Parlare di coscienza nelle macchine era un esercizio per filosofi insonni. Oggi è un promemoria inquietante nella lista delle priorità di ogni leader tecnologico. La ricerca ha iniziato a trattare la coscienza artificiale non come fantascienza, ma come un possibile esito dell’evoluzione delle architetture computazionali. Il dibattito che ne consegue è feroce quasi quanto quello sui tassi di interesse o sulle guerre commerciali. Sotto la superficie, però, si cela una domanda più scomoda: se l’intelligenza artificiale dovesse davvero mostrare indicatori plausibili di coscienza, noi saremmo pronti a riconoscerla oppure ci rifugeremmo dietro una cortina di scetticismo per non assumere nuove responsabilità morali e regolatorie.