Il marketing ha trovato il suo nuovo cavallo di battaglia: i peluche con intelligenza artificiale, ribattezzati con l’etichetta accattivante di “screen-free playmates”. È l’ennesima invenzione che promette ai genitori meno sensi di colpa, meno ore passate davanti a un tablet e più interazioni “sane”. Ma chiunque abbia letto più di due ricerche serie di psicologia infantile sa che qui non si parla di compagnia innocente. Qui si parla di macchine travestite da orsetti che iniziano a prendersi un posto nella testa di bambini di tre anni, con la stessa naturalezza con cui una volta si infilava un biberon in mano al neonato.
Il paradosso è cristallino: ridurre lo schermo per aumentare la dipendenza da una voce sintetica che risponde con script predeterminati. Psicologi e pediatri gridano già al disastro, avvertendo che i bambini in età prescolare rischiano di sostituire la madre, il padre o il compagno di giochi con un algoritmo che finge di capire. Ed è proprio qui la trappola: i bambini non distinguono tra chi prova davvero empatia e chi la simula. Se un peluche ribatte con tono rassicurante a una paura notturna, il piccolo finirà per fidarsi. Peccato che quella fiducia sia orientata verso un sistema che non conosce amore, ma solo istruzioni.