Quello che sta accadendo in questi giorni in Medio Oriente ci mostra come l’intelligenza artificiale non sia più soltanto il motore delle raccomandazioni online o dei chatbot aziendali ma sia entrata stabilmente nel lessico operativo dei conflitti contemporanei. L’impiego da parte del Dipartimento della Difesa statunitense di sistemi di AI nelle operazioni attualmente in corso contro l’Iran sta avendo un effetto che va oltre il teatro mediorientale. A migliaia di chilometri di distanza, a Pechino, il dibattito sull’autosufficienza tecnologica ha ricevuto un’improvvisa accelerazione.
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Non è l’uranio arricchito a costruire una bomba. È la paura. La paura che il nemico, messo all’angolo, abbandoni ogni freno ideologico e giochi la sua ultima carta: la dissuasione atomica. Israele lo sa, ma ha scelto comunque di alzare la posta. Con chirurgica brutalità ha colpito il cuore pulsante del programma nucleare iraniano, assassinando scienziati, bombardando impianti e facendo saltare in aria non solo edifici, ma equilibri strategici.
L’Iran si ritrova oggi in un vicolo cieco. E come ogni bestia ferita, potrebbe scegliere di fare ciò che ha sempre negato pubblicamente: costruire l’arma che non osa nominare. Perché tra Teheran e la bomba, ormai, non ci sono più barriere tecnologiche. Solo un velo sottile di reticenza politica, l’ultima linea di difesa prima del punto di non ritorno.