Il rock non è mai stato silenzioso, ma questa volta il rumore arriva dai tribunali. Anthropic, una delle aziende più osservate nel panorama dell’intelligenza artificiale, si ritrova al centro di una nuova causa che mescola tecnologia, musica e copyright, con un cast che farebbe invidia a un festival leggendario. Rolling Stones, Elton John, Neil Diamond e circa altre 19.997 canzoni, secondo l’accusa, sarebbero finite nei dataset di addestramento del chatbot Claude senza biglietto d’ingresso né licenza.
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Il New York Times rientra in aula e questa volta il tribunale si trasforma nel teatro di una disputa che promette di rimettere mano alle regole dell’economia dell’informazione. A finire nel mirino questa volta è Perplexity, la startup di ricerca conversazionale che ha conquistato l’attenzione degli utenti e la preoccupazione crescente degli editori. L’accusa è una di quelle che non passano inosservate: violazione di copyright e sfruttamento non autorizzato dei contenuti del quotidiano. Ma sotto la superficie legale si muove qualcosa di ben più grande e inevitabile. Vediamo di cosa si tratta.
Sulle colline dorate di Hollywood si alza l’eco di una battaglia legale che potrebbe riscrivere le regole della creatività digitale. Universal Pictures, uno dei colossi dell’intrattenimento globale, ha iniziato a inserire nei titoli di coda dei suoi film un avviso preciso, chirurgico: “questo contenuto non può essere usato per addestrare AI”. L’avvertimento è comparso su uscite recenti come “How to Train Your Dragon” e “Jurassic World Rebirth”, ma è destinato a moltiplicarsi come disclaimer standard del settore. La mossa non è un vezzo legale, è un grido di guerra eha un solo obiettivo: fermare l’emorragia creativa che Hollywood teme di subire a causa dell’intelligenza artificiale.
Perché sì, siamo nel pieno di una guerra semantica dove la proprietà intellettuale è l’arma e i dataset il campo di battaglia. La difesa di Universal Pictures non è un atto isolato, ma parte di una strategia legale concertata che ha già visto coinvolti nomi come Disney e DreamWorks in una causa federale contro Midjourney, la popolare piattaforma di generazione di immagini basata su AI. L’accusa? “Un pozzo senza fondo di plagio”, secondo i legali degli studios.