Quando dici a un americano che il suo voto potrebbe essere manipolato da un chatbot, ride. Poi si ferma. Perché in fondo lo sa. Lo sente. E ora, finalmente, uno studio rigoroso lo conferma: i bias nei modelli linguistici sono molto più che un bug tecnico. Sono un cavallo di Troia cognitivo. Subdolo, elegante, fluente. In una parola: efficace.

Il lavoro presentato alla 63a ACL dal team di ricercatori dell’Università di Washington e Stanford non è un esercizio accademico. È una bomba a orologeria. Due esperimenti, 299 cittadini americani, due attività: formare un’opinione su temi politici e allocare fondi pubblici in stile “simulazione da sindaco”. Tutto mentre conversano con un chatbot, apparentemente neutrale, ma in realtà orientato in senso liberale, conservatore o effettivamente neutro. Il risultato? Le persone cambiano idea. Cambiano budget. E lo fanno anche quando il modello contraddice le loro stesse convinzioni politiche dichiarate. Chiamiamolo pure: effetto ChatGPT sul voto.