Il termine “quantum advantage” è diventato il mantra del decennio tecnologico, un po’ come la “disruption” dei primi anni 2010. Ogni azienda del settore quantistico sembra recitare lo stesso copione: più qubit, più potenza, più promesse. Ma in un mercato che si muove più veloce delle sue certezze, la vera domanda è semplice e spietata: cosa rende davvero buono un computer quantistico? La risposta non è nel numero, ma nella qualità. Perché un migliaio di qubit instabili valgono meno di dieci che funzionano davvero.