La Silicon Valley, dopo aver trascorso due decenni a insegnarci che “il cliente ha sempre ragione”, ora stia discutendo se il cliente conti davvero qualcosa. Il concetto di agency personale la capacità di decidere autonomamente, senza intermediari è diventato improvvisamente materia di dibattito, ora che gli “agenti” non sono più umani, ma algoritmi che prendono decisioni al posto nostro. Gli agenti di intelligenza artificiale sono l’evoluzione logica dell’automazione: software capaci di agire, negoziare e acquistare, senza chiedere il permesso al proprio creatore. Ed è qui che la faccenda diventa interessante, e potenzialmente pericolosa, per le aziende che li sviluppano.
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Luciano Floridi non è un filosofo qualunque. È l’architetto della nuova grammatica morale dell’intelligenza artificiale, il costruttore paziente di un ponte che unisce epistemologia, etica applicata e politica tecnologica. Nella sua visione, AI non è un’astrazione algoritmica, ma una forma di “agency”, un’entità che agisce nel mondo, lo modifica, lo plasma, e pretende di essere compresa in termini di responsabilità, governance e design. In un’epoca dove l’algoritmo viene idolatrato o demonizzato con la stessa disinvoltura, Floridi offre un’alternativa radicale: pensare l’AI non come intelligenza simulata, ma come potere reale. Con tutte le implicazioni che questo comporta.