Gli esperti del mercato del lavoro negli ultimi anni ci hanno ripetuto una formula diventata quasi religiosa: studiate materie scientifiche, imparate a programmare, diventate ingegneri dei dati e il futuro sarà vostro. Poi arriva Christopher Pissarides, premio Nobel per l’Economia, e dal palco del Teatro Sociale di Trento, in occasione del Festival dell’Economia, rimette elegantemente tutto in discussione. Non demolendo il valore della tecnologia, anzi. Ma ricordando qualcosa che nel dibattito sull’intelligenza artificiale spesso viene dimenticato: le macchine possono imitare molte competenze tecniche, molto meno quelle profondamente umane.
Autore: Fabio Ricceri Pagina 3 di 12
Fabio Ricceri, Founder ed Executive Editor di Rivista.AI. Trent’anni passati tra editoria, Internet e telecomunicazioni (IlSole24ORE, Editori Perla Finanza, Hearst, Excite Italia, Telecom Italia). Mi occupo di modelli economici e finanziari, infrastrutture, sovranità tecnologica, governance e regolamentazione dell'AI.
Nel dialogo sempre più fitto tra scienza, etica e dottrina sociale, Giorgio Parisi offre una chiave di lettura particolarmente rigorosa dell’enciclica Magnifica humanitas di Papa Leone XIV. Nell’interpretazione che emerge dall’intervista pubblicata dal Corriere della Sera a firma di Massimo Sideri, il premio Nobel per la Fisica non si limita a commentare un testo teologico, ma lo usa come occasione per tornare su una domanda fondamentale: cosa significa governare sistemi che apprendono dal mondo senza comprenderlo?
Ogni anno le Considerazioni finali del governatore della Banca d’Italia rappresentano una sorta di rito laico della Repubblica. Una liturgia economica fatta di numeri, avvertimenti e diplomazia lessicale, dove le parole vengono pesate quasi quanto i decimali del PIL. Stavolta, però, il messaggio di Fabio Panetta ha avuto un tono diverso. Più urgente, più politico, quasi esistenziale. Perché il 2026 non somiglia a nessun altro anno recente.
L’Italia è sempre stata raccontata come il Paese dove la tecnologia arriva con un leggero ritardo narrativo. Oggi sembra che qualcosa stia cambiando. Anthropic, una delle aziende più potenti e strategicamente importanti dell’intero ecosistema globale dell’AI, ha deciso di aprire un ufficio italiano a Milano. E il dettaglio interessante non è soltanto geografico. È industriale.
Transizione ecologica, sostenibilità, neutralità climatica e regolamentazione digitale. Sono questi i temi di cui abbiamo discusso in Europa negli ultimi anni con la serenità di chi immagina che la globalizzazione sia una specie di servizio automatico sempre disponibile. Poi le fabbriche potevano chiudere lentamente, la produzione industriale poteva spostarsi altrove, l’energia poteva diventare più costosa e la burocrazia più sofisticata. In fondo il vecchio continente restava convinto di essere ancora il centro gravitazionale dell’economia mondiale.
Poi è arrivata la realtà. E la realtà, ultimamente, parla soprattutto cinese.
Per capire davvero come la Silicon Valley stia immaginando il futuro dell’intelligenza artificiale, conviene ascoltare Jeff Bezos quando smette di parlare da fondatore di Amazon e inizia a ragionare da architetto di sistemi economici. Nell’intervista rilasciata a CNBC, Bezos non difende semplicemente l’AI: difende una precisa idea di civiltà tecnologica, dove produttività, automazione, spazio, mercato e perfino filantropia finiscono dentro la stessa narrazione industriale.
La pubblicazione è avvenuta oggi, lunedì 25, ma la firma è del 15 maggio nel giorno in cui la Chiesa ricorda l’anniversario di un documento che cambiò la storia del pensiero sociale cattolico. Non è una coincidenza secondaria. Con Magnifica humanitas, la sua prima enciclica, Papa Leone XIV sceglie di collocarsi esplicitamente nel solco della Rerum novarum di Leone XIII, il testo del 1891 che per primo affrontò la questione operaia con gli strumenti della dottrina sociale. 135 anni dopo, l’erede dello stesso nome affronta la questione algoritmica. Il gesto è denso di significato: Prevost, il primo papa americano, ha scelto Leone come nome pontificio proprio richiamando quel predecessore che aveva saputo leggere la rivoluzione industriale con occhi pastorali. Ora tocca all’intelligenza artificiale.
L’intelligenza artificiale sta già trasformando in profondità settori chiave come industria, ricerca, sanità, finanza e servizi digitali, ridefinendo processi produttivi, modelli decisionali e dinamiche del lavoro. Parallelamente però cresce anche il costo energetico di questa rivoluzione tecnologica, con data center e infrastrutture di calcolo sempre più energivori che pongono nuove sfide sul piano della sostenibilità e della sicurezza energetica.
Al Festival dell’Economia di Trento il dibattito sull’AI ha infatti cambiato prospettiva. Meno fascinazione per chatbot e algoritmi miracolosi, più attenzione a un dettaglio che dettaglio non è: tutta questa potenza di calcolo consuma enormi quantità di energia. Il vero carburante della rivoluzione digitale non sono più soltanto i dati, ma i gigawatt.
Domani il Vaticano pubblicherà “Magnifica Humanitas”, la prima enciclica di Papa Leone XIV. Un testo destinato a segnare non soltanto il pontificato del Papa “americano”, ma probabilmente anche il modo in cui la Chiesa cattolica intende posizionarsi nell’epoca dell’intelligenza artificiale. Perché il documento non parlerà semplicemente di tecnologia. Parlerà di potere, dignità umana, automazione, guerra, lavoro e controllo sociale. In altre parole, parlerà del presente.
La sovranità digitale europea assomiglia sempre più a una partita a scacchi giocata usando pezzi americani. L’ultima mossa arriva da Thales, che ha annunciato una partnership strategica con Google Cloud per realizzare una nuova infrastruttura di cloud sovrano in Germania. Un progetto che punta a proteggere dati sensibili tedeschi dalle leggi extraterritoriali straniere utilizzando, contemporaneamente, una delle tecnologie cloud più americane disponibili sul mercato. Sì, il paradosso è esattamente questo.
Nel cuore di Belgrado, tra conferenze sull’innovazione e dichiarazioni che suonano più come promesse a lungo termine che come semplici protocolli diplomatici, Italia e Serbia hanno firmato un accordo che mette insieme supercalcolo, intelligenza artificiale, big data e quantum computing. Un insieme di parole che fino a pochi anni fa sarebbe sembrato il menu di un film di fantascienza a basso budget e che oggi invece prova a diventare strategia industriale e scientifica concreta.
Tre giorni di banchetti, passeggiate nei giardini imperiali e dichiarazioni entusiastiche. Ma i mercati hanno già dato il loro verdetto: meno 4% per Boeing, silenzio sui chip Nvidia e nessun accordo firmato. Benvenuti al più costoso show diplomatico del 2026.
Donald Trump ha lasciato Pechino con la stessa energia con cui un venditore porta a casa una cartella piena di brochure: tanto entusiasmo, pochi contratti firmati. “Accordi commerciali fantastici, ottimi per entrambi i Paesi”, ha dichiarato prima di salire sull’Air Force One. Fantastici, appunto. Nel senso etimologico del termine: appartenenti alla sfera della fantasia, almeno finché qualcuno non ne scriverà i dettagli su carta. La visita di Stato di tre giorni a Pechino, la prima di un presidente americano in Cina dopo nove anni, era attesa come una svolta nella relazione più importante e più pericolosa del pianeta. Il risultato concreto, al netto della retorica e delle passeggiate nei giardini di Zhongnanhai, è stato più vicino alla stabilizzazione di un equilibrio fragile che a una vera inversione di tendenza. E per chi segue da vicino la corsa tecnologica tra le due superpotenze, il bilancio è ancora più impietoso.
Se vi dicessi che la stessa intelligenza artificiale capace di pianifiare il percorso del rover Perseverance su Marte (500.000 variabili, nessun margine d’errore, un progetto da 3,2 miliardi di dollari), fatica ancora a gestire le liste d’attesa di un ospedale di provincia, probabilmente ridereste. E invece è esattamente questo il paradosso che Andrea Pescino, CEO di Fusion AI Labs, ha messo al centro del suo intervento “From Research to Impact”, un evento che porta nel titolo stesso la sua ragione d’essere: come si fa a trasformare la ricerca in qualcosa che cambia davvero la realtà? E, soprattutto, perché l’AI funziona bene nei laboratori ma fatica negli ospedali?
Il 14 e 15 maggio il presidente americano incontrerà Xi Jinping nella capitale cinese per la prima visita di un leader USA in Cina dal 2017. Sul tavolo un po’ di tutto: commercio, energia, tecnologia e una guerra in Medio Oriente che cambia le carte in gioco.
Mancano pochi giorni e i SUV blindati Suburban del Secret Service sono già arrivati a Pechino su aerei da trasporto C-17, la “Bestia” presidenziale è in viaggio, e Donald Trump, che su Truth ha già definito il prossimo incontro con Xi Jinping “un evento epocale”, è pronto a rimettere piede in Cina per la prima volta da quando era presidente nel 2017. Il vertice, a lungo ritardato e originariamente previsto per marzo 2026, è stato finalizzato, salvo colpi di scena dell’ultimo minuto, per il 14 e 15 maggio: Trump si recherà a Pechino per incontrare Xi Jinping in quello che si preannuncia come uno dei bilaterali più carichi di tensione, aspettative e dossier irrisolti degli ultimi anni.
Nelle ultime due settimane la temperatura nei rapporti tra Bruxelles e Pechino è salita parecchio. Al centro del braccio di ferro c’è l’Industrial Acceleration Act, la proposta della Commissione europea presentata lo scorso mese di marzo per riportare l’industria al 20% del Pil continentale entro il 2035. Un’ambizione che suona quasi nostalgica per un’Europa che ha visto la propria quota manifatturiera scendere al 14,3%, ma che Pechino considera un attacco diretto al suo modello di esportazioni.
Saragozza festeggia. Madrid osserva. Pechino sorride con discrezione. Stellantis e Leapmotor hanno annunciato l’intenzione di ampliare la loro partnership strategica con un nuovo tassello industriale: un SUV elettrico Opel di segmento C prodotto nello storico stabilimento di Saragozza, insieme al modello B10 di Leapmotor. Il progetto viene presentato come una combinazione virtuosa tra ingegneria tedesca, rete industriale europea e tecnologie cinesi capaci di accelerare tempi e ridurre costi.
La narrazione ufficiale è chiara. E anche molto ordinata: più accessibilità economica; più velocità nello sviluppo; più modelli elettrici; più occupazione negli impianti spagnoli; più produzione in Europa. In sintesi, il classico accordo in cui tutti vincono, sorridono e rilasciano dichiarazioni calibrate al millimetro.
Poi arriva la domanda meno comoda: chi controlla davvero il valore industriale dell’auto elettrica europea?
Fumata nera a Bruxelles. L’intesa commerciale tra Unione Europea e Stati Uniti, discussa nel formato interistituzionale che riunisce Consiglio, Commissione ed Eurocamera, non è arrivata. Il via libera slitta. Bruxelles, però, promette tempi rapidi e indica una nuova scadenza: 19 maggio. Il calendario, in questi casi, è una forma di diplomazia.
Bruxelles ha votato all’alba. Washington ha storto il naso poco dopo. La scena, in fondo, è familiare: l’Europa scrive regole, l’America misura i costi, le Big Tech contano i commi. Il nuovo pacchetto Omnibus sull’intelligenza artificiale, approvato dall’Unione Europea come intervento di semplificazione dell’AI Act, nasce con una promessa lineare. Meno burocrazia, più competitività. È il messaggio rilanciato da Roberta Metsola e Ursula von der Leyen, che hanno salutato l’intesa come un equilibrio tra innovazione e tutele, tra crescita industriale e protezione dei cittadini.
La formula è elegante. La realtà, come spesso accade a Bruxelles, ha più pieghe.
Bruxelles ha chiuso all’alba. I palazzi europei, a quell’ora, hanno sempre un’aria un po’ teatrale: qualche luce accesa, corridoi quasi vuoti, tazze di caffè dimenticate sui tavoli, comunicati limati all’ultima riga. Questa volta il tema era l’intelligenza artificiale, che in Europa riesce spesso nel raro prodigio di sembrare futuristica e notarile nello stesso momento.
L’accordo raggiunto tra Parlamento e Consiglio sul pacchetto Omnibus digitale muove due leve precise. Da una parte irrigidisce le tutele contro i deepfake sessuali. Dall’altra rinvia alcuni degli obblighi più pesanti previsti dall’AI Act. Protezione e pausa: il titolo politico è questo.
Dal “Cor inquietum” di Agostino alle GPU: come il primo Papa americano sta ridefinendo il rapporto tra Chiesa, tecnologia e dignità umana.
Esattamente un anno fa, l’8 maggio 2025, dalla Loggia Centrale delle Benedizioni di San Pietro si affacciava per la prima volta Robert Francis Prevost, il primo pontefice statunitense della storia e il primo agostiniano a sedersi sulla cattedra di Pietro. La sua prima parola al mondo fu “pace”. La seconda cosa che il mondo imparò di lui fu che si chiamava Leone XIV. E fu in quel preciso momento che qualcuno, nei corridoi della Santa Sede ma anche nelle redazioni di mezzo mondo, cominciò a domandarsi: Leone come Leone XIII, il Papa della “Rerum Novarum”? Sì, esattamente. Il segnale era inequivocabile, e per chi si occupa di tecnologia e innovazione era un segnale molto, molto interessante.
La sovranità digitale è una di quelle espressioni che tutti usano e pochi definiscono davvero. Suona bene nei convegni, fa la sua figura nei documenti strategici e permette a molti di annuire con aria grave. Roberto Baldoni, Senior Advisor for Technology and Cybersecurity Policy presso l’Ambasciata d’Italia negli Stati Uniti, prova invece a rimettere il concetto con i piedi per terra. E la prima notizia è che non significa chiudersi in casa a costruire da soli ogni chip, ogni server e ogni software come se fossimo nel Novecento con il modem analogico.
Cosa succede quando due giornalisti Rai, cresciuti nell’etica dell’informazione analogica e della verifica delle fonti, decidono di calarsi nelle viscere della comunicazione digitale? Il risultato, raccontato nel libro “L’Influenza degli Influencer”, somiglia al “Viaggio al centro della Terra” di Jules Verne. Emanuela Ronzitti e Daniele Morgera si muovono come esploratori ottocenteschi in un ecosistema dove i confini tra vero e falso sono evaporati, ponendo una domanda che scuote le fondamenta della nostra cultura: chi comanda davvero in questa nuova realtà? È l’individuo col suo talento, è la qualità del contenuto o siamo davanti alla dittatura di un calcolo matematico invisibile? Il dibattito che ne scaturisce non è solo tecnico, ma un vero e proprio scontro tra l’umanesimo culturale e quello che potremmo definire “nichilismo digitale”.
1° maggio, festa del lavoro. Occasione perfetta per fare una cosa che in Italia riesce sempre benissimo: discutere di lavoro come se fosse già scomparso. L’intelligenza artificiale, nel frattempo, osserva in silenzio e continua a fare il suo mestiere, che non è quello di sostituire gli esseri umani ma, molto più banalmente e molto più scomodamente, quello di costringerli a ripensarsi.
Secondo Stefano Epifani, Presidente della Fondazione per la Sostenibilità Digitale, la parola chiave, se si vuole capire davvero cosa sta accadendo, non è “sostituzione”, ma “redistribuzione”. E già qui si capisce perché il dibattito si inceppa: la prima parola fa paura ma è semplice, la seconda è più precisa ma implica responsabilità.
Sessantacinque miliardi di dollari in pochi giorni: la startup di Claude diventa il nuovo campo di battaglia tra i giganti del cloud, mentre OpenAI osserva con crescente nervosismo.
La settimana scorsa, Anthropic era “soltanto” una delle startup più promettenti nel panorama dell’intelligenza artificiale. Oggi, con 65 miliardi di dollari di investimenti annunciati in meno di una settimana, l’azienda fondata dai fratelli Amodei si ritrova al centro di quella che potrebbe essere definita la più costosa partita a scacchi della storia della Silicon Valley.
La canadese Cohere ha appena chiuso l’acquisizione della tedesca Aleph Alpha, trasformando due protagonisti dell’intelligenza artificiale in un unico gruppo valutato attorno ai 20 miliardi di dollari. L’annuncio è arrivato giusto ieri, venerdì 24 aprile, da Berlino, con tanto di conferenza stampa presieduta dal ministro tedesco per il digitale Karsten Wildberger e dal suo omologo canadese Evan Solomon. Sebbene i manager parlino di “fusione”, i numeri raccontano una storia più diretta: Cohere, la parte più grande, incassa circa il 90% del nuovo soggetto, mentre gli azionisti di Aleph Alpha si accontentano del 10%. Un dettaglio che rende l’operazione una vera e propria scalata travestita da matrimonio d’amore tra continenti.
Qualcuno a Westminster ha iniziato a farsi una domanda piuttosto scomoda: quanto è davvero autonoma la difesa britannica se i dati, il vero carburante delle operazioni moderne, passano sempre più spesso per piattaforme americane? Non è un dibattito accademico, ma una questione che tocca nervi scoperti tra sicurezza nazionale, tecnologia e geopolitica.
Efficienza, organizzazione e tempo. Tre parole che in sanità pesano quanto diagnosi e terapie, anche se raramente finiscono nei titoli. L’accordo siglato tra Istituto Giannina Gaslini e Fusion AI Labs prova a rimetterle al centro, utilizzando l’intelligenza artificiale non per sostituire il lavoro clinico, ma per alleggerire tutto ciò che gli ruota intorno. Il protocollo d’intesa, firmato a Genova e con una durata triennale, ha un obiettivo piuttosto concreto: migliorare l’accesso ai servizi, ottimizzare la presa in carico dei pazienti e rendere più fluido il coordinamento delle attività ospedaliere. Ovvero, meno tempo perso tra moduli, code e incastri organizzativi, più tempo per la cura vera e propria.
Le reti sono diventate ciò che un tempo erano le autostrade, con una differenza sostanziale: oggi il traffico cresce a ritmi esponenziali, ma i pedaggi restano sorprendentemente bassi. È su questo squilibrio che si concentra l’analisi presentata da Asstel insieme alla Luiss Guido Carli, uno studio che ha il merito di dire ad alta voce ciò che nel settore si sussurra da tempo. Il messaggio è semplice anzi, potremmo dire quasi brutale nella sua chiarezza: le telecomunicazioni sostengono il peso dell’economia digitale, ma lo fanno con margini sempre più compressi e sotto una pressione regolatoria che rischia di trasformarsi in un freno strutturale. Il risultato è un paradosso che ha poco di teorico e molto di industriale.
Ormai è cosa nota: dietro ogni smartphone, turbina eolica o auto elettrica si nasconde un dettaglio poco glamour ma decisivo, le terre rare. E mentre il mondo discute di intelligenza artificiale e chip sempre più sofisticati, la partita vera si gioca anche sottoterra, tra miniere e accordi miliardari. Gli Stati Uniti lo sanno bene e stanno muovendo le pedine con una certa urgenza, scegliendo il Brasile come nuova casella strategica sulla scacchiera globale.
Una domanda semplice, quasi provocatoria, attraversa il nuovo report dell’Osservatorio per la Sostenibilità Digitale: chi sta davvero guidando la transizione tra digitale e sostenibilità in Italia? La risposta, dati alla mano, sorprende solo fino a un certo punto. Non sono le imprese, almeno non quelle più piccole, sono i consumatori.
L’edizione 2026 del rapporto, dal titolo “Digitale e Sostenibilità nell’Italia che produce e consuma” fotografa un Paese diviso in due velocità, dove la domanda corre più veloce dell’offerta. Il 29% dei cittadini ha già raggiunto un’integrazione consapevole tra digitale e sostenibilità, contro appena il 21% dei titolari di microimprese. Non è un dettaglio statistico ma una frattura strutturale che racconta molto di come evolve il sistema economico italiano.
Sembrava un capitolo chiuso, un relitto tecnologico destinato ai musei dell’archeologia industriale del Novecento. E invece no, il carbone continua a proiettare la sua ombra lunga e scura sul futuro del nostro mix energetico. In un’epoca dominata dal mantra della decarbonizzazione, l’Italia si scopre ancora dipendente da una delle fonti più “inquinanti” ma al tempo stesso rassicuranti, il carbone, utilizzato come polizza assicurativa contro l’instabilità geopolitica. E proprio in questo contesto, la tensione tra l’imperativo climatico e la sicurezza degli approvvigionamenti ha generato un paradosso: da un lato inseguiamo il Green Deal, dall’altro teniamo i motori a carbone al minimo, pronti a ripartire al primo segnale di crisi.
Il 16 aprile 2026 il governo britannico ha ufficialmente inaugurato il Sovereign AI Fund, un fondo da 500 milioni di sterline (equivalenti a circa 575 milioni di euro) dedicato esclusivamente agli investimenti in startup britanniche di intelligenza artificiale. L’obiettivo dichiarato è chiaro: ridurre la dipendenza del Regno Unito dalle tecnologie straniere, in particolare da giganti statunitensi come OpenAI, Google e Microsoft, e rafforzare la sovranità tecnologica nazionale in un settore strategico per l’economia e la sicurezza.
Mentre l’Europa ripete come un mantra la parola “sovranità digitale”, l’Algeria ha deciso di passare dalle parole ai fatti. Lo scorso martedì il ministro dell’Economia della Conoscenza, delle Start-up e delle Microimprese, Noureddine Ouadah, ha accolto il nuovo CEO di Huawei Algeria, Tony Shi Xiaohua, per siglare una partnership strategica che punta dritto al cuore della transizione digitale del Paese: intelligenza artificiale, 5G e infrastrutture di calcolo ad alte prestazioni.
Il ministro dell’Ambiente Gilberto Pichetto Fratin sceglie l’anniversario di Arpa Piemonte per lanciare un messaggio che suona quasi rassicurante, ma che nasconde una verità scomoda per chi credeva di poter risolvere tutto con pale eoliche e pannelli solari. “Non vedo in questo momento alcun rischio immediato di razionamento” che, detto così sembra quasi un sollievo. Eppure bastano poche frasi successive per capire che l’ottimismo è condizionato, e parecchio. L’Italia dipende ancora all’80% dall’estero per le sue fonti energetiche, un dato che ogni crisi nel Golfo Persico ci ricorda con la delicatezza di un ceffone.
Ieri, 16 aprile 2026, mentre i giornalisti italiani incrociavano le braccia per il rinnovo del contratto nazionale, è arrivata una notizia che ha lasciato tutti senza fiato: Condé Nast chiude Wired Italia. L’annuncio, contenuto in un memo interno del CEO Roger Lynch intitolato “Brand and Technology Updates”, non lascia margini di dubbio. Dopo 17 anni di vita, dal lancio nel marzo 2009 a oggi, la versione italiana della rivista che per molti è stata, e rimane, la bibbia del tech cesserà le pubblicazioni. Non è un ridimensionamento: è una vera e propria chiusura editoriale.
La transizione energetica globale assomiglia sempre più a una partita a scacchi, ma con una differenza sostanziale: mentre molti Paesi riflettono sulla prossima mossa, la Cina ha già spostato tre pezzi e sta chiedendo il tempo. L’idrogeno, in questo scenario, non è più una semplice opzione tecnologica ma una leva strategica dichiarata, quasi un’assicurazione contro le turbolenze geopolitiche e i capricci dei mercati energetici.
Qualcuno potrebbe definirla una coincidenza. Più realisticamente, si tratta di una gara a chi arriva prima e occupa più spazio. A pochi giorni dall’annuncio del primo ufficio permanente londinese di OpenAI (dopo l’interruzione del progetto Stargate UK), arriva la risposta di Anthropic: espansione massiccia nella capitale britannica, con nuovi spazi progettati per ospitare fino a 800 persone.
Il messaggio è chiaro anche senza bisogno di interpretazioni particolarmente sofisticate. Londra non è più solo un hub importante, ma sta diventando uno dei principali campi di battaglia globali per l’intelligenza artificiale. E quando due protagonisti come OpenAI e Anthropic iniziano a muoversi quasi in sincronia, è difficile credere che si tratti di un caso.
La scena sembra uscita da un thriller tecnologico scritto a quattro mani tra Silicon Valley e Washington. Da una parte la Casa Bianca che valuta con crescente interesse l’adozione di Mythos Preview, il nuovo e potente modello di AI sviluppato da Anthropic. Dall’altra il Pentagono, impegnato in una disputa legale con la stessa azienda e pronto a etichettarla come rischio per la supply chain. Nel mezzo, un governo federale che si muove con cautela tra opportunità strategiche e timori, in una partita dove la posta in gioco è la sicurezza nazionale.
Il premio Nobel per l’Economia 2025 Philippe Aghion non ha dubbi: la distruzione creativa e l’intelligenza artificiale possono davvero generare una crescita sostenuta, inclusiva e diffusa, ma solo a patto che entrino in campo politiche pubbliche intelligenti e calibrate. Lo ha affermato con chiarezza durante il suo intervento al 25° Forum Confcommercio di Roma, dove il professore del Collège de France e della London School of Economics ha portato sul palco gli studi empirici più recenti. Secondo le analisi citate, nel prossimo decennio l’AI potrebbe spingere la produttività aggregata in un range che va da un modesto 0,07 punti percentuali annui fino a un robusto 1,24 punti percentuali all’anno, a seconda di quanto efficacemente si gestiscano concorrenza, regolamentazione e formazione.