Autore: Redazione Pagina 2 di 107

Google trasforma il chatbot in una cassa: lo shopping AI entra nella fase adulta

Google ha appena deciso che Gemini non deve più limitarsi a suggerire cosa comprare, ma deve accompagnare l’utente fino all’ultimo gesto, quello più antico e meno filosofico di tutti: pagare. Con Google Pay. E presto anche con PayPal. Il resto è narrativa.

La mossa è apparentemente semplice. Acquisti diretti dentro Gemini e dentro AI Mode, integrazione dei programmi fedeltà, sconti personalizzati, cross selling prima del checkout. Ma sotto questa superficie liscia da comunicato stampa si nasconde una trasformazione radicale. Google sta riscrivendo il flusso del commercio digitale, spostando il punto di decisione dal sito del retailer all’interfaccia conversazionale. Non più ricerca, confronto, click, scheda prodotto, carrello, pagamento. Una sola conversazione. Una sola intenzione. Una sola infrastruttura.

DSeepseek v4 modello AI per coding e perché Silicon Valley dovrebbe tremare

DeepSeek V4 non è solo un altro modello AI che circola nei forum di X e Reddit. Se le voci raccolte da The Information trovano conferma, stiamo osservando un punto di svolta nel mondo dei modelli AI per coding e sviluppo software. Il lancio potrebbe avvenire intorno al 17 febbraio, strategico come il Capodanno lunare, con un focus tecnico puro: generazione di codice su prompt estremamente lunghi e contestualmente complessi. Questo non è rumor di corridoio, è la porta girevole del futuro dellintelligenza artificiale applicata al software engineering.

Gmail diventa un assistente: con Gemini 3 Google riscrive la posta elettronica

Google ha deciso che la posta elettronica, così com’è, è un oggetto del Novecento. E oggi lo ha detto senza troppi giri di parole, annunciando una revisione profonda di Gmail con l’integrazione nativa di Gemini 3, il suo modello di intelligenza artificiale più avanzato. Non un restyling cosmetico, ma un cambio di paradigma: la inbox smette di essere un archivio passivo di messaggi e prova a diventare un assistente personale che ragiona, anticipa e risponde.

Atlas scende dal piedistallo e entra in fabbrica: il momento in cui i robot umanoidi smettono di fare spettacolo

C’è un momento preciso in cui una tecnologia smette di essere intrattenimento per nerd ben finanziati e diventa infrastruttura. Per Boston Dynamics quel momento è arrivato al CES 2026, quando Atlas, il robot umanoide che per anni ha fatto capriole su YouTube terrorizzando sindacalisti e affascinando venture capitalist, ha finalmente tolto il costume da laboratorio ed è salito sul palco come prodotto commerciale. Non come promessa, non come demo, ma come macchina pensata per lavorare. Il robot umanoide Atlas non è più una metafora del futuro. È una variabile concreta nei bilanci industriali.

ChatGPT Health e il grande equivoco dei dati sanitari nell’era dell’AI

C’è un momento preciso in cui una tecnologia smette di essere un giocattolo per power user e diventa un’infrastruttura sociale. ChatGPT Health nasce esattamente lì. Non nel marketing patinato di San Francisco, non nei comunicati rassicuranti sull’uso “solo informativo” dei dati sanitari, ma nel punto in cui milioni di persone hanno già deciso, spontaneamente, di affidare a un modello linguistico le domande più intime sulla propria salute, sul dolore, sull’ansia, sulla morte. OpenAI non sta creando un nuovo bisogno. Sta formalizzando qualcosa che esiste già. E questo è il vero problema.

ChatGPT Health viene presentato come uno strumento di supporto, non di diagnosi, non di trattamento. Linguaggio prudente, studiato con avvocati e medici, come da manuale. Ma la sostanza è più interessante della forma. Consentire la connessione di cartelle cliniche e dati di benessere significa spostare il baricentro della relazione medico paziente. Non verso l’IA, come temono i più ingenui, ma verso la piattaforma che media l’accesso alla conoscenza sanitaria. In altre parole, non stiamo parlando di una nuova app. Stiamo parlando di un nuovo gatekeeper cognitivo.

Tesla, Nvidia e la guerra fredda della guida autonoma

Elon Musk dice che Nvidia non è una minaccia. Non ancora. Cinque o sei anni, secondo lui. Un orizzonte temporale che nella tecnologia equivale a dire domani mattina, ma detto con il tono giusto suona come un’eternità rassicurante. La dichiarazione arriva dopo il CES 2026, dove Jensen Huang ha mostrato Alpamayo, una famiglia open source di modelli di intelligenza artificiale pensati per la guida autonoma urbana basata su visione artificiale. Telecamere, video, reti neurali. Una Mercedes che si muove per le strade di Las Vegas senza intervento umano. Applausi, demo perfetta, narrativa impeccabile. E Musk che dall’alto del suo impero automotive e mediatico risponde con un sorriso digitale. Funziona, dice, ma non abbastanza. Non ancora.

David Ellison, Warner Bros Discovery e il peso morto della tv via cavo

David Ellison ha un problema che nessuna banca d’affari ammetterà mai in una slide. Non è il prezzo, non è la struttura finanziaria, non è nemmeno il fatto di essere “il figlio di”. Il problema è che sta cercando di comprare il passato mentre tutti fingono di vendere il futuro. Warner Bros Discovery è esattamente questo. Un conglomerato nato tardi, fuso male e invecchiato troppo in fretta, con HBO come gioiello e il resto come zavorra. E la zavorra oggi ha un nome preciso, tv via cavo.

L’offerta di Ellison, trenta dollari per azione per un totale di circa centootto miliardi, è razionale sulla carta. È più alta, più semplice, più generosa di quella di Netflix che vuole solo i pezzi buoni. Ellison lo ha detto apertamente, quasi con una punta di risentimento. Agli azionisti di WBD conviene di più. Tecnicamente è vero. Strategicamente è discutibile. Industrialmente è quasi masochista.

Snowflake compra Observe e il vero prezzo dell’osservabilità nell’era dell’AI

Snowflake compra Observe per circa un miliardo di dollari e il mercato finge sorpresa, che è sempre il primo segnale che la mossa era ovvia da mesi. Non è solo un’acquisizione. È una confessione. L’osservabilità applicativa è diventata troppo strategica per essere lasciata a un fornitore esterno, soprattutto quando l’intero stack dati e AI poggia su volumi che non stanno più nei fogli Excel mentali dei CFO. L’operazione certifica una verità che molti board continuano a rimuovere. L’AI enterprise non scala senza controllo, e il controllo oggi passa dall’osservabilità.

La guerra delle immagini nella sparatoria di Minneapolis

La sparatoria di Minneapolis, in cui un’agente dell’Immigration and Customs Enforcement uccide una donna, non è solo un caso di cronaca nera o un potenziale abuso di potere. È un esperimento sociale a cielo aperto su come la realtà venga compressa, rallentata, sgranata e infine politicizzata fino a diventare irriconoscibile. Il punto non è più cosa sia successo, ma quale video scegli di guardare. O meglio, quale video scegli di credere.

I filmati circolano come frammenti di una verità esplosa. Angolazioni diverse, zoom esasperati che trasformano la scena in un mosaico di pixel, rallenty che suggeriscono intenzioni dove forse c’è solo caos. Alcuni durano venti secondi, altri di più, incorniciati da commenti isterici presi da X, Bluesky, Reddit e TikTok. Ogni clip mostra lo stesso istante, gli spari, le urla, i passanti sconvolti. Ma ogni clip racconta una storia leggermente diversa. E in quell’impercettibile differenza si infilano propaganda, ideologia e potere.

La junkification della ricerca accademica e il collasso silenzioso del sapere scientifico

Non è il dibattito scientifico, non è il dissenso teorico, non è nemmeno il conflitto metodologico che dovrebbe essere il segno di un ecosistema intellettuale vivo. È il fruscio continuo di carta digitale inutile, un’incessante produzione di articoli che nessuno leggerà davvero, citati da macchine e valutati da algoritmi. La junkification della ricerca non è un accidente. È un modello industriale.

Il termine junkification nasce per descrivere il degrado delle piattaforme digitali, quando la scala diventa più importante della qualità e il profitto più importante dell’esperienza. Amazon che diventa un bazar di cloni scadenti, Google che seppellisce le risposte sotto strati di advertising, i social che ottimizzano l’engagement fino alla nausea. Applicare questo concetto alla ricerca accademica non è una forzatura retorica. È una fotografia ad alta risoluzione.

Nvidia, la Cina e lo scontro sugli AI chip come protagonista mondiale

Il primo fatto evidente è questo. Nonostante l’amministrazione Trump abbia di recente aperto una porta alle esportazioni dei potenti chip H200 di Nvidia in Cina (una mossa che ha sorpreso molti per la sua portata politica e commerciale), Pechino ha dato un colpo di freno brusco: ha chiesto ad alcune grandi aziende tecnologiche di sospendere gli ordini di H200 in attesa di una decisione formale da parte del governo sui termini e le condizioni di importazione.

Sembra un paradosso degno di un romanzo politico: gli Stati Uniti, nella loro guerra economico-tecnologica con la Cina, legano una mano delle esportazioni a una tassa di esportazione del 25 % pagabile allo Stato, praticamente un licensing con penale incorporata, e dall’altra parte la Cina risponde: calma, ragazzi, prima pensiamo a come e quanto volete comprare.

Meta e Manus sotto la lente di Pechino: quando un’acquisizione diventa geopolitica

Meta Platforms ha messo gli occhi su Manus, un sviluppatore di agenti di intelligenza artificiale con origini cinesi, ma il prezzo di 2,5 miliardi di dollari rischia di diventare il detonatore di un caso diplomatico-tecnologico. La notizia non riguarda soltanto una transazione milionaria, ma il confine sottile tra capitali globali, controllo tecnologico e sovranità digitale. Beijing osserva, analizza e valuta se il trasferimento di Manus a Singapore violi le norme di export tecnologico. La preoccupazione non è ideologica, ma strategica: se questo caso passasse liscio, altre startup cinesi potrebbero seguirne l’esempio, esportando tecnologie sensibili senza filtri statali.

Scienza 2050: le scoperte che riscriveranno il futuro

Il 2050 sembra lontano solo a chi guarda l’innovazione con lo specchietto retrovisore. Per chi vive di tecnologia, ricerca e strategia industriale è dietro l’angolo, abbastanza vicino da rendere imbarazzanti molte certezze attuali. La scienza nel 2050 non sarà una semplice evoluzione incrementale di ciò che conosciamo oggi, ma un cambio di fase, come passare dal motore a vapore al silicio. La keyword è chiara, scienza 2050, ma il sottotesto è più brutale: chi non capisce ora dove stanno andando energia, intelligenza artificiale e materia sarà irrilevante prima di rendersene conto.

Lenovo CES 2026 e la sindrome degli smart glasses AI: quando il concept dice più del prodotto

Capisci quando una tecnologia è entrata nella fase due della tua vita. Non quella dell’innovazione radicale, ma quella del contagio. Gli smart glasses con intelligenza artificiale sono ufficialmente lì. Lenovo sale sul palco del CES 2026 e mostra un paio di occhiali AI dichiaratamente “concept”, non sta cercando di vincere la gara oggi. Sta piantando una bandierina. Il messaggio è semplice e vagamente minaccioso: noi ci siamo, anche se non sappiamo ancora bene per fare cosa.

Partiamo dai fatti, che sono pochi ma parlano chiaro. Montatura leggera, circa 45 grammi. Esteticamente decente, che nel mondo degli smart glasses è già un successo statistico. Una microcamera da 2 megapixel piazzata sopra il ponte del naso, quasi con pudore, come se anche Lenovo sapesse che quel numero suona male. Display binoculari visibili solo a chi li indossa, con pannelli verdi monocromatici, 28 gradi di campo visivo, luminosità dichiarata di 1500 nits, due microfoni, due speaker e una batteria da 214 mAh. Specifiche che sembrano uscite da un laboratorio di prototipazione del 2023, presentate con il linguaggio del 2026.

CES 2026: il futuro dell’hardware non chiede permesso

Il CES 2026 apre ufficialmente i battenti e lo fa con la solita discrezione di un elefante in una cristalleria. Non c’è un singolo annuncio che gridi rivoluzione, ma una valanga di oggetti che messi insieme raccontano qualcosa di molto più interessante. L’hardware ha smesso di voler stupire e ha iniziato a voler restare. Restare nelle case, nelle abitudini, nelle pieghe della quotidianità. CES 2026 diventa così una radiografia spietata del nostro rapporto con la tecnologia, sempre più pervasiva, sempre meno dichiarata, sempre più intelligente e sempre meno neutrale. La keyword è hardware AI e tutto il resto ruota attorno come satelliti semantici abbastanza consapevoli da non voler brillare da soli.

Nvidia aggiorna Jetson t4000 a CES 2026 con prestazioni AI edge e robotic

Nel caos orchestrato dei keynote di Las Vegas a CES 2026, Nvidia ha deciso di non limitarsi a sciorinare gadget da salotto e cuffiette wireless. In un golpe silenzioso ai danni dell’edge computing e della robotica embedded, l’azienda ha dato un aggiornamento concreto al suo Jetson T4000, posizionando la piattaforma come una delle spine dorsali tecnologiche per l’intelligenza artificiale fuori dai data center e direttamente “nel mondo reale”.

HP e il futuro del lavoro: AI pc per business svelati a CES 2026 e la scommessa sull’era dell’intelligenza artificiale

Se qualcuno pensava che il CES fosse diventato un palcoscenico di gadget inutili e luci stroboscopiche per droni da salotto, HP ha appena riscritto il copione con una mossa che va oltre l’hardware scintillante per gamer e influencer tech. Nel cuore pulsante di Las Vegas, all’edizione 2026 di CES, l’azienda ha svelato una lineup di PC aziendali con intelligenza artificiale integrata, candidandosi non solo a vendere nuove macchine, ma a definire il futuro del lavoro stesso. La narrativa di HP passa per l’efficienza AI, la gestione avanzata dei dispositivi e un’esperienza di lavoro che non si limita più alla semplice potenza di calcolo ma che diviene estensione cognitiva del professionista moderno.

Siemens e Nvidia vogliono riscrivere il sistema operativo dell’industria

Al CES 2026 Siemens e NVIDIA hanno deciso di smettere di giocare ai margini e di puntare al centro del problema. L’industria globale è ancora gestita come se l’AI fosse un optional, non il sistema nervoso. La risposta è un’alleanza che mira a creare quello che le due aziende chiamano, senza troppi giri di parole, un sistema operativo di intelligenza artificiale per l’industria. Non un prodotto, non una piattaforma isolata, ma uno strato continuo che collega progettazione, produzione, operazioni e supply chain.

Alexa.com e il ritorno silenzioso di amazon nella guerra degli assistenti intelligenti

Amazon non ha fatto una conferenza spettacolare. Nessun palco, nessuna promessa messianica, nessun Jensen Huang che brandisce wafer di silicio come tavole della legge. Ha fatto qualcosa di molto più amazoniano. Ha aperto un dominio. Alexa.com. Sembra banale, quasi noioso. In realtà è una mossa strategica chirurgica che racconta molto più di quanto l’azienda voglia ammettere pubblicamente. Alexa non è più solo una voce in cucina o un cilindro sul comodino. Alexa ora vive nel browser, nello stesso spazio mentale occupato da ChatGPT, Gemini e Claude. E questo cambia il gioco.

AI 2027 e l’illusione delle date nell’era della superintelligenza

L’aggiornamento del progetto AI 2027 non è l’ennesimo esercizio di futurologia da conferenza patinata, ma una doccia fredda per chi continua a gestire l’intelligenza artificiale come se fosse un calendario e non una forza economica. La nuova versione del modello, accompagnata da un sito interattivo che permette di esplorare scenari e assunzioni, fa una cosa rara in questo settore: abbandona le vibrazioni, i grafici suggestivi sul brain compute e le profezie autoreferenziali, per ancorarsi a qualcosa di misurabile. Non è una scelta poetica, ma è tremendamente efficace. Ed è anche il motivo per cui molte certezze cominciano a scricchiolare.

Deepseek e il ritorno del pensiero visibile: perché la nuova interfaccia non è solo una feature ma una dichiarazione di potere

Il dettaglio che molti stanno trattando come un upgrade di interfaccia è in realtà una dichiarazione strategica. DeepSeek non ha semplicemente aggiunto un pulsante in più o una modalità avanzata da power user. Ha rimesso il pensiero al centro dell’esperienza, in modo esplicito, osservabile, quasi ostentato. In un’industria che negli ultimi dodici mesi ha fatto di tutto per nascondere il reasoning dietro risposte sempre più fluide e rassicuranti, il ritorno del “thinking” visibile è un gesto controcorrente. E come tutti i gesti controcorrente, va letto con attenzione.

Nvidia Vera Rubin e la nuova religione del calcolo: perché cinque volte più potenza non sono mai solo una questione tecnica

Nvidia Vera Rubin non è un chip. È una dichiarazione di potere. Jensen Huang sale sul palco del CES di Las Vegas come un amministratore delegato che non deve più convincere nessuno, ma solo ricordare al mercato chi comanda davvero l’infrastruttura cognitiva del pianeta. Quando dice che la nuova generazione di chip è in piena produzione e promette cinque volte la capacità di calcolo per applicazioni di intelligenza artificiale, non sta facendo marketing. Sta tracciando una linea. Da una parte chi costruisce i modelli. Dall’altra chi decide quanto velocemente il mondo può pensare.

Deepfake e responsabilità dell’intelligenza artificiale: il caso Grok e la fine dell’alibi tecnologico

L’inizio del 2026 potrebbe essere ricordato come quel momento per i deepfake e per l’intelligenza artificiale generativa. Non perché improvvisamente il mondo abbia scoperto che gli algoritmi possono fare danni, questo lo sapevamo già, ma perché per la prima volta il danno ha superato la soglia di tolleranza delle istituzioni. Grok, il chatbot di xAI, è finito al centro di una tempesta globale che segna un passaggio storico: l’idea che il software non sia solo uno strumento neutro, ma un soggetto che genera responsabilità diretta.

Google, Samsung e la guerra silenziosa per il controllo dell’intelligenza artificiale quotidiana

La domanda che aleggia sopra il CES di Las Vegas come un drone invisibile non riguarda né i chip né gli schermi pieghevoli. Qualcuno riuscirà davvero a raggiungere Google nella corsa all’intelligenza artificiale. Non superarla, attenzione. Raggiungerla. Il dettaglio semantico conta, perché nel 2026 l’AI non è più una feature, è un’infrastruttura cognitiva diffusa, un sistema operativo mentale che vive dentro gli oggetti. E Google, silenziosamente, sta facendo ciò che le riesce meglio da vent’anni: diventare ovunque senza farsi notare troppo.

Deloitte Tech Trends 2026

L’impresa ai-native non è una previsione, è una resa dei conti

Gennaio è il mese in cui le aziende fingono di sapere cosa accadrà. Pubblicano outlook, roadmap, vision 2030 e altri esercizi di ottimismo controllato che servono più a rassicurare i board che a descrivere la realtà. La tecnologia poi fa il suo mestiere preferito, smentire con eleganza. Eppure, nel rumore delle previsioni, un segnale è ormai troppo forte per essere ignorato. L’intelligenza artificiale non è più una funzionalità, non è un layer, non è nemmeno una piattaforma. Sta diventando la logica operativa dell’impresa. Non l’ennesimo add on, ma il sistema nervoso centrale. L’enterprise IT sta diventando AI native per default, non per scelta ideologica ma per semplice selezione naturale.

Agenti autonomi oltre l’hype: perché la nuova ricerca sta smontando il mito dell’LLM onnipotente

L’illusione dell’onnipotenza degli LLM sta lentamente evaporando, e non per colpa di un improvviso collasso tecnologico, ma per un dettaglio molto più imbarazzante. Funzionano bene finché il mondo è corto, pulito e statico. Appena il tempo si allunga, il contesto si sporca e le conseguenze diventano cumulative, il castello di sabbia crolla. La ricerca più recente sugli agenti autonomi parte proprio da qui, da una constatazione che in molti board continuano a ignorare mentre approvano budget per l’ennesimo copilota generalista. I modelli linguistici non sono menti autonome. Sono potenti componenti probabilistici che hanno bisogno di strutture, vincoli, memoria esterna e meccanismi di autocorrezione per non deragliare.

Le banche europee scoprono l’intelligenza artificiale e decidono che 200.000 persone sono un bug di sistema

Alla fine AI e’ una macchina di compressione dei costi. Per le banche europee quel momento è arrivato. L’intelligenza artificiale non è più la demo da presentare agli investitori né il laboratorio di compliance innovation per fare bella figura a Bruxelles. È diventata una leva chirurgica per ridurre il personale, chiudere filiali, riscrivere il conto economico. Duecentomila posti di lavoro che evaporano entro il 2030 non sono un incidente di percorso. Sono una strategia.

Deepseek e la nuova architettura dell’intelligenza artificiale cinese: perché il 2026 inizia con una sfida silenziosa agli Stati Uniti

Gennaio non è ancora entrato nel vivo e già l’intelligenza artificiale globale si ritrova con un problema concettuale sul tavolo. Non un nuovo chatbot da demo, non l’ennesima promessa di produttività miracolosa, ma una questione molto più scomoda: l’architettura stessa dei modelli fondamentali. DeepSeek, startup cinese con sede a Hangzhou e ambizioni che non fanno più finta di essere modeste, ha aperto il 2026 con un paper tecnico che va dritto al cuore del problema. Il nome è Manifold-Constrained Hyper-Connections, abbreviato in mHC, e dietro quella sigla apparentemente accademica si nasconde una presa di posizione strategica che vale più di molte conferenze stampa.

Sandisk, Palantir e la lezione del 2025: perché l’intelligenza artificiale ha smesso di essere una storia di software

Nel 2025 il mercato ha fatto una cosa che di solito evita con cura. Ha detto la verità. Non quella rassicurante, da presentazione per investitori, ma quella ruvida che emerge solo quando i numeri diventano troppo grandi per essere ignorati. Chi avesse investito in Sandisk dodici mesi fa oggi avrebbe un problema imbarazzante da spiegare al proprio private banker. Un rendimento del 559% da febbraio, dopo lo scorporo da Western Digital, non è una performance. È un atto d’accusa contro un’intera industria che per anni ha confuso l’innovazione con l’interfaccia utente.

Il 2026 come anno zero del lavoro cognitivo: perché l’AI smette di promettere e inizia a sostituire

La paura cresce. Non è isteria collettiva, non è luddismo digitale, non è nostalgia per il posto fisso. È una reazione razionale a una traiettoria tecnologica che per la prima volta non si limita ad assistere il lavoro umano ma lo osserva, lo misura, lo replica e infine lo rende opzionale. L’intelligenza artificiale non sta più bussando alla porta del mercato del lavoro. È già seduta alla scrivania, con accesso ai sistemi interni e una curva di apprendimento che non chiede aumenti salariali.

L’era dei contenuti sintetici infiniti e la morte dell’instagram che conoscevamo

Un dettaglio rende le riflessioni di Adam Mosseri più interessanti di quanto appaiano a una prima lettura distratta. Non è l’ennesimo CEO che scopre improvvisamente che l’AI esiste. È il fatto che il capo di Instagram stia ammettendo, con un certo ritardo ma senza troppi filtri, che l’intera economia simbolica su cui si è retta la piattaforma per oltre un decennio è tecnicamente finita. Non in crisi, non in trasformazione, finita. E quando un CEO parla di “feed morto da anni” e di “autenticità infinitamente riproducibile”, non sta facendo filosofia. Sta facendo damage control strategico.

Sicurezza dell’intelligenza artificiale nel 2026 tra agenti autonomi, governance e limiti fisici

Il 2026 non sarà l’anno in cui l’intelligenza artificiale diventerà improvvisamente più intelligente. Sarà l’anno in cui diventerà definitivamente più pericolosa, non per cattiveria intrinseca ma per eccesso di fiducia umana. Dopo un 2025 passato a industrializzare modelli, agenti e copiloti come se fossero semplici microservizi cloud, il conto arriva ora. E non è solo un conto tecnologico. È un conto energetico, normativo, geopolitico e, soprattutto, di sicurezza sistemica.

open molecules 2025 dataset e la rivoluzione dell’intelligenza artificiale nella chimica computazionale

Open Molecules 2025 non è un dataset come gli altri. È un punto di non ritorno. Quando si parla di “dati quantistici alla portata di tutti” si tende a sfociare nella retorica accademica o nel gergo sterile dei white paper. Qui invece la realtà è brutale e concreta: oltre 100 milioni di calcoli di teoria del funzionale della densità, messi in piazza per chiunque voglia costruire intelligenze artificiali che comprendano e prevedano il comportamento delle molecole con una fedeltà finora riservata ai supercomputer più costosi del pianeta. Questa è la promessa di Open Molecules 2025, una keyword che già risuona nei corridoi di centri di ricerca, startup di drug discovery e team di materiali avanzati. La parola chiave principale di questa narrazione non è un concetto astratto ma un catalizzatore di trasformazione tecnica senza precedenti.

10 libri sull’Intelligenza Artificiale da non perdere per iniziare bene il 2026

L’intelligenza artificiale non è più una promessa lontana: sta già trasformando il modo in cui lavoriamo, studiamo, comunichiamo e prendiamo decisioni. Ma orientarsi tra hype, annunci sensazionalistici e reali progressi tecnologici non è semplice. Per iniziare il 2026 con gli strumenti giusti, la redazione di Rivista.AI ha selezionato 10 libri sull’intelligenza artificiale da non perdere. Una scelta pensata per chi vuole capire davvero cosa sta succedendo nel settore senza rinunciare a una visione critica e aggiornata.

2025: l’anno in cui l’AI ha riscritto i futuro. Gli articoli più letti su Rivista.AI

Cari lettori, il 2025 volge al termine, è tempo di voltarci indietro e celebrare un anno che ha segnato un punto di non ritorno per l’intelligenza artificiale. Dal breakthrough di modelli come Claude reinventato da Anthropic, capace di ragionare come un umano ma senza i nostri bias, alle controversie su etica e creatività: pensate allo scontro tra Studio Ghibli e OpenAI o alla riscossa cinese con chip come Xring 01.

Tesla prepara il mercato al peggio

Tesla non fa comunicati inutili. O meglio, non li fa mai senza un secondo fine. Quando martedì ha deciso di pubblicare una nota ufficiale per riassumere le previsioni di venti analisti di Wall Street sulle consegne annuali fino al 2029, aggiungendo con zelo notarile di non avallare nessuna di quelle stime, il messaggio reale non era scritto nelle righe ma tra di esse. Nessuno pubblicherebbe un collage di numeri pessimisti se non volesse che il mercato li metabolizzasse prima del colpo vero. Preparazione psicologica, versione corporate. Una specie di vaccinazione preventiva contro lo shock.

Copyright e intelligenza artificiale: la legge nata per gli scrittori riuscirà a sopravvivere agli algoritmi

Il copyright non è mai stato una legge romantica. È sempre stato un compromesso brutale tra denaro, potere e creatività. Oggi però, con l’intelligenza artificiale che divora libri, musica, fotografie e archivi giornalistici a una velocità che nessun essere umano può anche solo concepire, quel compromesso scricchiola. Negli Stati Uniti oltre cinquanta cause per violazione del copyright sono già arrivate davanti ai giudici, tutte con la stessa accusa di fondo: le Big Tech hanno costruito modelli miliardari usando opere protette senza chiedere permesso a nessuno. Non un dettaglio tecnico. Una faglia strutturale.

Solaris, solare spaziale e data center: l’energia che serve quando il cloud non dorme

Il solare spaziale ha un problema di comunicazione. Viene raccontato come una promessa lontana, buona per slide futuristiche e per qualche panel visionario, quando in realtà risponde a una domanda molto concreta e tremendamente attuale. Chi fornirà energia continua, prevedibile e scalabile a un mondo digitale che non conosce più la parola notte. Non è una domanda filosofica. È una domanda che oggi si pongono hyperscaler, operatori di data center, regolatori e utility con un misto di ansia e imbarazzo.Il progetto SOLARIS dell’Agenzia Spaziale Europea nasce in questo contesto, anche se molti fanno finta di non vederlo. Ufficialmente si parla di space based solar power, di transizione energetica, di decarbonizzazione. Ma sotto la superficie il tema reale è un altro. La crescita esponenziale dei data center, spinta da cloud, intelligenza artificiale e workload sempre più energivori, sta rompendo l’equilibrio su cui erano state progettate le reti elettriche europee. Il solare spaziale non è una risposta romantica.

Natale non ferma l’intelligenza artificiale: acquisizioni opache, chip, agenti e il grande gioco del potere

Il settore dell’intelligenza artificiale non conosce ferie, né pause contemplative davanti all’albero di Natale. Mentre il resto del mondo stacca, i grandi player tecnologici fanno shopping. Silenziosamente, strategicamente, spesso con un certo gusto per l’ambiguità semantica. Meta, SoftBank e Nvidia hanno deciso che dicembre è il mese ideale per muovere miliardi, magari sperando che tra panettoni e brindisi nessuno faccia troppe domande. Spoiler.

Le domande arrivano sempre.Meta ha aperto le danze annunciando l’acquisizione di Manus, sviluppatore di agenti di intelligenza artificiale con base a Singapore. Il prezzo ufficiale non c’è, come spesso accade quando non si vuole fissare troppo l’attenzione. Ma considerando che l’ultima valutazione nota di Manus era intorno ai 500 milioni di dollari, è ragionevole ipotizzare un’operazione da circa 2 miliardi. Non molto di più, almeno secondo i parametri di una Big Tech che investe miliardi come se fossero punti fedeltà. L’interesse di Meta per gli agenti di intelligenza artificiale non è casuale. Gli agenti sono la nuova ossessione della Silicon Valley. Non chatbot che rispondono, ma sistemi che agiscono, pianificano, eseguono. In altre parole, software che iniziano a sembrare lavoratori cognitivi, senza ferie, senza sindacati e con una memoria infinita.

Batterie a co₂: la cupola bianca che può salvare l’AI dalla sua fame energetica

Il dibattito sull’intelligenza artificiale ha smesso di essere filosofico e e’ diventato brutalmente fisico. Non riguarda l’etica, non riguarda l’AGI, non riguarda neppure i bias. Riguarda i megawatt. Riguarda il fatto che ogni modello sempre più grande, ogni data center sempre più denso, ogni promessa di automazione totale richiede una cosa banale e spietata: elettricità continua, stabile, prevedibile. Ventiquattro ore su ventiquattro. Sette giorni su sette. Senza blackout, senza picchi, senza scuse verdi costruite su comunicati stampa. Qui entrano in scena le batterie a CO₂, e improvvisamente la transizione energetica smette di sembrare una presentazione PowerPoint.

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