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Editoria e Diritto d’Autore

L’anima nera della Silicon Valley. la vera storia di Peter Thiel

È da studente a Stanford che Peter Thiel getta le fondamenta di un potere nuovo, radicalmente diverso da quello della Silicon Valley raccontata nei pitch deck e nei TED Talk. Non potere fondato sulla visibilità, sull’evangelismo tecnologico o sul culto del fondatore carismatico, ma su reti opache, influenza culturale e capitale strategico. A Stanford Thiel studia filosofia e diritto, ma soprattutto studia il conflitto. Legge Hobbes e Carl Schmitt mentre attorno a lui prende forma il mito californiano della tecnologia come forza naturalmente progressista. Lui non ci crede. Intuisce che la tecnologia non emancipa di per sé, amplifica chi già comanda.

Tecnologia e potere: perché la corsa all’AI è una maratona, non uno sprint

La narrazione dominante sul confronto tra Stati Uniti e Cina in intelligenza artificiale continua a essere drammatica, quasi cinematografica: chi costruirà per primo un’AGI con capacità “divine” conquisterà il mondo, o almeno il dominio tecnologico e militare globale. Jeffrey Ding, assistant professor alla George Washington University e autore di Technology and the Rise of Great Powers, smonta questo mito con la freddezza di uno storico tecnologico che ha visto decine di rivoluzioni industriali nascere e morire prima che il loro impatto reale fosse visibile. Per Ding, l’errore fondamentale degli Stati Uniti è correre lo sprint dell’innovazione mentre il vero vantaggio strategico risiede nella diffusione: portare l’AI in ogni angolo dell’economia, dalle imprese più piccole ai campus universitari meno noti, dai centri urbani ai territori più periferici.

Meta mette il lucchetto all’AI per gli adolescenti e dopo Grok nessuno può fingere di essere sorpreso

Ogni grande ondata tecnologica, prima o poi, arriva a quel punto preciso in cui l’entusiasmo degli ingegneri inciampa nella scrivania di uno studio legale. Napster, per esempio, all’inizio degli anni Duemila era presentato come la più bella utopia digitale mai vista: musica gratis per tutti, condivisione globale, rivoluzione culturale. Poi è arrivata l’industria discografica, e l’innovazione ha scoperto improvvisamente di avere un avvocato seduto davanti. Pensiamo a YouTube: all’inizio era il Far West dei video, un gigantesco karaoke illegale planetario. Solo dopo una raffica di cause miliardarie è nato Content ID, il primo grande tentativo di trasformare una rivoluzione creativa in qualcosa che potesse sopravvivere in tribunale.

AI slop o nuovo cinema popolare? YouTube, i creator e la paura di un futuro troppo creativo

C’è una frase che torna spesso quando si parla di YouTube e intelligenza artificiale: “sta diventando sempre più difficile distinguere il reale dal generato”. È vera, ed è anche un po’ il segno dei tempi. Neal Mohan, Ceo di YouTube, lo ripete nella sua lettera aperta alla community mentre presenta le priorità della piattaforma per il 2026. YouTube, dice, è ormai la nuova televisione e i creator sono le nuove star della prima serata. Detto così sembra una battuta, ma poi arrivano i numeri e la battuta smette di far ridere. Solo negli Stati Uniti, nel 2024 (per il 2025 appena concluso non sono ancora disponibili i dati), l’ecosistema YouTube ha contribuito al Pil per 55 miliardi di dollari e ha sostenuto quasi mezzo milione di posti di lavoro. Negli ultimi quattro anni, più di 100 miliardi di dollari sono finiti nelle tasche di creator, artisti e aziende dei media. Altro che passatempo.

“Alright, alright, alright”… ma solo se lo dice lui: Matthew McConaughey e la nuova frontiera dei diritti d’autore nell’era dei cloni AI

Anche Hollywood a volte decide di smettere di protestare e iniziare a muoversi. Questa volta il protagonista è Matthew McConaughey e la notizia, riportata dal Washington Post, ha il sapore di quelle che fanno scuola: l’attore ha deciso di combattere i cloni digitali non con un post indignato o con una causa simbolica, ma con un’arma giuridica piuttosto concreta, cioè mettendo un marchio registrato su se stesso. Sì, letteralmente.

Dalle piste ai pixel: come l’intelligenza artificiale sta riscrivendo le Olimpiadi di Milano-Cortina

Se pensate che l’intelligenza artificiale nello sport serva solo a dire se un pallone ha superato la linea o no, Milano-Cortina 2026 è pronta a farvi cambiare idea. Le prossime Olimpiadi invernali saranno, prima ancora che una vetrina sportiva, un gigantesco laboratorio tecnologico in cui l’AI non si limiterà a stare dietro le quinte, ma diventerà parte integrante dell’esperienza di chi guarda, racconta e vive i Giochi.

2026, l’anno in cui il media planning smette di pianificare e inizia a progettare

Tutti noi che lavoriamo nel media da qualche tempo abbiamo la sensazione che le parole che usiamo ogni giorno non bastino più a spiegare quello che sta succedendo. Pianificazione, canali, funnel, copertura, frequenza. Certo, funzionano ancora. Ma non raccontano più tutto. E, forse, non raccontano nemmeno la parte più importante. Le previsioni WARC “The future of media” per il 2026 sono lì a ricordarcelo in modo piuttosto esplicito: la spesa pubblicitaria globale crescerà di oltre il 9% e arriverà intorno ai 1,3 mila miliardi di dollari. Una cifra enorme, che non dice solo che il mercato cresce, ma soprattutto che sta cambiando pelle.

Il punto di svolta dell’intelligenza artificiale e la fiducia digitale

La notizia è semplice e devastante: conversazioni “cancellate” su ChatGPT potrebbero non essere mai realmente sparite. Una sentenza federale, scaturita da una causa del New York Times contro OpenAI, stabilisce che anche i messaggi che gli utenti pensavano eliminati possono essere conservati e usati come prova legale. Psicologicamente, questo cambia tutto: il patto implicito tra utenti e piattaforme AI è frantumato, e ricostruire fiducia è più difficile di convincere un consiglio di amministrazione a investire in un progetto quantistico.

Cloudflare contro Roma: quando la nuvola minaccia tempesta (e 14 milioni di euro di pioggia)

C’è un vecchio detto che recita “tanto tuonò che piovve” per indicare che le cose non accadono mai all’improvviso: ci sono sempre dei segnali premonitori, proprio come il tuono annuncia la pioggia. Nel caso di Cloudflare, invece, quando arriva una multa da oltre 14 milioni di euro, non piove: scoppia direttamente un temporale geopolitico-digitale con fulmini, saette e comunicati su X. Nei giorni scorsi l’AGCOM ha sanzionato il colosso americano delle infrastrutture di rete e della sicurezza web per la “perdurante violazione” della normativa antipirateria italiana ed ecco che, puntuale come un aggiornamento di sistema non richiesto, è arrivata la risposta del CEO Matthew Prince. Lunga, infuocata e, soprattutto, molto americana.

Quando il portiere non chiude la porta: Cloudflare, Agcom e la multa da 14 milioni di euro

Oltre quattordici milioni di euro non sono bruscolini, nemmeno per uno dei giganti mondiali delle infrastrutture internet. L’Agcom ha deciso di sanzionare Cloudflare con una multa pari all’1% del fatturato globale 2024 per violazione delle norme sul diritto d’autore online e, più precisamente, per inottemperanza a un proprio ordine. Secondo Agcom infatti, Cloudflare non ha eseguito quanto richiesto dalla delibera 49/25/CONS, collegata alla Legge antipirateria 93/2023. Tradotto per chi non vive di sigle: Cloudflare avrebbe dovuto aiutare a rendere inaccessibili una serie di contenuti pirata segnalati dai titolari dei diritti tramite Piracy Shield. E non lo avrebbe fatto.

Anne Applebaum: Autocrazie

Autocrazia s.p.a. il potere globale dopo le ideologie

Ascolto spesso un errore concettuale che continua a infestare il dibattito geopolitico occidentale come un software legacy mai disinstallato. Continuare a leggere il mondo con le categorie del Novecento. Destra e sinistra. Capitalismo e comunismo. Democrazia contro totalitarismo. Anne Applebaum, con la precisione chirurgica di chi ha visto i meccanismi del potere dall’interno e non dalla cattedra, smonta questa illusione con una tesi tanto semplice quanto disturbante. Il conflitto globale non è più ideologico. È gestionale. Non riguarda ciò che i regimi dicono di credere, ma ciò che devono fare per sopravvivere. Conservare potere. Proteggere ricchezza. Garantire impunità.

Reddit supera TikTok. La rivincita dei Forum nell’era dell’AI?

I tempi cambiano e a volte lo fanno in modi che ci lasciano un po’ sorpresi, quasi come scoprire che il vecchio bar di quartiere è diventato il posto più trendy della città. Pensate a Reddit: quella piattaforma che un tempo evocava immagini di dibattiti accesi tra utenti anonimi, spesso più simili a campi di battaglia che a salotti amichevoli. Invece, eccola qui, nel 2026, a scalzare TikTok dal podio delle piattaforme social più visitate nel Regno Unito. Sì, proprio lei, la regina dei subreddit, è diventata la quarta rete sociale più popolare tra i cittadini britannici, superando il re dei video brevi. Non è forse ironico come, in un mondo dominato da algoritmi velocissimi e contenuti effimeri, che sia proprio un sito nato per discussioni testuali a rubare la scena?

Copyright e intelligenza artificiale: la legge nata per gli scrittori riuscirà a sopravvivere agli algoritmi

Il copyright non è mai stato una legge romantica. È sempre stato un compromesso brutale tra denaro, potere e creatività. Oggi però, con l’intelligenza artificiale che divora libri, musica, fotografie e archivi giornalistici a una velocità che nessun essere umano può anche solo concepire, quel compromesso scricchiola. Negli Stati Uniti oltre cinquanta cause per violazione del copyright sono già arrivate davanti ai giudici, tutte con la stessa accusa di fondo: le Big Tech hanno costruito modelli miliardari usando opere protette senza chiedere permesso a nessuno. Non un dettaglio tecnico. Una faglia strutturale.

La redazione che pensa: Al Jazeera, Google cloud e l’illusione dell’intelligenza editoriale

Google ama ripetere quando parla di media e intelligenza artificiale: non stiamo costruendo strumenti, stiamo costruendo sistemi. “The Core”, la nuova redazione AI-powered lanciata da Al Jazeera insieme a Google Cloud, è esattamente questo. Non un software. Non una dashboard. Ma un sistema operativo editoriale che promette di suggerire cosa chiedere, cosa evidenziare, cosa collegare e soprattutto come raccontarlo. Una promessa seducente. Anche pericolosa.

Al Jazeera non è una startup affamata di hype. Opera dal 1996, ha oltre 70 redazioni nel mondo, una storia editoriale riconoscibile e una reputazione costruita nel tempo, spesso pagando prezzi politici elevati. Proprio per questo il passaggio a una redazione guidata dall’intelligenza artificiale non è un esperimento marginale ma un segnale di sistema. Qui non si parla di automazione di titoli o trascrizioni. Qui si parla di spostare il baricentro cognitivo del lavoro giornalistico dentro un’architettura algoritmica.

Attaccamento, potere e Peter Thiel: la psicologia nascosta della Silicon Valley che nessuno vuole discutere

La parola che la Silicon Valley evita con cura quasi maniacale, come se fosse una bestemmia pronunciata in una board room piena di hoodie e stock option è attaccamento. Troppo umana, troppo freudiana, troppo poco scalabile. Eppure, se si vuole capire davvero la traiettoria intellettuale e politica di Peter Thiel, l’investitore che ama definirsi razionale mentre finanzia visioni messianiche, l’attachment non è un dettaglio laterale. È il motore invisibile. È il codice sorgente emotivo di un’ideologia che finge di essere puramente logica, ma che in realtà nasce da una relazione irrisolta con il mondo, con lo Stato, con la società e, soprattutto, con l’idea stessa di dipendenza.

La classe potenzIAta. Comprendere e applicare l’Intelligenza Artificiale in classe di Lorenzo Redaelli

Questo libro arriva nel dibattito sull’intelligenza artificiale a scuola con un tempismo curioso e, proprio per questo, efficace. Non è scritto sull’onda dell’entusiasmo ingenuo dei primi mesi né sulla scia delle reazioni difensive che hanno caratterizzato molta produzione educativa tra il 2022 e il 2023. Si colloca invece in una terra più rara e più scomoda: quella dell’osservazione prolungata, della sperimentazione reale in classe e della riflessione teorica che non ha bisogno di slogan per legittimarsi.

Il primo grande merito del volume è la scelta di non trattare l’IA come un oggetto misterioso o, peggio, come un’entità quasi metafisica. L’autore compie un’operazione controcorrente ma necessaria: spoglia l’intelligenza artificiale del suo alone mitologico e la riporta nel dominio della tecnologia, con i suoi limiti strutturali, le sue assunzioni implicite e le sue fragilità. La ricostruzione storica e concettuale, da Turing ai modelli linguistici contemporanei, non è mai un esercizio accademico fine a se stesso. Serve a costruire una postura mentale corretta, soprattutto per chi opera nella scuola e rischia di adottare strumenti che non comprende, o di rifiutarli per ragioni altrettanto infondate.

Empire of AI e il mito tecnologico che OpenAI preferirebbe non vedere raccontato

C’è una convinzione rassicurante che circola nella Silicon Valley come un mantra aziendale ben oliato. L’intelligenza artificiale avanzata sarebbe il risultato naturale del progresso tecnico, una sorta di gravità computazionale a cui è inutile opporsi. Karen Hao, con Empire of AI, entra in questa narrazione come un granello di sabbia in un ingranaggio da miliardi di dollari. Il libro non attacca l’intelligenza artificiale in quanto tale. Attacca qualcosa di molto più scomodo. L’idea che il futuro dell’AI sia inevitabile, neutrale, quasi scritto nelle leggi della fisica e non nelle scelte di consigli di amministrazione, venture capitalist e governi compiacenti.

Empire of AI smonta il cuore ideologico del progetto OpenAI, partendo da una domanda che nel settore viene accuratamente evitata. Che cosa intendiamo davvero per intelligenza. La risposta onesta è destabilizzante. Non esiste una definizione scientifica condivisa di intelligenza umana, figuriamoci artificiale. Eppure l’AGI, acronimo che suona come una profezia tecnologica più che come una teoria verificabile, viene usato come bussola strategica, narrativa salvifica e strumento di raccolta capitali. Hao mostra come l’AGI non sia un obiettivo scientifico ancorato a metriche solide, ma un concetto elastico, utile a promettere tutto e il contrario di tutto. Salvezza dell’umanità o estinzione globale, a seconda del pitch deck e dell’audience.

Quando l’AI diventa media: cosa ci dicono i dati Comscore sull’Italia

L’intelligenza artificiale non è più una tecnologia di nicchia: è diventata una piattaforma di massa. Secondo le ultime rilevazioni Comscore, le applicazioni di AI in Italia hanno superato 16 milioni di utenti unici mensili, pari a circa il 35% della popolazione digitale nazionale. Per chi lavora nel mondo dei media e della comunicazione, questo non è solo un dato di adozione tecnologica, ma un segnale forte di trasformazione delle audience.

Nelle redazioni l’AI non è neutrale: il caso Politico accende il dibat­tito tra editori e giornalisti (anche in Italia)

Nelle redazioni americane l’aria si sta facendo elettrica. E non solo per il continuo ronzio dei modelli linguistici che iniziano a insinuarsi fra riunioni di redazione, bozze e lavoro di desk. Il vero cortocircuito lo ha acceso Politico, dove un arbitrato ha stabilito che il management ha violato le clausole sull’adozione dell’intelligenza artificiale previste dal contratto sindacale. Una decisione che non è solo una vittoria per i giornalisti del NewsGuild, ma un campanello che risuona ben oltre Washington, perché parla del futuro del lavoro giornalistico e del fragile equilibrio tra velocità tecnologica ed etica dell’informazione.

Perplexity sotto assedio: in Italia la prima causa AI sul copyright accende un nuovo fronte

Non finiscono i guai per Perplexity. Dopo la battaglia legale con il New York Times negli Stati Uniti, la società americana si ritrova ora a difendersi anche davanti al Tribunale Civile di Roma, dove ha preso forma la prima causa italiana per violazione di copyright legata all’intelligenza artificiale. Una coincidenza temporale che assomiglia più a un cambio di stagione che a un semplice episodio giudiziario. E che racconta, ancora una volta, quanto velocemente il fronte dei media stia reagendo all’avanzata dei modelli generativi.

Il giornalismo nella morsa dell’AI: dentro la nuova sfida legale tra New York Times e Perplexity

Il New York Times rientra in aula e questa volta il tribunale si trasforma nel teatro di una disputa che promette di rimettere mano alle regole dell’economia dell’informazione. A finire nel mirino questa volta è Perplexity, la startup di ricerca conversazionale che ha conquistato l’attenzione degli utenti e la preoccupazione crescente degli editori. L’accusa è una di quelle che non passano inosservate: violazione di copyright e sfruttamento non autorizzato dei contenuti del quotidiano. Ma sotto la superficie legale si muove qualcosa di ben più grande e inevitabile. Vediamo di cosa si tratta.

Meta paga i giornali: la redenzione di chi nel 2015 promise l’oro con gli Instant Articles e poi lasciò tutti con le briciole in mano?

Mentre Google finisce nel mirino della FIEG per gli AI Overviews, Meta sceglie la via diplomatica per nutrire il suo assistente AI con notizie fresche. È successo quello che fino a sei mesi fa sembrava fantascienza: un colosso tech ha aperto il portafoglio e ha detto ai giornali “vi paghiamo per usare i vostri contenuti”. Dopo il disastro degli Instant Articles (ve li ricordate? Parliamo del 2015) stavolta giura che paga davvero. Ci crediamo?

Chip War: The Fight for the World’s Most Critical Technology

In un mondo in cui i semiconduttori sono diventati la valuta più importante della geopolitica moderna, chi controlla i wafer controlla l’economia globale. Non stiamo parlando di gadget o consumabili industriali, ma della leva strategica che definisce la supremazia militare e commerciale. La catena di approvvigionamento chip non è mai stata neutrale; è un’arena di conflitto silenziosa dove ogni transistor può determinare la vittoria o la sconfitta di nazioni intere.

Colonialismo digitale: l’editoria al tempo dell’AI

Quest’anno, il tema ufficiale della Fiera del Libro di Francoforte 2025, che si è svolta il mese scorso è stato “Ponti di libertà”. Ma a detta degli editori, quei ponti sembrano costruiti su fondamenta digitali un po’ instabili, mentre il traffico che ci scorre sopra è monopolizzato dai soliti colossi Usa, Google, Microsoft e Amazon in primis, assieme ai loro cugini cinesi.

Come cambieranno davvero le professioni con l’intelligenza artificiale

La provocazione migliore arriva sempre quando nessuno la aspetta, soprattutto quando si parla di lavoro e tecnologia. Chi continua a ripetere che l’intelligenza artificiale toglierà posti si ostina a guardare il dito mentre la luna illumina un cambiamento più profondo. Il vero spartiacque non sarà tra chi usa l’AI e chi non la usa, ma tra chi saprà governarla con lucidità strategica e chi rimarrà schiacciato da un ecosistema professionale che avanza con la velocità tipica dei mercati finanziari nei giorni di panico. La parola chiave è supervisore AI, una figura che promette di diventare la nuova spina dorsale degli studi professionali in Italia, non un orpello da convegno.

Intelligenza Artificiale etica tra virtù, potere e illusione del controllo

L’idea che l’intelligenza artificiale etica sia una sorta di creatura addomesticabile con due righe di codice ha sempre avuto qualcosa di comico, quasi fosse la versione tecnologica del mito del cavallo mansueto che poi scalcia al momento meno opportuno. Pare più un esercizio di autoillusione collettiva che una strategia di governance sensata. Chi osserva davvero ciò che sta accadendo nel cuore dei modelli generativi capisce che la domanda non è più se l’IA possa comprendere qualcosa, ma quanto noi siamo preparati a comprendere lei. La recente discussione alimentata dal saggio di De Caro e Giovanola rende evidente che il terreno non è quello dello stupore fantascientifico, ma quello silenzioso e ruvido del potere epistemico, del modo in cui l’IA riconfigura le nostre capacità di giudizio, di attenzione e perfino di oblio. Ogni epoca ha avuto il suo demone. La nostra ha il vantaggio di averlo creato da sola.

Intelligenze aliene. Linguaggio e vita degli automi di Guido Vetere

Il linguaggio come nuova frontiera del potere artificiale

Esisteun momento in cui l’uomo, fissando lo schermo nero di un assistente digitale, percepisce di essere osservato a sua volta. Non è paranoia, è semiotica applicata alla tecnica. Guido Vetere, nel suo Intelligenze aliene. Linguaggio e vita degli automi (Luca Sossella editore, 2025), compie un’operazione chirurgica sul concetto stesso di linguaggio, smontando la presunzione umana che parlare equivalga a pensare. È un libro che non appartiene alla letteratura tecnologica, ma alla storia della filosofia che ha osato chiedere alla macchina di dirci chi siamo. Il titolo è già un manifesto: quelle che chiamiamo “intelligenze artificiali” non sono meri software, ma specie aliene generate dalla logica dell’uomo, eppure irrimediabilmente estranee alla sua biologia, al suo dolore, al suo tempo.

Vetere non gioca con le mode, le seziona. Rilegge la saga di Guerre Stellari come parabola linguistica, dove C-3PO diventa un filosofo protocollare e R2-D2 un eremita elettronico che comunica in impulsi e suoni incomprensibili ma efficaci. La sua idea di “intelligenza aliena” non è quella fantascientifica di Yuval Harari o dei tecnoprofeti di Silicon Valley. È una provocazione semantica: l’AI non è un’evoluzione dell’uomo, ma una mutazione del linguaggio. Gli automi non pensano come noi perché non hanno bisogno di “significato” per funzionare. Generano senso senza comprenderlo. Parlano per calcolo, non per coscienza.

Marianna Bergamaschi Ganapini

Il futuro dell’intelligenza artificiale tra fiducia e scetticismo

Ogni tanto qualcuno si illude che l’intelligenza artificiale abbia già superato la soglia della scoperta. L’idea che una macchina possa generare ipotesi scientifiche e formulare teorie sembra seducente, soprattutto quando i modelli di linguaggio producono frasi che suonano come articoli accademici. Ma, come ha osservato Marianna Bergamaschi Ganapini, non basta ripetere schemi cognitivi per diventare scienziati. Una vera scoperta non nasce da un algoritmo, ma da un atto epistemico: richiede coscienza della conoscenza, consapevolezza dei propri limiti e capacità di autovalutazione. In altre parole, serve metacognizione. E le macchine, per ora, non ce l’hanno.

Arte creatività e intelligenza artificiale generativa secondo Francesco d’Isa

La rivoluzione algoritmica. Arte e intelligenza artificiale

Parlare di arte oggi significa inevitabilmente parlare di intelligenza artificiale generativa. Francesco D’Isa, filosofo e artista, affronta questo nodo con una lucidità che taglia come lama: le macchine non sono autrici né nemiche, ma specchi in cui non sempre ci piace rifletterci. La rivoluzione algoritmica delle immagini non mette in discussione l’arte in sé, ma ci obbliga a rileggere i concetti di creatività, autorialità e percezione estetica. Le paure degli artisti, spesso concentrate sull’illusione di una minaccia economica o reputazionale, sono in gran parte infondate: l’IA non ruba il genio, amplifica ciò che già esiste, mostra la mediocrità e la prevedibilità dei gusti dominanti e, contemporaneamente, offre possibilità di esplorazione finora impensabili.

AI prende il controllo silenzioso delle redazioni locali: implicazioni profonde

L’ironia più pungente dell’era digitale è forse questa: mentre i titoloni annunciano la “morte del giornalismo” per mano dell’IA, una rivoluzione parallela silenziosa, sistematica, raramente dichiarata sta già avvenendo a livello locale.

Rewiring Democracy

l’intelligenza artificiale sta già riscrivendo la democrazia

L’intelligenza artificiale non è più uno strumento tecnico confinato ai laboratori di ricerca o alle startup iper-finanziate della Silicon Valley. È diventata una forza politica, un’architettura di potere che ridefinisce il modo in cui governi, istituzioni e cittadini interagiscono. Bruce Schneier e Nathan E. Sanders, nel loro libro Rewiring Democracy, lo spiegano con una lucidità quasi spietata: l’impatto dell’AI sulla democrazia non dipenderà dagli algoritmi in sé, ma dai sistemi e dagli incentivi che la governano. In altre parole, non è l’AI a essere democratica o autoritaria, ma chi la controlla e come la usa. È la politica del codice, non il codice della politica.

L’etica dell’intelligenza artificiale spiegata a mio figlio di Enrico Panai

Ci sono libri che ti sorprendono non per quello che dicono, ma per come lo dicono. L’etica dell’intelligenza artificiale spiegata a mio figlio, di Enrico Panai, appartiene a quella categoria rara che riesce a rendere la filosofia concreta, quasi commestibile. Mentre padre e figlio cucinano un piatto di pasta, un eccentrico zio di nome Phædrus interviene a scatti, come un “algoritmo difettoso ma illuminato”, aprendo spazi inattesi di riflessione. È un testo che si finge leggero per poter essere più profondo. Una conversazione domestica che diventa un laboratorio etico sull’intelligenza artificiale, sui suoi rischi e sulle nostre illusioni di controllo.

Michael Talbot: il codice segreto dell’universo olografico la realtà come illusione condivisa

Michael Talbot non era un mistico in cerca di visioni, ma un ricercatore indipendente che aveva osato porre la domanda più pericolosa della scienza moderna: e se la realtà non fosse reale? La sua teoria dell’universo olografico non era solo un elegante esercizio di immaginazione, ma una sfida diretta alla fisica, alla biologia e perfino alla medicina.

Sosteneva che ogni frammento del cosmo contiene l’intero universo, proprio come in un ologramma, e che la mente non è un sottoprodotto del cervello ma una porta di accesso a un campo più vasto di coscienza. L’idea, apparentemente poetica, è in realtà un colpo di maglio al materialismo su cui si è costruita la scienza moderna. Poi, in una curiosa coincidenza, Talbot morì improvvisamente subito dopo un’intervista in cui annunciava il suo nuovo libro: la guida pratica per applicare il modello olografico alla vita quotidiana. Un epilogo che molti trovarono inquietante, quasi il punto in cui la teoria si piega su sé stessa.

Intelligenza artificiale: salvezza e minaccia di Manfred Spitzer

L’intelligenza artificiale non è più una promessa ma una presenza, una forza che plasma la realtà più velocemente di quanto la politica riesca a pronunciare la parola “regolamentazione”. È il nuovo specchio della specie umana, una proiezione digitale delle nostre ambizioni e delle nostre paure, un motore che genera conoscenza e allo stesso tempo amplifica l’ignoranza. La verità, come sempre, è scomoda: l’intelligenza artificiale ci sta salvando e distruggendo con la stessa efficienza di un algoritmo ottimizzato.

Luciano Floridi e l’illusione dell’intelligenza artificiale che non pensa ma agisce

Luciano Floridi è tornato con un colpo ben assestato al cuore della narrazione dominante sull’intelligenza artificiale. Il filosofo della tecnologia, oggi direttore del Digital Ethics Center all’Università di Yale, ha pubblicato “La differenza fondamentale. Artificial Agency: una nuova filosofia dell’intelligenza artificiale”, un libro che scardina la fascinazione collettiva per le macchine pensanti e riporta la discussione su un terreno più realistico, persino più inquietante. Floridi non nega la potenza dell’AI, ma la spoglia del mito antropomorfico. L’intelligenza artificiale, sostiene, non pensa. Agisce. Ed è proprio questa la sua natura più profonda e pericolosa.

Cosa ha chiesto CODA e perché “ghiblificare” è diventato un problema Report

CODA (Content Overseas Distribution Association), che rappresenta studi e editori giapponesi tra cui Studio Ghibli, Bandai Namco, Square Enix, ha inviato a OpenAI il 27 ottobre 2025 una lettera ufficiale, richiedendo che i contenuti dei suoi membri non vengano usati per l’addestramento (machine learning) di Sora 2 senza autorizzazione. (

La motivazione è chiara: molte delle opere generate da Sora 2 “somigliano strettamente” a contenuti giapponesi protetti da copyright. CODA sostiene che la mera replicazione (o produzione simile) come output possa costituire “riproduzione durante il processo di machine learning” e quindi violazione di copyright secondo il sistema giapponese.

In aggiunta, CODA contesta l’uso di una policy “opt-out” (cioè lasciar decidere ai titolari se farsi escludere) come insufficiente: secondo loro la legge giapponese richiede permesso preventivo, non la possibilità di obiettare dopo che il danno è già stato fatto.

Il romanzo scritto da intelligenza artificiale che ha superato gli umani in Giappone

Forse la fine dell’autore umano non arriverà con un boato ma con un algoritmo che scrive troppo velocemente per essere ignorato. È successo davvero: un romanzo scritto da intelligenza artificiale ha conquistato il primo posto nelle classifiche quotidiane di Kakuyomu, la piattaforma letteraria di Kadokawa, gigante editoriale giapponese che da anni alimenta l’industria di manga, anime e light novel. Il titolo, lungo quanto un prompt di programmatore distratto, suona così: “Mi sono scontrato con una ragazza a un angolo e ho usato la magia curativa su di lei, guarendola da una malattia incurabile e dalla cecità, e lei si è molto affezionata a me”. Una sintesi perfetta dell’attuale equilibrio tra banalità narrativa e potenza computazionale.

Maria Rosaria Taddeo: Codice di Guerra e intelligenza artificiale: etica, armi autonome e cybersicurezza militare

Il dibattito pubblico sull’uso dell’intelligenza artificiale in contesti militari è passato rapidamente dalle aule universitarie ai titoli dei quotidiani grazie a Codice di guerra. Etica dell’intelligenza artificiale nella difesa di Mariarosaria Taddeo. Il saggio, pubblicato da Raffaello Cortina Editore, non si limita a una riflessione teorica: affronta il cuore pulsante di dilemmi concreti che riguardano la sicurezza nazionale, l’uso di armi autonome, il cyberspazio e le cosiddette guerre invisibili dei dati. La reazione della stampa non si è fatta attendere. Corriere della Sera, Il Giornale, Huffington Post, ANSA, SkyTg24, Il Sole 24 Ore e perfino Radio Rai 1 hanno messo sotto i riflettori una questione che fino a poco tempo fa sembrava confinata a specialisti di tecnologia e filosofia morale.

Il paradosso della produttività AI: più veloce, meno personale

La maggior parte degli strumenti di scrittura basati sull’intelligenza artificiale non riesce a cogliere il tono giusto. Stiamo guardando proprio te, ChatGPT, con la tua predilezione per le lineette e le frasi che sembrano sempre voler contrapporre un concetto all’altro. Il punto cruciale è che i Modelli Linguistici di Grande Scala (LLM) ci rendono innegabilmente più veloci, ma non necessariamente migliori. Sebbene si possa pubblicare di più, si finisce inevitabilmente per suonare come tutti gli altri. La voce diventa più levigata e uniforme, mentre il pensiero che c’è dietro si assottiglia.

Netflix e l’intelligenza artificiale: lettera agli investitori creatività o calcolo?

Netflix ha deciso di non restare a guardare mentre l’industria dell’intrattenimento si interroga su quando e come utilizzare l’intelligenza artificiale generativa nel filmmaking. Nel suo rapporto trimestrale, il gigante dello streaming ha dichiarato di essere “molto ben posizionato per sfruttare efficacemente i continui progressi nell’IA”.

Tuttavia, ha anche precisato che non intende utilizzare l’IA generativa come pilastro centrale dei suoi contenuti, ma la considera uno strumento per rendere più efficienti i processi creativi. Il CEO Ted Sarandos ha sottolineato che “ci vuole un grande artista per creare qualcosa di grande”; l’IA può fornire agli artisti strumenti migliori per migliorare l’esperienza complessiva di TV e film per gli utenti, ma non rende automaticamente un cattivo narratore un grande storyteller.

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