La morte clinica del New START (New Strategic Arms Reduction Treaty) non ha prodotto il fungo atomico che molti commentatori evocavano con una certa nostalgia da Guerra Fredda. Nessuna parata di nuovi missili, nessuna riconversione industriale in stile anni Sessanta, nessuna improvvisa inflazione di testate. Eppure il sistema di deterrenza globale è entrato in una fase più pericolosa, meno visibile e proprio per questo più instabile. Il problema non è quanti missili esistono ma quanto poco sappiamo di dove siano, di come siano configurati e soprattutto di cosa l’altra parte crede che noi stiamo facendo. Nel mondo nucleare la percezione conta più dell’acciaio.
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Intelligenza Artificiale, Politica, Democrazia, Normativa, Regolamenti
A Bruxelles non lo diranno mai a microfoni accesi, ma nei corridoi il tono è cambiato. Non è più solo la solita retorica sul sostegno incrollabile all’Ucraina, sulle sanzioni morali e sulla difesa dell’ordine internazionale. Sta emergendo una parola che fino a pochi mesi fa era quasi impronunciabile, dialogo. Non un dialogo idealista, non un appeasement travestito, ma una conversazione fredda, chirurgica, con Vladimir Putin. L’idea di un piano di contingenza per negoziati diretti non nasce da improvvisi slanci pacifisti, ma da un calcolo brutale di interessi e di potere. In altre parole, geopolitica nella sua forma più nuda.
Il punto di partenza è semplice e piuttosto umiliante per il Vecchio Continente. La diplomazia guidata dagli Stati Uniti sull’Ucraina procede, ma procede senza l’Europa al tavolo principale. Washington parla con Mosca, sonda, propone, testa reazioni. Le capitali europee osservano, commentano, rilasciano dichiarazioni di principio. La sensazione, condivisa da Parigi come da Roma e Berlino, è quella di essere potenzialmente spettatori di decisioni che incidono direttamente sulla sicurezza europea. Una situazione che nessun leader continentale, per quanto atlantista, può accettare a lungo senza perdere credibilità interna.
Per l’Unione europea quella appena passata è stata una di quelle settimane in cui si ha la sensazione che la storia stia bussando alla porta con una certa insistenza. Prima il Consiglio informale di Alden Biesen, nelle Fiandre. Poi l’European Industry Summit ad Anversa. Infine, la tappa più simbolica: la Munich Security Conference. Sul tavolo, una domanda che suona quasi esistenziale: come può l’Europa restare competitiva e strategicamente rilevante in un mondo stretto tra Stati Uniti e Cina?
Nel silenzio quasi strategico del Castello di Alden Biesen in Belgio, la presidente del Parlamento europeo, Roberta Metsola, ha scelto un registro che mescola pragmatismo e urgenza politica: sulla competitività europea non servono altre dichiarazioni di principio, serve capitale. E soprattutto servono strumenti per trasformare il risparmio in crescita reale.
Il dibattito sull’ambizione globale della Cina assomiglia sempre più a una discussione da talk show del sabato sera. Da una parte l’idea che Pechino voglia sostituire gli Stati Uniti come nuovo impero planetario, con tanto di portaerei morali e basi militari ovunque. Dall’altra la narrazione opposta, rassicurante e un po’ pigra, secondo cui la Cina sarebbe fondamentalmente ripiegata su sé stessa, ossessionata dalla stabilità interna e priva di un vero progetto globale. Entrambe le letture sono comode. Entrambe sono sbagliate. La tesi più interessante, e anche più inquietante per chi si occupa di geopolitica con serietà, è quella proposta da Jeremy S. Friedman: la Cina non punta all’egemonia, ma alla preminenza globale. Influenza senza responsabilità. Potere senza il conto da pagare.
La premessa iniziale tradisce un’ironia che sarebbe piaciuta a Clausewitz: non siamo di fronte a un’archeologia accademica della politica estera ma a un esperimento di geopolitica in tempo reale dove la narrativa sull’uso della forza diventa essa stessa una forma di potere. Se l’America di Trump non sta vivendo alcun declino, come alcuni commentatori suggeriscono, allora il vero shock per Pechino non è il declino degli Stati Uniti ma un modello di proiezione di potenza che ignora la liturgia delle norme internazionali e predilige il pragmatismo crudo, la cost clarity e l’aggancio diretto di interessi materiali. Il risultato è un paradigma di potere che non rinnega l’egemonia ma ne ricalibra i modi di espressione in funzione di tempo, spazio, obiettivi finiti e uscite definite.
Al castello fiammingo di Alden Biesen, sotto una pioggia che sembrava perfetta per ricordare ai leader europei che il clima non è l’unica cosa a essere cambiata negli ultimi anni, è andato in scena qualcosa di più di un ritiro informale sulla competitività. È stato, nei fatti, un momento di verità per l’Unione europea. Mario Draghi ed Enrico Letta hanno messo sul tavolo una diagnosi severa e una proposta ambiziosa: se l’Europa non accelera ora su mercato unico, investimenti, energia e intelligenza artificiale, rischia di trasformarsi definitivamente in un campo di gioco per le strategie industriali di Stati Uniti e Cina.
Antonio Dina
Davos is not a physical place. It is a high density simulation. A clearing room where power, capital, technology, and narrative collide to figure out who is still writing the code of the world. Every year, someone shows up convinced they are the protagonist.
This year, Donald Trump arrived convinced he was still the architect. The system responded immediately, with its usual cold irony: a plane that does not depart, a trip interrupted, a glitch. Not an accident, but a signal. Because when a leader enters an ecosystem they no longer control, the first friction is almost always symbolic.
La geopolitica globale non ha mai avuto bisogno di tanto teatro quanto ora. Mentre l’Iran annuncia l’apertura dei negoziati nucleari con gli Stati Uniti, Donald Trump ribadisce minacce velate di “cose brutte” se non si raggiunge un accordo, evocando immagini di portaerei nel Golfo Persico e scenari bellici da film catastrofico. Masoud Pezeshkian, il presidente iraniano, ha ordinato l’avvio dei colloqui dopo un inverno di proteste sanguinose, repressioni interne e tensioni con Washington che rischiavano di trasformarsi in guerra aperta. L’incontro previsto in Turchia, mediato da Qatar, Oman ed Egitto, promette di essere un concentrato di diplomazia muscolare e cortesia mediorientale.
L’aula dell’Università di Lovanio, mentre Mario Draghi riceve la laurea honoris causa, non ascolta un discorso celebrativo ma una diagnosi piuttosto lucida, a tratti spietata, sullo stato dell’Europa. Il messaggio, semplificando senza tradirne il senso, suona più o meno così: il mondo è cambiato, le regole anche e l’Unione Europea rischia seriamente di restare con un manuale di istruzioni di un prodotto ormai fuori catalogo.
Donald Trump ha nominato Kevin Warsh come candidato per guidare la Federal Reserve, la banca centrale degli Stati Uniti, sostituendo Jerome Powell quando il suo mandato terminerà a maggio 2026. L’annuncio formale è arrivato venerdì e rappresenta l’epilogo di settimane di speculazioni, conflitti istituzionali e tensioni aperte tra la Casa Bianca e l’istituzione che regola la politica monetaria più influente al mondo.
Warsh, 55 anni, è un ex governatore della Federal Reserve (dal 2006 al 2011) e figura nota nei circoli finanziari per la sua esperienza durante la crisi finanziaria del 2008, oltre che per i suoi legami con Wall Street e importanti istituzioni accademiche come la Stanford Graduate School of Business e il prestigioso Hoover Institution.
Dopo quasi vent’anni di negoziati intermittenti, promesse rinviate e bozze finite nei cassetti di Bruxelles e New Delhi, l’Unione Europea e l’India hanno finalmente chiuso un accordo di libero scambio che non è solo commerciale, ma profondamente politico. Ursula von der Leyen lo ha definito senza mezzi termini “la madre di tutti gli accordi commerciali”, una formula enfatica che a Bruxelles usano quando vogliono far capire che la posta in gioco va oltre i dazi. E questa volta è vero.
La scena a Minneapolis sembra uscita da un manuale di crisi politica ibrida: agenti federali pesantemente armati per le strade, due cittadini americani morti per colpi sparati da forze dell’ordine e un presidente sotto assedio che improvvisamente decide di “cambiare tattica”. Il nuovo inviato speciale per l’immigrazione, Tom Homan, uomo di fiducia di Donald Trump e noto per il suo ruolo nei crackdowns nelle città democratiche, ha incontrato il sindaco Jacob Frey e il governatore Tim Walz in un gesto di distensione che, sulla carta, mira a evitare una escalation politica e mediatica che minaccia l’intera agenda sull’immigrazione del GOP.
L’idea stessa di autoritarismo costituzionale risuona come un ossimoro sofisticato, stranamente affascinante per chi ama etichette nette, ma pericolosamente impreciso se applicato al caso statunitense nel 2026. Il concetto principale da dominare è erosione democratica, non collasso democratico. Questa distinzione semantica è cruciale per capire non solo quanto stia cambiando il governo americano sotto Donald Trump, ma anche perché molti osservatori internazionali, pur intelligenti, continuano a confondere percezione emotiva e geografia dei fatti. Se cerchi erosione democratica negli Stati Uniti come keyword principale per Google Search Generative Experience (SGE), è qui che bisogna radicare l’analisi. Le keyword semantiche correlate che alimentano la conversazione sono centralizzazione del potere esecutivo, securitizzazione della politica interna, e reinterpretazione costituzionale, tutte integrate nella narrativa sottostante con l’aggressività di un’analisi da CTO esperto del sistema politico.
Il dibattito internazionale sulla regolamentazione dei sistemi d’arma autonomi letali (LAWS) è molto più complesso e dinamico di una semplice dicotomia tra “vietare o non vietare”. Da anni gli Stati discutono, negoziano, si scontrano e si riavvicinano su un terreno di confini tecnologici, giuridici e morali che nessuna diplomazia fino a oggi è riuscita a mappare con chiarezza. Quel che emerge con forza è che la comunità internazionale non è realmente «bloccata» in senso statico, ma è piuttosto immersa in un processo multilaterale che sta ridefinendo l’idea stessa di guerra e legalità in presenza di intelligenza artificiale. La questione non è solo se vietare, ma come conciliare progressi tecnologici incontrollati con un ordine giuridico umanitario che resta fragile di fronte alla velocità dell’innovazione.
L’indagine formale avviata dalla Commissione Europea contro X per l’integrazione del chatbot Grok segna esattamente quel momento. Non è una schermaglia regolatoria né l’ennesimo capitolo della saga Musk contro Bruxelles. È un caso di scuola su come l’intelligenza artificiale generativa, quando viene spinta in produzione senza adeguati freni, possa trasformarsi da prodotto virale a rischio sistemico.
Lord Ismay, il primo capo della Nato, riassunse la funzione dell’alleanza occidentale con una frase diventata leggendaria: “Tenere i russi fuori, gli americani dentro e i tedeschi giù”. Mark Rutte, attuale segretario generale, pare seguire ancora quella ricetta, come se il XX secolo non fosse finito e l’ordine mondiale non fosse profondamente cambiato. Oggi i russi sono in, gli americani a tratti out, e i tedeschi si riarmano con una discreta determinazione. Nato, quindi, esiste ancora o è solo un rituale retorico?
L’episodio della Groenlandia non è un incidente geografico, ma una lezione di potere politico che l’europa ha ignorato per decenni. Trump ha definito l’isola “imperativa” per la sicurezza nazionale statunitense e, senza mezzi termini, ha chiarito che l’europa “ha bisogno degli Stati Uniti per averla”. La formula è cinica, efficace e terribilmente chiara: chi detiene il controllo territoriale e commerciale ha la leva, chi non la esercita resta subalterno.
Negli ultimi anni, la strategia americana ha seguito una sequenza coerente: prima le umiliazioni pubbliche al munich security conference, poi la richiesta che i paesi della nato portassero la spesa militare al 5 per cento del pil, quindi minacce tariffarie ripetute e controlli tecnologici verso la cina. L’europa ha reagito come sempre: accondiscendenza, esitazione e retorica. Le risposte di Bruxelles non hanno mai prodotto costi concreti a washington, alimentando un circolo vizioso di coercizione. L’arthashastra parlava chiaro: il nemico del mio nemico è un amico. L’europa ha scelto di non avere amici alternativi.
Guardando le immagini di Gregory Bovino in azione, casco in testa e lanciando lacrimogeni contro manifestanti, diventa evidente quanto la spettacolarizzazione della forza sia centrale nella politica migratoria americana sotto l’amministrazione Trump. Bovino non è solo un funzionario: è un simbolo, il volto visibile di una strategia che trasforma la retorica aggressiva in pratica quotidiana, dalla “turn and burn” alle incursioni nei quartieri urbani. L’episodio più recente a Minneapolis, dove un infermiere di terapia intensiva è stato ucciso dagli agenti federali, ha mostrato al pubblico la micidiale combinazione di impunità e teatralità che caratterizza questo approccio. La narrazione ufficiale ha subito dipinto Pretti come una minaccia armata, ma i filmati suggeriscono che non abbia mai impugnato la pistola, mentre gli agenti sparavano dopo averlo atterrato. Bovino ha difeso la sua squadra sostenendo che fossero loro le vittime, trasformando l’omicidio in una giustificazione operativa e creando una narrativa di pericolo permanente per gli agenti.
Se nel mondo dell’intelligenza artificiale tutti stanno correndo per costruire il modello più grande, il data center più affamato di energia e il chatbot più loquace, Singapore ha deciso di fare una cosa molto più sottile: non vuole solo partecipare alla corsa, vuole ridisegnare il circuito. E possibilmente anche scriverne il regolamento. La ministra per lo Sviluppo Digitale e l’Informazione, Josephine Teo, ha annunciato uno stanziamento che supera il miliardo di dollari per il periodo 2025–2030 con un obiettivo che, detto in modo semplice, suona così: trasformare la città-stato nel posto dove l’AI non solo si costruisce, ma si governa, si educa, si rende affidabile e, dettaglio non trascurabile, si fa funzionare davvero nel mondo reale. Non è un piano per fare rumore, è un piano per fare sistema. Ed è proprio questo che, nel 2026, dovrebbe far drizzare le antenne a più di una capitale.
Abu Dhabi non è un luogo neutro. È un luogo scelto. Nel deserto iperclimatizzato degli Emirati Arabi Uniti, lontano dalle capitali emotivamente coinvolte e dalle platee morali europee, Stati Uniti, Russia e Ucraina si sono seduti allo stesso tavolo per la prima vera trattativa trilaterale dall’inizio della guerra. Non un dettaglio protocollare, ma un segnale geopolitico. Quando la diplomazia torna a contare, lo fa sempre in territori che non chiedono di scegliere da che parte stare.
A prima vista potrebbe sembrare solo l’ennesimo accordo sui dazi, una di quelle storie che fanno sbadigliare i mercati finché non si guardano le cifre in gioco. Ma l’intesa firmata qualche giorno fa tra Stati Uniti e Taiwan è tutto fuorché ordinaria. Qui non si parla solo di tariffe che scendono dal 20 al 15 per cento o di qualche esenzione per farmaci e componenti aeronautici. Si sta ridisegnando un pezzo della mappa globale dei semiconduttori e quando si toccano i chip, si tocca il nervo scoperto della geopolitica del XXI secolo.
Davos ama raccontarsi come il luogo dove il mondo si guarda allo specchio e decide cosa diventare. Quest’anno, davanti a quel solito specchio appannato da prosecco e dichiarazioni solenni, Volodymyr Zelensky ha fatto una cosa scomoda ma necessaria: ha detto all’Europa che non sa più chi è. Non con il linguaggio ovattato della diplomazia multilaterale, ma con la frustrazione di chi combatte una guerra reale mentre gli alleati discutono di procedure, equilibri interni e sensibilità politiche. Il risultato è stato un discorso che ha incrinato l’immagine di unità europea, mettendo a nudo una crisi che va ben oltre la guerra in Ucraina.
La pace, quando arriva, non lo fa mai in silenzio. Arriva di notte, dopo riunioni che finiscono alle tre del mattino, con comunicati calibrati al millimetro e fotografie ufficiali che sembrano più prove documentali che ricordi storici. L’incontro notturno al Cremlino tra Vladimir Putin e gli emissari di Donald Trump, descritto come franco, costruttivo e perfino fruttuoso, è uno di quegli eventi che pretendono di essere interpretati non per quello che dicono, ma per quello che ostinatamente evitano di dire. La keyword è territorio, parola antica, quasi pre digitale, che torna a dominare il lessico della geopolitica globale proprio mentre tutti fingono di parlare d’altro.
Per anni l’Europa ha parlato di sovranità tecnologica con la stessa convinzione con cui si parla di dieta a gennaio: molta buona volontà, pochi fatti concreti. Ora, però, qualcosa si muove davvero. Il Consiglio dell’Unione Europea ha appena aperto la strada alla creazione delle cosiddette gigafactory per l’intelligenza artificiale, infrastrutture di calcolo pensate per addestrare i modelli di nuova generazione e, soprattutto, per ridare all’industria europea un po’ di peso specifico nella partita globale dell’AI. E come se non bastasse, dentro questo nuovo disegno c’è anche un pilastro dedicato alle tecnologie quantistiche, cioè a quella che potrebbe essere la prossima rivoluzione dopo l’AI.
Davos non è mai stato un luogo per chi cerca moderazione. L’arrivo di Trump ha trasformato le montagne svizzere in un’arena di rivendicazioni unilaterali, tweet anticipati e nostalgie imperiali. In un discorso di 72 minuti, il presidente americano ha rivendicato il diritto degli Stati Uniti su Groenlandia, preso di mira il Canada e deriso alleati europei, il tutto mentre prometteva di non usare la forza. La narrazione era chiara: l’America deve dominare, proteggere e sviluppare territori che altri – Danimarca, Canada, Francia – non sanno gestire.
Se qualcuno pensa ancora che la geopolitica sia fatta solo di foto di rito (che pure non sono mancate) e comunicati pieni di buone intenzioni, il vertice di Tokyo tra Giorgia Meloni e la prima ministra giapponese Sanae Takaichi offre un utile aggiornamento. Qui il lessico è quello del futuro prossimo e nemmeno troppo astratto: intelligenza artificiale, semiconduttori, spazio, alta tecnologia. In altre parole, tutto ciò che oggi decide non solo la competitività economica, ma anche il peso strategico di un Paese nel mondo.
In geopolitica vale una regola semplice: quando uno Stato sceglie da dove lanciare un satellite, sta dicendo molto più di quanto sembri. E quando l’Algeria decide di mettere in orbita il suo nuovo satellite militare Alsat-3A partendo da una base nel deserto cinese di Jiuquan, il messaggio diventa piuttosto chiaro anche senza bisogno di decodifica satellitare. Da questo punto di vista, il lancio del 15 gennaio scorso non è stato solo un successo tecnico. È stato soprattutto un segnale politico. Un segnale rivolto a Parigi, a Bruxelles, a Washington e, soprattutto, al resto dell’Africa e del Mediterraneo.
Once upon a time, in cui le elezioni di medio termine decidevano il destino delle tasse, della sanità o di qualche guerra lontana. Quel tempo è finito. Oggi le midterm americane sono diventate un referendum implicito sull’intelligenza artificiale, una tecnologia che non chiede più il permesso e non aspetta il consenso. L’AI non è più una promessa da slide deck o un white paper da conferenza a Davos. È potere puro, capitale concentrato e attenzione pubblica continua. In politica, questa combinazione non è solo esplosiva. È radioattiva.
Ogni distretto elettorale citato sembra una scacchiera dove i pezzi non sono più candidati, ma data center, PAC multimilionari, narrative sulla sicurezza e paure molto concrete di blackout, consumo idrico e immagini nude generate da un algoritmo con il senso etico di un tostapane.
Il Medio Oriente sembra sull’orlo di un déjà vu bellico, con tensioni tra Stati Uniti e Iran che minacciano di trasformarsi in un nuovo teatro di instabilità. In questo contesto, Turchia e Pakistan hanno sollevato il sipario su un’intesa trilaterale di difesa con l’Arabia Saudita, un’operazione diplomatica che profuma di realpolitik e di un’insofferenza crescente verso Washington.
Già da giovedì scorso, Raza Hayat Harraj, ministro pakistano per la produzione della difesa, ha confermato a Reuters che il progetto è “già in cantiere”, precisando che non si tratta di un’estensione dell’accordo di mutua difesa già firmato tra Islamabad e Riyadh. Tradotto: niente garanzie automatiche di intervento militare in caso di conflitto, ma una piattaforma collaborativa per costruire capacità comuni, allenare le forze e condividere strategie, quanto basta per rafforzare la deterrenza regionale.
Non è solo esercitazione, è deterrenza politica pura. L’Artico non è bottino negoziabile e la sovranità conta
Un passo simbolico può dire più di mille dichiarazioni pubbliche, soprattutto quando a parlare sono truppe e navi schierate nel freddo estremo dell’Artico. I recenti movimenti militari coordinati dei Paesi europei a Nuuk non rappresentano una semplice esercitazione: rivelano una tensione latente all’interno della NATO e un’Europa intenzionata a sfidare apertamente le pretese statunitensi su territori strategici. Francia, Germania, Svezia, Norvegia, Paesi Bassi e Regno Unito hanno inviato contingenti limitati ma altamente simbolici per partecipare a Operation Arctic Endurance, guidata dalla Danimarca. Il numero esatto di truppe importa poco: il messaggio politico è chiarissimo, e Macron non si è fatto scrupoli a ribadirlo, sottolineando la responsabilità europea su Groenlandia come territorio legato all’UE e come alleato NATO.

Donald Trump non negozia. Compra. O almeno ci prova. La differenza è sottile solo per chi non ha mai guardato una mappa dell’Artico con gli occhi di un immobiliarista geopolitico. Greenland è tornata al centro del mondo non per i suoi ghiacci o per la cultura inuit, ma perché nella testa del presidente americano rappresenta un asset strategico che non può restare in affitto. O è nostro, o è un problema. Questo è il messaggio. Netto. Brutale. In perfetto stile Trump.
Greenland sicurezza nazionale. Il resto è rumore. Nato, Cina, Russia, missili, rotte commerciali, minerali critici. Tutto ruota intorno a questo concetto martellante, ripetuto come un mantra su Truth Social. Gli Stati Uniti hanno bisogno della Groenlandia. Non di una partnership. Non di una cooperazione rafforzata. Di possederla. E se non lo fanno loro, lo faranno altri. Fine del ragionamento. Semplificazione estrema, degna di una slide da board meeting fatta male, ma tremendamente efficace sul piano comunicativo.
Negli ultimi decenni abbiamo raccontato a noi stessi una storia rassicurante: quella di un ordine internazionale fondato sulla forza del diritto, sulle regole condivise, sul multilateralismo come argine razionale al ritorno dei fantasmi del Novecento. Una storia imperfetta, certo, ma sufficientemente credibile da reggere guerre periferiche, crisi finanziarie, allargamenti geopolitici e persino l’illusione, durata poco, di una “fine della storia” [1]. Oggi quella narrazione scricchiola vistosamente. Non siamo ancora precipitati nel caos globale, ma il mondo del XXI secolo assomiglia sempre meno a una comunità regolata e sempre più a un sistema di rapporti di forza, dove il diritto sopravvive solo se compatibile con la potenza. In breve: dalla forza del diritto stiamo scivolando verso il diritto della forza.
Quando si parla di internet satellitare di solito l’immaginario corre a razzi riutilizzabili, imprenditori visionari e tweet notturni. Il Brasile invece ha scelto una traiettoria diversa, più silenziosa ma non meno carica di significati geopolitici. Dal 2026 la connessione satellitare nelle aree più remote del Paese arriverà grazie a una società cinese, SpaceSail, in partnership con la compagnia statale Telebras. Una decisione che tecnicamente punta a ridurre il digital divide, politicamente apre un nuovo capitolo nei rapporti tra America Latina, Cina e Stati Uniti e strategicamente manda un messaggio piuttosto chiaro anche a Washington.
C’era una volta il tempo in cui il problema delle notizie false si risolveva con un buon controllo delle fonti e un pizzico di sano scetticismo. Oggi, nell’era dell’intelligenza artificiale generativa, non basta più. Un volto può parlare senza aver mai mosso le labbra, una voce può dire cose mai pronunciate e un testo può sembrare autorevole senza che dietro ci sia una mente umana. Così l’Unione europea ha deciso di fare una cosa molto europea, cioè provare a mettere ordine. Questa volta con un’etichetta.
C’è un’immagine che vale più di mille slide di policy. Donald Trump che firma un ordine esecutivo sull’intelligenza artificiale, mentre David Sacks, zar dell’AI e delle criptovalute della Casa Bianca, osserva da vicino come un venture capitalist davanti a un term sheet particolarmente favorevole. Non è una scena neutra, né solo simbolica. È la fotografia di una strategia di potere che usa l’AI come leva geopolitica, industriale e costituzionale. La keyword qui è una sola, inevitabile e già tossica: ordine esecutivo intelligenza artificiale Trump. Tutto il resto ruota attorno a questo asse.
La politica scopre di avere un nuovo interlocutore che non vota, non paga le tasse e non dorme, ma che potrebbe spostare più preferenze di un dibattito televisivo in prima serata. Questo interlocutore è l’intelligenza artificiale generativa. Chi pensava che i chatbot fossero giocattoli digitali buoni solo per scrivere poesie storte deve ricredersi, perché gli studi pubblicati su Nature e Science hanno messo in luce un potenziale di persuasione che farebbe impallidire qualunque spin doctor. Si parla di spostamenti fino al quindici per cento nelle intenzioni di voto, un dato che in qualsiasi campagna elettorale rappresenta la differenza tra un trionfo e una disfatta. La parola chiave che domina questa discussione è influenza politica dell intelligenza artificiale, accompagnata da due concetti che si rincorrono come ombre: persuasione elettorale AI e bias dei modelli linguistici.
Il viaggio di Emmanuel Macron in Cina, conclusosi venerdì scorso tra sorrisi diplomatici e promesse rinviate, ha avuto il merito di funzionare come un’inesorabile risveglio per l’Europa. Non che dalle parti di Bruxelles mancassero gli avvertimenti, ma sentir pronunciare da un presidente francese un ultimatum così esplicito a Xi Jinping ha avuto un effetto quasi terapeutico: ha sgombrato il campo da ogni alibi. Se fino a ieri il tema del surplus commerciale cinese sembrava appartenere alla narrativa assertiva dell’America di Donald Trump, oggi la Francia e la stessa Germania di fatto ammettono che non si tratta di paranoie MAGA. Si tratta di un problema reale, enorme e, soprattutto, europeo.
Quando la nuova National Security Strategy di Donald Trump è arrivata sulle scrivanie delle redazioni, molti commentatori hanno reagito come se fosse stata diffusa una dichiarazione di guerra all’Europa. Le prime pagine hanno parlato di una Washington decisa a “strangolare Bruxelles”, a “umiliare la NATO”, a “chiudere il secolo atlantico”. In realtà, basta leggere il documento con calma e con un minimo di ironica diffidenza giornalistica per accorgersi che l’Europa non è affatto il nodo centrale di questa strategia. È citata, sì, ma quasi di passaggio (2 pagine verso la fine del documento). Il vero obiettivo del testo, scritto con tono muscolare e con una certa teatralità tipica del trumpismo, si trova altrove.
Immaginate di entrare in un’arena digitale dove da un lato c’è un continente intero che cerca di domare il caos online con regole ferree e dall’altro un miliardario che brandisce la libertà di espressione come uno scudo a stelle e strisce. È lo spettacolo che si è consumato questa settimana, con la Commissione Europea che ha calato la mannaia su X, la piattaforma di proprietà di Elon Musk, comminando una multa da 120 milioni di euro per violazioni del Digital Services Act (DSA), la normativa europea che mira a creare un ambiente online più sicuro e trasparente, contrastando i contenuti illegali e la disinformazione e proteggendo i diritti fondamentali degli utenti, con l’obiettivo, tra le altre cose, di regolare il Far West dei social. Non è solo una questione di soldi perché, diciamolo francamente, 120 milioni di euro per il patrimonio di Musk sono poco più di una mancia. Qui stiamo parlando di visioni del mondo opposte: da un lato l’Europa che scommette sulla responsabilità condivisa, dall’altro l’America di Trump, con il suo spirito MAGA, che difende l'”anarchia digitale” come baluardo contro ogni tipo di interferenza. E mentre Bruxelles celebra un primo passo, colpendo il mancato rispetto delle disposizioni stabilite nel DSA, la ritorsione arriva sotto forma di un account pubblicitario chiuso: un gesto che sa di ripicca, ma che illumina le crepe di un Atlantico sempre più diviso.