essere considerato, almeno in molti casi, una questione prevalentemente amministrativa o di procurement. Nell’intelligenza artificiale generativa il rapporto tra prodotto e informazione è molto più stretto.
Per funzionare bene, questi sistemi devono ricevere contesto. E nel lavoro legale il contesto può significare contratti, pareri, corrispondenza con il cliente, strategie processuali, documentazione societaria, informazioni finanziarie, dati personali o documenti relativi a operazioni ancora riservate.
A questo punto domande apparentemente tecniche diventano questioni legali e organizzative. Dove vengono elaborati quei documenti? Quanto vengono conservati? Il provider può utilizzarli per addestrare o migliorare i propri modelli? Esistono subprocessor? In quale giurisdizione operano? È possibile cancellare i dati? Rimangono log? Esistono meccanismi di audit? Che cosa accade quando termina il rapporto con il fornitore?
Non sono caratteristiche accessorie di un prodotto AI: sono parte del prodotto.
Lo dimostra indirettamente anche Anthropic. Nell’agosto 2026 l’azienda ha pubblicato una guida specificamente dedicata all’utilizzo di Claude nel lavoro legale, nella quale distingue esplicitamente i servizi commerciali dalle configurazioni consumer e affronta retention, no-training commitments, Zero Data Retention, accessi umani e differenti modalità di deployment.
È naturalmente la posizione del fornitore sul proprio prodotto, non un’interpretazione giuridica indipendente, ma è significativo che la configurazione tecnica sia diventata parte integrante del discorso su confidentiality e privilege.
Bruxelles ha capito che esiste un problema contrattuale
La questione non riguarda soltanto gli studi legali. La Commissione europea ha istituito nel 2026 un Expert Group on AI Contracting, operativo da luglio, composto da esperti accademici, rappresentanti delle imprese e stakeholder del mondo legale. Il suo compito comprende l’individuazione dei problemi pratici e dei rischi connessi ai contratti relativi all’AI e il supporto alla Commissione nella preparazione di model contract terms orizzontali e indicazioni che aiutino gli utilizzatori nella scelta dei sistemi AI.
È un passaggio che merita attenzione perché sposta il problema dalla sola regolamentazione della tecnologia alla contrattualizzazione della dipendenza tecnologica.
Un’impresa che acquista un sistema AI non sta semplicemente comprando una licenza software. Sta decidendo quale soggetto potrà elaborare una parte delle proprie informazioni, attraverso quale infrastruttura, secondo quali regole e con quale possibilità futura di cambiare fornitore.
Per questo Legal, Compliance, IT e Procurement difficilmente potranno continuare a occuparsi dell’AI in momenti separati.
Il procurement può negoziare il prezzo migliore, ma quel prezzo dice poco se non conosce le condizioni di uscita o il rischio di lock-in. L’IT può valutare sicurezza e integrazione, ma non necessariamente gli effetti contrattuali del trattamento delle informazioni. Il Legal può leggere DPA e condizioni di servizio, ma deve sapere come il sistema funziona realmente per comprendere ciò che sta accettando. La Compliance, infine, deve poter ricostruire chi utilizza il sistema, con quali informazioni e secondo quali procedure. Comprare AI sta diventando un esercizio di due diligence multidisciplinare.
Dal modello alla filiera
Questo cambia anche il modo in cui dovremmo confrontare le piattaforme Legal AI. La domanda più immediata continua a essere quanto è bravo il modello, ma rischia di essere una domanda insufficiente.
Due strumenti possono produrre risultati qualitativamente simili e avere architetture completamente differenti. Uno può inviare documenti a un modello esterno attraverso API; un altro può utilizzare ambienti segregati. Uno può prevedere conservazione delle interazioni; un altro offrire configurazioni differenti. Uno può vincolare l’utente a un’infrastruttura specifica; un altro consentire deployment differenti.
La qualità dell’output rimane fondamentale. Ma quando l’AI entra stabilmente nei processi legali, l’architettura attraverso cui viene prodotto quell’output diventa parte della valutazione del rischio.
Ed è qui che il tema incontra anche il mercato italiano.
Il caso TextGenius: quando l’architettura diventa una scelta legale
È in questo contesto che acquistano significato alcune scelte architetturali adottate da piattaforme Legal AI come TextGenius.
Il punto non è sostenere che esista un’unica configurazione corretta per qualsiasi studio legale o impresa. Esigenze, dimensioni, rischi e casi d’uso sono differenti. Ma caratteristiche come la possibilità di operare in ambienti isolati, adottare configurazioni cloud-agnostic o on-premise e impedire che i dati vengano inviati ad API esterne assumono un significato diverso quando vengono osservate attraverso la lente della responsabilità sul trattamento delle informazioni.
Non sono più soltanto caratteristiche IT.
Diventano elementi che Legal, Compliance e Procurement possono valutare prima di autorizzare l’utilizzo dell’intelligenza artificiale su documenti e processi sensibili.
Lo stesso vale per la provenienza delle fonti utilizzate dal sistema. In un settore nel quale una risposta plausibile ma giuridicamente infondata può produrre conseguenze concrete, sapere su quale patrimonio documentale lavora una piattaforma e poter risalire alla fonte primaria (nel caso di TextGenius, attraverso l’integrazione dei contenuti giuridici di Lefebvre Giuffrè) fa parte della stessa logica: ridurre la distanza tra ciò che il sistema produce e ciò che l’organizzazione può controllare.
Perciò Legale, Compliance, IT e Acquisti dovranno iniziare a gestire l’AI insieme.
La nuova checklist comincia prima dell’acquisto
Probabilmente siamo ancora nella fase in cui molte organizzazioni scelgono un sistema di intelligenza artificiale come hanno scelto per anni qualsiasi altro software: funzionalità, prezzo, facilità d’uso, integrazione.
Il Legal AI suggerisce tuttavia che questa sequenza debba essere aggiornata. Prima di chiedere quanto bene un sistema sappia analizzare un contratto, potrebbe essere necessario chiedere che cosa accade al contratto quando glielo consegniamo.
Prima di misurare la qualità della risposta, capire dove è stata elaborata, prima di discutere del prompt, leggere il contratto. Perché nell’intelligenza artificiale applicata al diritto, la qualità del modello conta moltissimo. Ma il vero rischio potrebbe cominciare ancora prima che il modello venga interrogato.