A quarant’anni dall’arrivo di Internet in Italia, Pisa non ha celebrato soltanto una ricorrenza storica. Ha acceso i riflettori sulla prossima trasformazione della rete globale, quella in cui intelligenza artificiale e tecnologie quantistiche promettono di riscrivere regole, infrastrutture e rapporti di forza economici. La tavola rotonda organizzata a margine del convegno del CNR ha messo insieme accademia, industria e ricerca applicata, con un messaggio molto chiaro: il futuro digitale europeo non si costruirà con gli slogan, ma con competenze, investimenti e una certa allergia al provincialismo.
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La rivoluzione quantistica parla soprattutto inglese, a volte con accento britannico, più spesso americano, qualche volta tedesco e conserva ancora un po’ di danese e francese nei fondamenti. Eppure, ascoltando Massimo Inguscio, presidente di Eniquantic, viene da pensare che una parte importante di questa storia abbia un accento decisamente italiano. Non per nostalgia patriottica, ma per una semplice ragione storica: molte delle idee che oggi alimentano computer quantistici, reti del futuro e nuove architetture di calcolo affondano le radici nella tradizione scientifica nazionale.
È il tardo pomeriggio del 30 aprile 1986. All’interno delle sale del Cnuce (Centro Nazionale Universitario di Calcolo Elettronico) del Cnr a Pisa, in via Santa Maria, l’aria è densa di una strana elettricità. Non è solo il calore sprigionato dalle macchine, ma il peso di un’attesa che sta per trasformarsi in storia. Sono le ore 18:00 quando un gruppo di ricercatori, con il fiato sospeso davanti a schermi a fosfori verdi, preme “invio”. Un comando “ping” viene lanciato verso l’ignoto, attraversa i nodi della rete Arpanet e rimbalza oltreoceano fino a Roaring Creek, in Pennsylvania. Pochi secondi di silenzio, poi la risposta: “OK”.
In quel preciso istante, l’Italia entrava ufficialmente nel futuro, diventando il quarto Paese europeo a connettersi alla rete globale dopo Regno Unito, Norvegia e Germania.
Streaming dell’evento CNR di Pisa dedicato ai 40 anni di internet in Italia
40 anni di internet verso il domani, fra celebrazione e ‘Futuro di Internet tra AI e Quantum’
Libertà vigilata digitale: dalla privacy di Bernabè all’internet quantistico che ci osserva meglio di noi stessi

Parlare oggi di privacy digitale con il tono ingenuo dei primi anni duemila è un po’ come discutere di confini nazionali mentre i satelliti commerciali già fotografano ogni metro quadro del pianeta con risoluzione da manuale chirurgico. Nel libro di Franco Bernabè, “Libertà vigilata”, scritto in un’epoca in cui l’ottimismo tecnologico conviveva ancora con un residuo pudore regolatorio, emerge una diagnosi che oggi suona quasi archeologica nella sua compostezza, ma che in realtà è brutalmente attuale: ogni transazione, ogni movimento urbano, ogni prescrizione medica, ogni interazione digitale è già una traccia, un frammento di identità distribuito in sistemi che non dimenticano e non perdonano. Bernabè, nel 2012, non descriveva un futuro distopico, ma un presente già pienamente operativo, solo che allora la maggior parte degli attori economici fingeva di non accorgersene.