Il mondo dei pagamenti digitali ama raccontarsi come una storia di progresso inevitabile. Nuove app, wallet digitali, blockchain, intelligenza artificiale e promesse di trasferimenti istantanei tra continenti con la stessa semplicità con cui si invia un messaggio. Una narrazione affascinante, che però rischia di dimenticare un dettaglio piuttosto importante: la tecnologia non risolve automaticamente i problemi strutturali dell’economia. Il messaggio arriva con una certa chiarezza da Fabio Panetta, governatore della Banca d’Italia, intervenuto al Cross-border Payments Summit organizzato dal Financial Stability Board presso la Bank of England a Londra. Il tema è uno dei più complessi e strategici per il sistema finanziario globale: rendere i pagamenti internazionali più veloci, meno costosi e più trasparenti.
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Nuove prospettive su come la tecnologia ai sta plasmando il futuro del business e della finanza
Lunedì 10 marzo 2026 Milano ha ospitato un evento che, per chi segue da decenni l’evoluzione tecnologica come io faccio, non era semplicemente un altro keynote di product marketing ma un chiaro segnale che l’intelligenza artificiale sta lasciando definitivamente la nicchia degli early adopter per entrare nelle dinamiche strategiche delle imprese italiane; il Microsoft AI Tour, tenutosi presso CityOval (ex Palazzo delle Scintille), ha riunito oltre 2.500 partecipanti tra manager, imprenditori, professionisti IT e sviluppatori per discutere della cosiddetta “Frontier Transformation”, un concetto che sposta l’attenzione dall’efficienza operativa pura a una visione più ampia in cui l’AI diventa un partner per creatività, innovazione e crescita integrata nei modelli di business aziendali.
Il mondo dell’intelligenza artificiale ama le promesse visionarie, ma raramente una startup riesce a trasformare una promessa in un unicorno già al primo giro di finanziamenti. È quello che è successo con AMI (Advanced Machine Intelligence), la nuova creatura imprenditoriale di Yann LeCun, uno dei pionieri mondiali del deep learning e per anni capo scientifico dell’AI in Meta. La startup parigina ha annunciato un round di finanziamento da oltre 1,03 miliardi di dollari, circa 890 milioni di euro, classificandosi come uno dei più grandi seed round nel settore tecnologico. Il risultato? Una valutazione pre-money di circa 3,5 miliardi di dollari e lo status immediato di Unicorno, prima ancora che il laboratorio abbia davvero iniziato a produrre tecnologia commerciale. Non male per un progetto nato solo pochi mesi fa.
L’Europa prova a svegliarsi: la BEI apre il rubinetto degli investimenti per tecnologia, AI e difesa
La Banca Europea per gli Investimenti annuncia nuovi strumenti finanziari per sostenere startup, scaleup e tecnologie strategiche in Europa, con l’obiettivo di rafforzare sovranità tecnologica, innovazione e competitività globale. L’annuncio è arrivato a Lussemburgo durante la quarta edizione del Forum del Gruppo BEI, evento che riunisce responsabili politici, imprenditori, accademici e innovatori attorno a un tema che suona come una dichiarazione di intenti: costruire un’Europa forte in un mondo che cambia.
Durante l’apertura delle Due Sessioni, il momento politico più importante dell’anno per la leadership cinese, il premier Li Qiang ha presentato davanti all’Assemblea Nazionale del Popolo un obiettivo di crescita del Pil per il 2026 compreso tra il 4,5% e il 5%. Si tratta del livello più basso fissato ufficialmente dalla Cina dal 1991, escludendo l’anomalia del 2020 durante la pandemia. Il dato fotografa un cambio di fase per la seconda economia mondiale guidata dal presidente Xi Jinping. Dopo decenni di espansione a ritmi quasi vertiginosi, la crescita cinese rallenta e diventa più selettiva. Non è un crollo, ma una scelta strategica che riflette pressioni interne e un contesto internazionale decisamente più turbolento rispetto al passato.
Il futuro dell’economia mondiale potrebbe dipendere da una variabile che fino a pochi anni fa sembrava appartenere più ai laboratori di ricerca che alle sale dei consigli delle banche centrali: l’intelligenza artificiale. Nel suo intervento alla conferenza annuale sui rischi globali organizzata dalla Johns Hopkins University a Bologna, la presidente della Banca centrale europea Christine Lagarde ha disegnato uno scenario che oscilla tra una nuova età dell’oro della produttività e una frenata economica globale causata dalla frammentazione geopolitica.
Il commercio online ha già attraversato diverse rivoluzioni. Prima il passaggio dal negozio fisico all’ecommerce, poi l’era delle piattaforme e delle app, infine la stagione degli algoritmi che suggeriscono cosa comprare prima ancora che il consumatore lo chieda. La prossima fase promette di essere ancora più radicale. Il gruppo europeo dei pagamenti Nexi e il gigante tecnologico Google Cloud hanno annunciato un Memorandum of Understanding per costruire l’infrastruttura di quello che viene definito agentic commerce. Un’espressione che potrebbe sembrare uscita da un laboratorio di ricerca sull’intelligenza artificiale ma che, in realtà, descrive una trasformazione molto concreta del modo in cui acquistiamo online.
Jeff Bezos torna operativo in prima linea e lo fa con un progetto che ambisce a ridisegnare l’industria globale. Il fondatore di Amazon, dopo aver lasciato la guida del gruppo nel 2021, è oggi co-ceo di un laboratorio di intelligenza artificiale dal nome evocativo, Project Prometheus, che sta raccogliendo decine di miliardi di dollari per cavalcare la disruption industriale che lui stesso contribuisce a generare.
Block, la fintech guidata dal cofondatore di Twitter Jack Dorsey, ha annunciato un taglio di oltre 4.000 posti su una forza lavoro di circa 10.000 dipendenti. Una riduzione di quasi la metà dell’organico che rappresenta uno dei segnali più espliciti finora del legame diretto tra AI e occupazione. I mercati hanno applaudito. Il titolo della società fintech è balzato di oltre il 25% nelle contrattazioni after hours, dimostrando che a Wall Street l’efficienza operativa resta un argomento molto convincente. I lavoratori, prevedibilmente, hanno accolto la notizia con molto meno entusiasmo.
Nel salone veneziano del 32° Congresso Assiom Forex, dedicato al tema “Commercio e finanza in un mondo frammentato”, il governatore della Banca d’Italia Fabio Panetta ha scelto un registro sobrio ma tutt’altro che rassicurante. Il mondo, ha spiegato, non si sta restringendo: si sta riorganizzando. E in questa riorganizzazione la tecnologia, le terre rare e l’intelligenza artificiale stanno riscrivendo le gerarchie finanziarie con una velocità che i mercati, come spesso accade, sembrano aver già scontato… forse un po’ troppo.
Diciamoci la verità: nel nostro Paese amiamo parlare di intelligenza artificiale. La evochiamo nei convegni, la celebriamo nei piani industriali, la inseriamo nei documenti strategici e la citiamo, spesso con una certa disinvoltura, nei discorsi di politici e pubblici amministratori. Poi però, quando si passa dalle slide ai bilanci aziendali, l’AI sembra ancora una promessa più che una leva strutturale di competitività. A dirlo, questa volta, non sono gli osservatori stranieri o le classifiche internazionali, ma i dati dell’Istituto Italiano per l’Intelligenza Artificiale, che fotografano una realtà meno scintillante di quanto suggerisca la narrativa.
A leggere i numeri che chiudono il 2025 dell’economia americana si nota un paradosso. Mentre le conferenze sull’intelligenza artificiale celebrano aumenti di produttività, automazione intelligente e una nuova età dell’oro digitale, il Pil degli Stati Uniti rallenta bruscamente all’1,4% nel quarto trimestre, con un’inflazione che risale al 2,9% secondo l’indice Pce, quello preferito dalla Federal Reserve. In altre parole, l’economia più tecnologicamente avanzata del pianeta corre sull’AI ma inciampa sulla crescita.
Abbiamo sempre detto che l’intelligenza artificiale promette di rivoluzionare tutto. Vero, ma non sempre riesce a sostenere le trimestrali. Cisco lo ha dimostrato con i recenti risultati trimestrali che, nonostante ricavi per 15,3 miliardi di dollari, in aumento del 10% rispetto all’anno precedente e utili complessivi in crescita dell’11%, non hanno convinto gli analisti e hanno contribuito a spingere al ribasso il comparto tecnologico nelle Borse statunitensi. Il titolo è scivolato dopo la pubblicazione dei risultati, in un contesto già nervoso per la rotazione settoriale e per le prese di profitto sui grandi nomi del tech.
Se c’è un investitore che non teme le montagne russe del tech, quello è Masayoshi Son. SoftBank ha chiuso l’ultimo periodo con segnali di recupero grazie alla rivalutazione di alcune partecipazioni e alla crescente esposizione ai temi legati all’intelligenza artificiale. Dopo anni di volatilità e scommesse controverse, il conglomerato giapponese prova a rimettersi al centro della scena globale dell’innovazione.
L’intelligenza artificiale ha fame di potenza di calcolo e la potenza di calcolo ha bisogno di memoria. Lenovo ha lanciato un allarme che va oltre la propria trimestrale, segnalando una possibile carenza di chip di memoria per computer in un momento in cui la domanda legata all’AI è in forte crescita.
Se l’Intelligenza Artificiale in Italia fosse una conversazione da bar, di quelle che di solito facciamo al Bar dei Daini, nel 2026 non sarebbe più quella un po’ fumosa di qualche tempo fa, fatta di promesse vaghe e demo affascinanti. Oggi è un dialogo strutturato, numeri alla mano e, soprattutto, con un conto economico che comincia a farsi rispettare. Secondo i dati dell’Osservatorio Artificial Intelligence del Politecnico di Milano, il mercato italiano dell’AI nel 2025 vale 1,8 miliardi di euro, con una crescita del 50% rispetto al 2024 e un CAGR triennale che sfiora il 54%. Tradottoin parole più semplici: non è più hype, è industria.
Il 2025 di STMicroelectronics assomiglia a quelle stagioni che i tifosi preferiscono archiviare in fretta, magari parlando d’altro. A salvarlo, parzialmente, è solo l’ultimo trimestre. A raccontarlo senza troppi giri di parole è Jean Marc Chery, presidente e amministratore delegato del gruppo, che definisce l’anno “sfidante”. Traduzione dal linguaggio manageriale: scorte alte nella prima parte, un miglioramento nella seconda e finalmente il ritorno alla crescita anno su anno nel quarto trimestre. Non proprio una cavalcata trionfale, ma almeno il segnale che il peggio potrebbe essere alle spalle.
Settemila. Un numero rotondo, rassicurante, quasi ipnotico. Il superamento della soglia dei 7.000 punti da parte dell’S&P 500 non è solo un fatto tecnico, né l’ennesimo titolo da breaking news finanziaria. È un atto di fede collettivo. Un gesto quasi ideologico. Il mercato americano ha deciso che l’intelligenza artificiale non è una promessa ma una certezza, non un’opzione ma un destino. Tutto il resto, dalla geopolitica alla politica monetaria, è diventato rumore di fondo, tollerabile finché non disturba troppo la narrativa principale.
Se gli annunci sugli utili fossero una disciplina olimpica, Mark Zuckerberg avrebbe appena fatto il record mondiale. Salto in alto, con rincorsa sul tappeto elastico dell’intelligenza artificiale. Meta cresce del 24 per cento nel trimestre, promette un 30 per cento nel successivo e viene premiata dal mercato con un applauso sonoro che vale un più 10 per cento after hours. Wall Street, si direbbe, ha deciso che l’approccio YOLO alla spesa in intelligenza artificiale non è più una follia adolescenziale, ma una strategia industriale. O almeno una scommessa che vale la pena di finanziare.
Per tre anni consecutivi l’intelligenza artificiale è stata trattata come una religione laica. Finanziamenti record, valutazioni iperboliche, Nvidia incoronata regina dei mercati globali e promesse di infrastrutture da mille miliardi di dollari annunciate con la stessa leggerezza con cui un venture capitalist ordina un caffè a Palo Alto. Poi, come sempre accade nei cicli tecnologici, qualcuno ha pronunciato la parola proibita. Bolla. Uno studio del MIT, rimbalzato sui mercati nell’estate, ha sostenuto che il 95 per cento dei progetti di generative AI fallisce. Il dato, vero o presunto, ha fatto il suo dovere. Ha spaventato chi doveva spaventarsi e ha dato un titolo facile a chi vive di headline. Peccato che racconti solo metà della storia, quella più comoda per chi ama i paralleli con il 2000 e non ha voglia di guardare i numeri reali.

12/04/2026 Massimo Gaggi – New York
Nel cuore della globalizzazione, i masters of the universe della finanza trasformano l’ottimismo dei mercati in esposizione a rischi enormi per incassare profitti giganteschi. Ma nel 2008 Wall Street crolla in seguito al fallimento di Lehman Brothers. Il governo salva la grande finanza per evitare guai peggiori mentre per milioni di americani è la rovina: fine della fiducia negli esperti, è l’alba del populismo. Se un po’ di banchieri fossero stati sbattuti in galera, scriverà il “Financial Times”, non avremmo avuto Trump.
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Se Davos avesse un cartello luminoso all’uscita, quest’anno probabilmente lampeggerebbe così: “Attenzione: il mondo non tornerà come prima”. È più o meno questo il succo, servito con elegante diplomazia svizzera e una certa abbondanza di slide, delle considerazioni finali del World Economic Forum. Una settimana di panel, strette di mano, grafici che salgono e grafici che scendono, ma alla fine il verdetto è corale: siamo entrati in una nuova normalità, che di normale ha solo il fatto di essere instabile.
A Davos, tra un cappuccino da 12 franchi e una tavola rotonda sulla “resilienza globale”, quest’anno l’intelligenza artificiale è riuscita in un’impresa notevole: mettere d’accordo banchieri centrali e capi del Fondo monetario internazionale sul fatto che stiamo correndo molto più veloci di quanto sappiamo guidare. Non è poco. Le considerazioni finali di Christine Lagarde e Kristalina Georgieva, arrivate dal palco conclusivo del World Economic Forum, suonano come due capitoli dello stesso romanzo: uno parla di regole e cooperazione, l’altro di lavoro che cambia e salari che scricchiolano.
Una parola attraversa il primo Bollettino economico del 2026 della Banca d’Italia: è equilibrio o, meglio, la sua assenza. Da una parte c’è l’AI che continua a spingere investimenti, profitti e capitalizzazioni come un motore turbo montato su un’economia che aveva già ripreso velocità. Dall’altra, un mercato finanziario che sembra correre un po’ più avanti della realtà, con valutazioni che, pur avendo delle buone ragioni per essere così alte, iniziano ad assomigliare a una scommessa collettiva sul futuro.
Quando Warren Buffett paragona l’intelligenza artificiale all’era nucleare, non sta cercando un titolo da giornale o una provocazione da conferenza. Sta usando l’unica analogia che, nel suo vocabolario di investitore razionale e paziente, segnala un rischio sistemico fuori scala. Non una bolla. Non una disruption. Ma qualcosa che cambia la struttura del mondo, lasciando intatto un dettaglio inquietante: il modo in cui gli esseri umani pensano, decidono e competono resta drammaticamente inadatto.
L’intelligenza artificiale come keyword principale non è più un tema da convegno per entusiasti o da slide per venture capitalist. È un problema di civiltà. Buffett lo dice con la calma di chi ha visto passare guerre fredde, crisi finanziarie e rivoluzioni tecnologiche senza mai perdere il sonno. Proprio per questo, quando parla di punto di non ritorno, conviene ascoltare. Il suo messaggio è disarmante nella sua semplicità. L’AI è già fuori controllo non perché sia malvagia, ma perché è ormai ovunque, incorporata nei sistemi economici, militari, informativi e cognitivi. E come ogni tecnologia che promette vantaggi asimmetrici, non può essere rimessa nella scatola.
A Davos, tra una dichiarazione geopolitica e una stretta di mano strategica, c’è sempre un momento in cui qualcuno prova a riportare tutti con i piedi per terra. Quest’anno ci ha pensato Accenture, insieme al World Economic Forum, con uno studio dal titolo che suona come un avvertimento più che come uno slogan: Proof over Promise. Tradotto in linguaggio non da consulenti: basta parlare di quello che l’intelligenza artificiale potrebbe fare, guardiamo a quello che sta già facendo.
Sequoia Capital, il veterano dei venture capitalist di Silicon Valley, sembra aver deciso di riscrivere le regole non scritte della concorrenza nel settore dell’intelligenza artificiale. Stando al Financial Times, la firma è pronta a partecipare a un round di finanziamento da capogiro per Anthropic, la startup dietro Claude, pochi mesi dopo aver già investito in OpenAI e xAI di Elon Musk. Una mossa destinata a far girare la testa a chiunque conosca la prassi tradizionale dei venture capitalist, che normalmente evitano di scommettere su più contendenti nello stesso mercato, preferendo concentrarsi sul cosiddetto “single winner”.
A Davos, in questi primi due giorni del World Economic Forum, l’aria è quella delle grandi svolte che nessuno osa chiamare per nome. La cittadina svizzera, che ogni gennaio si trasforma nel centro di gravità del potere globale, oggi sembra più un osservatorio sismico che il salotto buono della globalizzazione. Tutti sentono le scosse, pochi fingono di non accorgersene. Il tema ufficiale è “Uno spirito di dialogo”, ma basta attraversare i corridoi del centro congressi per capire che qui il dialogo è diventato un esercizio di equilibrio su una faglia geopolitica che si allarga.
Nel World Economic Outlook Update di gennaio 2026, il Fondo Monetario Internazionale (FMI) certifica la resilienza dell’economia globale: la crescita mondiale per il 2026 è confermata al 3,3% (+0,2% rispetto alle stime di ottobre 2025), in linea con il 2025, mentre per il 2027 si prevede un lieve rallentamento al 3,2% (invariato). Nonostante il rischio significativo rappresentato da una possibile nuova escalation delle tariffe commerciali (legate alle politiche protezionistiche USA), l’economia mondiale regge grazie al boom tecnologico trainato dall’intelligenza artificiale.
A Davos l’aria è sempre quella delle grandi promesse, ma quest’anno i numeri di PwC hanno il merito di riportare la conversazione su un terreno più concreto. La 29esima Ceo Survey presentata al World Economic Forum racconta un’Italia imprenditoriale che guarda al futuro con un certo sorriso sulle labbra, ma con le scarpe ancora un po’ impantanate nella realtà. Il 62 per cento dei Ceo italiani prevede una crescita dell’economia globale nei prossimi dodici mesi, in linea con il resto del mondo. Sull’economia di casa nostra l’entusiasmo si raffredda, ma resta comunque una fiducia diffusa che si riflette anche nei numeri di fatturato e margini, cresciuti più della media globale.
A pochi giorni dall’inizio del Forum di Davos 2026, il World Economic Forum ha pubblicato il suo Chief Economists’ Outlook e, come spesso accade con questi documenti, la sensazione è quella di trovarsi davanti a una fotografia in cui nessuno sorride davvero, ma quasi tutti provano a sembrare un po’ meno preoccupati rispetto a ieri. Il 53% degli economisti intervistati si aspetta un peggioramento delle condizioni economiche globali nel corso dell’anno. Non è una buona notizia, ma è comunque un miglioramento rispetto al 72% di settembre 2025. In altre parole, il mondo resta nervoso, ma almeno ha smesso di iperventilare.
Nel 2025 i produttori di semiconduttori hanno incassato oltre 400 miliardi di dollari. Non una categoria di nicchia, non un ciclo favorevole, ma il miglior anno di sempre per i chip. E il bello, o il preoccupante a seconda dei punti di vista, è che il 2026 promette di fare ancora meglio. L’AI non sta solo crescendo, sta divorando potenza di calcolo, e i data center sono diventati il suo apparato digerente.
Se sembra una corsa all’oro, è perché lo è. Con una differenza: al posto dei setacci ci sono GPU, al posto delle miniere enormi edifici pieni di server e al posto dei cercatori solitari una manciata di colossi tecnologici con bilanci più grandi di molti Stati. Nvidia è il nome che domina la scena, avendo più che raddoppiato i ricavi in un solo anno, ma non è più l’unica pala nel negozio di ferramenta. Google, Amazon, Microsoft e persino i grandi clienti stanno iniziando a costruire i propri attrezzi.
AI, bolla o assicurazione sul futuro? Perché Wall Street non è nel 2000 (e cosa aspettarsi nel 2026)
La parola che a Wall Street fa sempre un certo effetto, come gridare “al fuoco” in un cinema affollato è bolla. Negli ultimi due anni è stata accoppiata quasi automaticamente all’intelligenza artificiale, come se bastasse pronunciare l’acronimo “AI” per evocare il fantasma del 2000, dei modem a 56k e delle startup con nomi improbabili finite in archivio insieme ai floppy disk. Eppure, guardando ai numeri, alle dinamiche industriali e alle aspettative sul 2026, il paragone con la bolla internet è meno solido di quanto sembri. Anzi, forse dice più della nostra memoria selettiva che dei mercati.
C’è un miliardo di euro che gira silenzioso nei corridoi della finanza italiana ed è quello che banche e intermediari non bancari hanno investito tra il 2023 e il 2024 in tecnologie innovative secondo l’ultima indagine fintech della Banca d’Italia una cifra importante ma non rivoluzionaria che racconta un settore curioso dell’innovazione ma ancora poco incline ai colpi di testa e che prevede di replicare lo stesso impegno anche nel biennio successivo con una crescita stimata dell’1,4 per cento, segno che la trasformazione digitale procede ma a passo misurato come un algoritmo ben addestrato a non correre rischi inutili.
C’è stato un tempo in cui il Medio Oriente era sinonimo quasi esclusivo di petrolio, gas e geopolitica energetica. Oggi, pur senza rinnegare gli idrocarburi, il Qatar guarda decisamente oltre e punta dritto sull’intelligenza artificiale. Con uno stanziamento iniziale di 20 miliardi di dollari destinati a progetti di AI, Doha vuole diventare un leader globale del settore e soprattutto il principale punto di riferimento per l’intelligenza artificiale in Medio Oriente. Una mossa che dice molto su come sta cambiando la mappa mondiale dell’innovazione.
Il programma della FAIR General Conference 2025 vibra come un sismografo impazzito che registra l’accelerazione di un paese che, nonostante la consueta lentezza burocratica, sembra aver capito che l’AI non è piú un vezzo accademico ma una questione di sovranità industriale. La scena si apre con la ritualità del welcome coffee, un dettaglio che potrebbe sembrare marginale ma che in realtà è il termometro di un ecosistema che tenta di mostrarsi ospitale mentre discute di tecnologie capaci di disintermediare mezza economia italiana. La presenza istituzionale è massiccia, quasi a voler certificare che l’intelligenza artificiale non è piú un laboratorio di nerd, ma un teatro di potere.
Roma si prepara a trasformarsi in una sorta di laboratorio civico dove politica, filosofia e tecnologia si mescolano con la stessa naturalezza con cui gli algoritmi si insinuano nella nostra vita quotidiana. L’avvio ufficiale della Society for the Ethics and Politics of Artificial Intelligence, meglio nota come SEPAI, non è un semplice appuntamento accademico ma un gesto quasi teatrale, un debutto in grande stile che pretende attenzione e rilancia l’Italia nel cuore del confronto internazionale sull’etica dell’intelligenza artificiale. La conferenza inaugurale del 4 e 5 dicembre 2025 presso il Nuovo Rettorato dell’Università Roma Tre promette di essere una di quelle scene madri che restano impresse nella memoria collettiva, perché nulla è più provocatorio della domanda su chi, davvero, controlli chi nell’era delle macchine pensanti.
Quando la più grande banca europea decide di affidare il cuore delle sue future operazioni all’intelligenza artificiale, la notizia è già rilevante. Quando però sceglie una startup francese invece dei colossi americani dell’AI, allora la notizia diventa politica, oltre che tecnologica. È quello che è appena successo con HSBC, che ha siglato un accordo strategico con Mistral per integrare i modelli generativi della società parigina nei sistemi operativi della banca.
L’estate del 1956 al Dartmouth College, a Hanover nel New Hampshire, segnò l’inizio ufficiale dell’intelligenza artificiale come disciplina autonoma. John McCarthy, Marvin Minsky, Claude Shannon e Nathan Rochester proposero il “Dartmouth Summer Research Project on Artificial Intelligence”, un workshop di due mesi destinato a esplorare se ogni aspetto dell’intelligenza umana potesse essere simulato da una macchina. Non si trattava di un seminario accademico convenzionale, ma di un esperimento visionario: dieci ricercatori riuniti in una vecchia sala del campus per discutere, progettare e ipotizzare macchine capaci di ragionare, apprendere e risolvere problemi complessi.
Non c’è nulla di più divertente che osservare un’intera industria chiedersi se ha investito nelle fondamenta giuste mentre brinda al futuro con un sorriso tirato. In questi giorni la scena si sposta a San Diego, dove NeurIPS attrae migliaia di ricercatori, investitori e cacciatori di talento. La narrativa ufficiale celebra l’ingegno accademico, ma sotto la superficie pulsa una domanda che nessuno ama formulare ad alta voce: la corsa verso l’intelligenza artificiale generale sta davvero seguendo la traiettoria giusta oppure siamo dentro un gigantesco esercizio di wishful thinking mascherato da inevitabilità tecnologica. La parola magica è aspettativa, quella vibrazione sospesa tra entusiasmo e presagio che da sempre accompagna le rivoluzioni più ambiziose.