Sorpresa. Non da poco, e non da tutti. Xiaomi, la multinazionale cinese delle meraviglie elettroniche, è appena entrata a gamba tesa nel mercato degli occhiali intelligenti. Un settore che molti definiscono ancora di nicchia, ma che in realtà è il nuovo terreno di scontro per chi vuole presidiare il futuro del computing personale. Una guerra silenziosa fatta di microchip, lenti e assistenti vocali, dove chi ha il controllo dell’ecosistema può riscrivere le regole del gioco. Sì, perché qui non si vendono solo gadget: si piantano bandiere nel campo minato dell’intelligenza artificiale indossabile.
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Immaginate di poter mettere a bilancio i vostri sogni e ricevere un bonus fiscale per ogni buona intenzione. Adesso immaginate di essere Microsoft o Oracle, e che i vostri sogni coincidano con miliardi di dollari in spese di ricerca e data center. Voilà: benvenuti nella “One Big Beautiful Bill”, l’ultima trovata di Washington, che di bello ha soprattutto il modo in cui trasforma una riga di codice in una valanga di liquidità. Sì, perché mentre la maggior parte dei contribuenti continua a compilare moduli, certe aziende tech si preparano a incassare una delle più silenziose ma potenti redistribuzioni fiscali dell’era moderna.
Se la notizia ti è sfuggita, tranquillo: era sepolta nel solito mare di comunicati stampa, tweet entusiastici e titoloni da “rivoluzione imminente”. Ma vale la pena fermarsi un attimo. OpenAI, la creatura a trazione Microsoft che ormai più che un laboratorio di ricerca sembra una holding semi-governativa, affitta da Oracle qualcosa come 4.5 gigawatt di capacità di data center. Sì, gigawatt, non gigabyte. Un’unità di misura che evoca più una centrale nucleare che un cluster GPU. E in effetti è esattamente questo: Stargate non è solo un nome evocativo, è un progetto da 500 miliardi di dollari, con sede principale ad Abilene, Texas, e tentacoli infrastrutturali in mezzo continente. Il che, a pensarci bene, suona molto più simile a un’operazione geopolitica che a un’innovazione tecnologica.
Nel teatrino sempre più surreale della comunicazione finanziaria, Oracle ha appena alzato il sipario su uno dei suoi momenti più strani, più affascinanti e, a modo suo, più geniali. Mentre i competitor si arrampicano sugli specchi per strappare qualche menzione in un blog di settore, Larry Ellison & co. decidono che un colossale accordo cloud da oltre 30 miliardi di dollari l’anno non meriti un comunicato stampa, né una fanfara condita da parole chiave ridondanti come “AI-native” o “cloud-first architecture”.
No, loro lo infilano di soppiatto in un documento per la SEC, intitolato con sobria precisione “Regulation FD Disclosure”, senza nemmeno la voglia di inventarsi un nome altisonante e per chi si chiedesse cosa significhi tutto ciò: vuol dire che Oracle ha deciso di fare la rockstar in giacca e cravatta, suonando heavy metal in una riunione del consiglio d’amministrazione.

Benvenuti in questa nuova sezione di Rivista AI, dove ci immergiamo in un confronto diretto con i C-level delle imprese più innovative, per approfondire visioni strategiche, sfide del presente e prospettive future. Oggi abbiamo il piacere di presentare un’intervista esclusiva con Hammad Hussain Commercial e Technology Strategy Director di Oracle e Senior Director dell’EMEA Business AI Value Service team. In un mercato dove l’AI è spesso avvolta in un “mantra imprescindibile” e “promesse altisonanti”, Hammad Hussain si distingue per la sua sincerità disarmante nel raccontare quanto sia difficile far comprendere il vero potenziale e le capacità reali dell’AI.
Il paradosso è evidente: Oracle ha reso i suoi prodotti AI “semplici, quasi banali da usare”, eppure “rendere semplice l’adozione resta una sfida”. Questo suggerisce che il vero ostacolo non è più la tecnologia in sé, che si è evoluta fino a essere incapsulata in interfacce user-friendly e automatizzate, bensì la “cultura e la strategia che ci stanno dietro”. L’AI è paragonabile a un “superpotere tecnologico che nessuno sa ancora bene come integrare nel proprio arsenale aziendale” senza il rischio che diventi un “semplice gadget costoso o una moda passeggera”.
Il team di AI Value Services ha un ruolo duplice e intrinsecamente pragmatico:
Educare e facilitare l’adozione: Aiutare i clienti a superare la diffidenza e l’incertezza che ancora permeano molti progetti AI.
Guidare strategicamente: Non si tratta più di “provare” o “sperimentare”, ma di “attivare” l’AI, una parola che suona più concreta e meno fumosa, e che è il segreto per superare le incertezze.
Questa visione si distingue per la capacità di Oracle di “tradurre la complessità in valore tangibile”, fungendo da “cuscinetto tra la promessa e la realtà” dell’AI. Hammad sottolinea che le “proposizioni che si vendono meglio” sono una naturale conseguenza di un lavoro che parte dall’interno dell’azienda e arriva ai clienti finali, creando un “circolo virtuoso in cui la conoscenza tecnica diventa leva di business e la strategia si nutre di feedback continui”.
La funzione di “facilitatore di adozione” sta diventando una figura chiave nell’economia digitale, un “ambasciatore tra due mondi”: quello della tecnologia pura e quello dell’impresa reale, con le sue resistenze e priorità.
L’obiettivo è trasformare questa “facilità” promessa in “risultati concreti, misurabili e soprattutto sostenibili nel tempo”, costruendo fiducia nella tecnologia e nel suo valore strategico. Il team incarna l’arte di “saper leggere, interpretare e soprattutto guidare il cambiamento”.
C’è un’aria di rivincita nell’aria. Dopo i riflettori puntati su OpenAI e i suoi tormenti da intelligenza artificiale cosciente e la offerta per il Pentagono, ecco che Oracle risale la scena con un annuncio tanto silenzioso quanto strategico. Nessuna coreografia in stile Silicon Valley, nessun CEO che filosofeggia sulla singolarità. Solo un prodotto, freddo, solido, brutale: Oracle Compute Cloud@Customer Isolated. Nome ostico, ma messaggio chiarissimo. Il cloud smette di essere un servizio e torna a essere infrastruttura. Anzi, fortezza.
C’è un curioso paradosso nella Silicon Valley del 2025: tutti parlano di “democratizzazione dell’intelligenza artificiale”, mentre le AI stesse si muovono solo fra imperi. L’ultima mossa arriva da xAI, l’ambiziosa creatura partorita da Elon Musk per sfidare OpenAI sul campo del ragionamento machine-level. E la novità? I suoi modelli Grok ora risiedono sulla Oracle Cloud Infrastructure. Un matrimonio che, in superficie, sembra dettato dalla pura efficienza tecnologica. Ma a ben vedere, è una dichiarazione geopolitica.
C’è un vecchio detto della Silicon Valley: se non puoi batterli, integrali. E Oracle, il colosso che per decenni è stato sinonimo di database e conservatorismo IT, sembra averlo preso molto sul serio. Il suo flirt con NVIDIA, iniziato con garbo tecnico e qualche annuncio di contorno, ora ha il sapore di una relazione seria, forse persino matrimoniale. L’annuncio dell’espansione della partnership tra Oracle e NVIDIA, condito da GPU Blackwell, supercluster e AI agenti, non è solo un comunicato stampa: è un messaggio lanciato a tutti i competitor, un manifesto politico sull’infrastruttura AI del futuro.
Da una parte una delle aziende più sottovalutate ma più longeve del cloud enterprise. Dall’altra il semidio delle GPU che ha reinventato la traiettoria del calcolo. Ecco a voi Oracle e NVIDIA: una strana coppia in missione per colonizzare l’intelligenza artificiale con un approccio che odora di strategia da Guerra Fredda più che di semplice evoluzione tecnologica.
L’annuncio? Di quelli che a prima vista sembrano uno dei tanti comunicati stampa scritti in stile-benessere-aziendale. Ma sotto la superficie c’è molto di più. Oracle ha deciso di spingere tutto il suo stack cloud nelle braccia muscolose della piattaforma AI di NVIDIA. E non si tratta solo di un abbraccio tecnico: parliamo di un’integrazione nativa, radicale, e soprattutto distribuita, che mette insieme 131.072 GPU Blackwell e il DGX Cloud Lepton. No, non è fantascienza: è OCI (Oracle Cloud Infrastructure) in versione steroidea.
Oracle scommette tutto sulla nuvola e prende a calci la vecchia guardia
Il vecchio dinosauro di Redwood Shores ha finalmente tirato fuori i denti. Dopo anni passati a inseguire i giganti del cloud come un avvocato stanco che rincorre le big tech in tribunale, Oracle sembra aver trovato il suo punto di pressione: l’IA. E i numeri, almeno per ora, sembrano dare ragione a Safra Catz, che con un candore quasi spietato ha sparato: “Le nostre percentuali di crescita saranno drammaticamente più alte.”
Tradotto dal cattivo gergo delle earnings call: Oracle prevede una crescita del 70% nel business cloud nell’anno fiscale in corso. Una cifra che fa sobbalzare anche gli algoritmi delle sale trading, visto che il titolo è salito di oltre il 6% nel dopoborsa. Chiariamolo subito: non è solo storytelling da CFO con l’occhio lucido e il power suit impeccabile. Dietro c’è una scommessa brutale da $25 miliardi di capex, spinti soprattutto da acquisti di GPU Nvidia e altri arnesi indispensabili per servire il grande banchetto dell’intelligenza artificiale generativa.
Il palcoscenico era pronto, i riflettori accesi, e poi… niente. Stargate, la presunta alleanza epocale tra Oracle, SoftBank e OpenAI per dar vita a un’infrastruttura da 500 miliardi di dollari destinata all’intelligenza artificiale, è ancora una chimera. Safra Catz, CEO di Oracle, lo ha dichiarato con candore durante l’ultima call sugli utili: “non è ancora stata costituita”.
Oracle scommette sull’intelligenza artificiale per riscrivere le regole della gestione dei contatori
C’è un nuovo protagonista silenzioso nella battaglia delle utility per efficienza, affidabilità e soddisfazione del cliente: l’intelligenza artificiale. E Oracle, veterana del mondo enterprise, ha deciso di metterla al centro del suo arsenale tecnologico. Ma non lo fa con fanfare da keynote o promesse da luna nel pozzo: lo fa dove serve davvero, là dove i bit incontrano i chilowatt.
Sotto il cofano dell’ultima evoluzione della Oracle Utilities Customer Platform, si cela un mix di AI e processing in-memory che sta ridefinendo il concetto stesso di Meter Data Management. Una rivoluzione sommessa, ma con implicazioni devastanti per l’inerzia cronica delle utility. Perché quando un algoritmo inizia a vedere ciò che un operatore non nota, la realtà cambia.
Mentre i riflettori dei media generalisti si limitano a menzionare Abilene, Texas, come se fosse solo l’ennesimo cantiere tech in mezzo al nulla, chi ha orecchie per intendere — e un conto in banca legato alla rivoluzione AI — sa che Stargate è molto più di una joint venture infrastrutturale. È una dichiarazione di guerra tecnologica. Una sfida frontale a chi detiene oggi il controllo delle risorse computazionali mondiali. Un affare da 500 miliardi di dollari che ridisegna gli equilibri tra chipmaker, hyperscaler e i nuovi “costruttori di Dio”.
Mentre il mondo crede ancora che l’Intelligenza Artificiale viva nell’etere, invisibile come lo spirito santo digitale, dietro le quinte si sta costruendo un impero fatto di silicio, rame, cemento e debito strutturato come un’opera d’arte di Wall Street. Sì, l’IA ha bisogno di templi. E Oracle ha appena firmato un patto da 40 miliardi di dollari (fonte Finacial Times) per costruirne uno degno di un culto tecnocratico: un data center da 1.2 gigawatt ad Abilene, Texas. L’epicentro di quella che viene già chiamata, con l’enfasi tipica da Silicon Valley, “Stargate”.
No, non è fantascienza. È solo il nuovo ordine mondiale delle big AI.
Stargate UAE: il futuro dell’intelligenza artificiale e della sovranità digitale negli Emirati Arabi
Stargate UAE, il progetto che suona come una saga sci-fi ma è invece una realtà concreta, mette a fuoco il nuovo terreno di gioco per l’intelligenza artificiale: Abu Dhabi. Una potenza da 1 gigawatt di calcolo AI che promette di trasformare il deserto in un centro nevralgico globale per l’innovazione. Ma attenzione, non è solo questione di watt o di server a regime. È una partita a scacchi tra Stati Uniti, Emirati Arabi Uniti, colossi della tecnologia e interessi sovrani che ridefiniscono il concetto di “sovranità digitale”.
Dietro al progetto troviamo G42, la società emiratina d’intelligenza artificiale, che non è proprio un piccolo startup nel garage ma un colosso con in panchina Oracle, NVIDIA, SoftBank e Cisco. Questi nomi non sono solo sponsor di lusso: rappresentano un’alleanza strategica che unisce infrastrutture hardware di ultima generazione, piattaforme cloud ottimizzate per l’AI e soluzioni di sicurezza zero-trust. Il tutto distribuito su un Campus AI da 5 gigawatt, letteralmente un megacentro di potenza computazionale, che nei piani dovrebbe partire dal 2026.
Non capita spesso che una multinazionale come Oracle decida di scrollarsi di dosso l’immagine T-Rex legacy e saltare direttamente nel cuore pulsante dell’innovazione AI con un prodotto che potrebbe davvero cambiare il modo in cui le aziende gestiscono i loro flussi di lavoro. Ma è esattamente quello che è successo il 20 marzo 2025 a Cloud World London. Tra l’applauso composto di partner e il solito entusiasmo misurato dei clienti enterprise, Oracle ha annunciato il rilascio di Oracle AI Agent Studio, previsto per la versione 25C. Altro che buzzword. Qui si gioca una partita molto più seria di quella che abbiamo visto con il cloud computing due decadi fa. E sì, la parola chiave è: AI Agents.
In un’epoca dove l’egemonia del cloud sembra destinata a rimanere saldamente in mano ad Amazon, Google e Microsoft, qualcuno ha dimenticato di dire a Oracle che non è il benvenuto nel club. E Oracle, da buona veterana del tech con ambizioni ancora da startup, ha deciso di ignorare l’invito, rifondare sé stessa e insinuarsi là dove gli altri si sentivano troppo comodi.
Negli ultimi anni, Oracle si è trasformata da colosso legacy del database a una delle realtà cloud più aggressive fuori dal trio delle meraviglie. Ma il vero colpo di scena è che questa metamorfosi non è stata solo marketing, slide PowerPoint e fumo per gli investitori. Secondo Deutsche Bank, Oracle sta costruendo un’infrastruttura cloud con caratteristiche uniche, in particolare nell’ambito dell’intelligenza artificiale, dove l’efficienza non è solo una voce nel bilancio ma una leva competitiva reale.
Oracle continua a spingere sull’acceleratore dell’innovazione con un doppio annuncio che segna una svolta nell’evoluzione dell’intelligenza artificiale e delle infrastrutture cloud. Da un lato, il lancio di Java 24, l’ultima iterazione della piattaforma di sviluppo più diffusa al mondo, con un focus particolare su AI e sicurezza post-quantum. Dall’altro, una collaborazione sempre più stretta con NVIDIA, che porta la potenza del cloud Oracle (OCI) ai massimi livelli e introduce strumenti avanzati per l’AI agentica.
L’azienda di Larry Ellison non sta solo aggiornando la propria tecnologia, ma sta ridefinendo il futuro delle applicazioni aziendali, con un occhio di riguardo alle esigenze dell’intelligenza artificiale e alla crescita esponenziale dei modelli generativi.
Il 20 marzo 2025, l’ExCeL London (Royal Victoria Dock, London) è stato il palcoscenico dell’Oracle Cloud World Tour 2025, un evento che ha catalizzato l’attenzione di leader del settore, professionisti IT e innovatori da tutto il mondo. Questo incontro ha offerto una panoramica completa sulle ultime tendenze nel cloud computing, nell’intelligenza artificiale e nelle soluzioni aziendali integrate.
Nel panorama odierno delle soluzioni enterprise, Oracle ha deciso di alzare l’asticella con l’introduzione dell’AI Agent Studio per le applicazioni Fusion Cloud. Questo strumento promette di trasformare il modo in cui le aziende gestiscono l’automazione, offrendo una piattaforma completa per la creazione, l’estensione, la distribuzione e la gestione di agenti AI su larga scala e va ad aggiungersi alla già lunga lista di Agenti AI pre-configurati (più di 50) e agli oltre 100 casi d’uso di AI generativa (GenAI), già disponibili nella suite Oracle di applicazioni aziendali, senza costi aggiuntivi per i clienti, perchè tutto è già ricompreso nel canone di “abbonamento” SaaS, che prevede aggiornamenti trimestrali su tutte le suite (ERP, HCM, SCM, CX..).
Gli agenti AI non sono una novità nel mondo tecnologico, ma la loro integrazione efficace nelle applicazioni aziendali ha sempre rappresentato una sfida. Oracle, con il suo AI Agent Studio, mira a superare queste difficoltà, offrendo agli utenti strumenti intuitivi per sviluppare agenti personalizzati che rispondano alle esigenze specifiche del business. Questo non solo aumenta la produttività, ma consente anche una maggiore flessibilità nell’adattarsi alle dinamiche di mercato in continua evoluzione.
Nel cuore della trasformazione digitale che sta investendo la Giustizia amministrativa italiana, l’innovazione non è più un’opzione, ma un imperativo.vIl Consiglio di Stato ha tracciato una strada che non solo ridefinisce l’interazione tra tecnologia e diritto, ma proietta il sistema giudiziario in una nuova era di efficienza, trasparenza e sostenibilità.
Durante l’Oracle CloudWorld Tour di Milano, Almawave parte del Gruppo Almaviva, ha annunciato una partnership strategica con Oracle, siglando un MoU che definisce la collaborazione sullo sviluppo e l’erogazione di soluzioni di intelligenza artificiale generativa basate su Velvet.
L’accordo mira a rivoluzionare diversi settori verticali, tra cui energia, sanità, industria manifatturiera, pubblica amministrazione e trasporti, combinando la potenza infrastrutturale di Oracle con l’expertise AI di Almawave.
Oracle ha annunciato un investimento da 5 miliardi di dollari nel Regno Unito nei prossimi cinque anni, con l’obiettivo dichiarato di supportare la crescente domanda di cloud computing e AI.
Una mossa che sembra perfettamente allineata con l’ambizione del governo britannico di diventare una “superpotenza dell’AI”, ma che solleva più domande di quante ne risolva.Dietro la cortina di fumo degli investimenti, ci sono elementi politici ed economici che non possono essere ignorati.
Oggi, 18 marzo 2025, l’Allianz MiCo di Milano è stato il palcoscenico dell’Oracle Cloud World Tour, un evento che ha riunito leader del settore tecnologico e rappresentanti di spicco delle imprese italiane. Tra gli interventi più attesi, spicca il dialogo tra il CEO di Oracle Italia Carlota Alvarez e Matteo Torti, CIO del Gruppo Ermenegildo Zegna, simbolo dell’eccellenza nel settore della moda.
L’Oracle Cloud World Tour è un’iniziativa globale che mira a mostrare come le soluzioni cloud e l’intelligenza artificiale possano trasformare le aziende, migliorando produttività ed efficienza attraverso l’automazione. Milano, con la sua tradizione di innovazione e design, è stata una scelta naturale per ospitare una tappa di questo tour.
La scommessa generativa da 80 miliardi di dollari
Oracle ha finalmente smesso di essere la vecchia signora dei database e ha cominciato a vestirsi da tech-giant ipermuscolato. A dispetto di chi la dava per sorpassata, i risultati trimestrali del terzo trimestre fiscale 2024 mostrano che Larry Ellison non solo non ha intenzione di mollare il volante, ma che il motore sotto il cofano ora è alimentato da cloud, intelligenza artificiale generativa e ambizioni sanitarie. Ricavi in crescita del 7%, pari a 13,3 miliardi di dollari. Tradotto: il piano di trasformazione digitale avviato anni fa non era solo storytelling da investor relations, ma una mutazione genetica che ora dà frutti. Il cloud, come previsto, è il pezzo forte dello show, con una crescita a doppia cifra sia nei servizi sia nel supporto alle licenze. I servizi cloud e il supporto hanno toccato i 10 miliardi, +12%, mentre le licenze on-premise sono scese del 3%. Una discesa più che fisiologica. L’on-premise, oggi, è come il fax: resiste, ma non entusiasma.
Oracle è storicamente riconosciuta per la sua leadership nei database, ma negli ultimi anni ha accelerato la sua trasformazione verso il cloud e l’intelligenza artificiale. Il passaggio da un modello tradizionale a un’infrastruttura cloud avanzata è stato repentino, con l’azienda che oggi si posiziona come un attore di primo piano nel mercato grazie a supercomputer AI record, un portafoglio in espansione di applicazioni cloud e partnership strategiche con i principali player tecnologici.
Un aspetto cruciale della strategia di Oracle è l’apertura a collaborazioni con competitor storici come Microsoft, Google e Amazon. Il suo approccio multi-cloud le consente di offrire servizi su piattaforme concorrenti, garantendo alle imprese maggiore flessibilità e costi operativi ridotti. Questa strategia si sta rivelando vincente, soprattutto in un momento in cui le aziende cercano soluzioni scalabili per la gestione dei propri dati e dei carichi di lavoro AI.
Sembra che ultimamente non si possa nemmeno camminare per strada senza inciampare in qualcuno che vuole comprare TikTok. Ovviamente è un’iperbole, ma rende bene l’idea: dai miliardari eccentrici agli influencer di YouTube, fino alle startup AI, tutti sembrano interessati all’app più discussa del momento. Ma come sempre, quelli che fanno più rumore non sono necessariamente quelli che contano. Il vero nome da tenere d’occhio? Oracle.
Secondo le ultime indiscrezioni, Oracle è il candidato preferito dalla dirigenza di ByteDance, la società madre di TikTok. E questo non è certo un caso. Oracle non è solo un colosso tecnologico, ma è anche il principale fornitore di cloud per TikTok negli Stati Uniti. Anche Google, Microsoft e Amazon hanno contratti con TikTok o ByteDance, ma nessuno di loro sembra essere in una posizione privilegiata come Oracle. E qui sta il punto cruciale: TikTok non è solo una miniera d’oro pubblicitaria, è anche un cliente gigantesco per il settore cloud.
Oracle prevede una forte espansione dei ricavi, spinta dalla crescente domanda di server per l’intelligenza artificiale. Secondo le stime della CEO Safra Catz, il fatturato della società salirà del 15% nell’anno fiscale che inizierà a giugno, raggiungendo i 66 miliardi di dollari. Un’accelerazione significativa rispetto alla crescita media del 7% registrata negli ultimi trimestri, sostenuta dall’impennata di ordini provenienti da clienti strategici come OpenAI, xAI, Meta e Nvidia.
Guardando oltre, Oracle punta ancora più in alto: Catz ha dichiarato che per l’anno fiscale che terminerà a maggio 2027 si aspetta un incremento dei ricavi del 20%, grazie a un arretrato di contratti per i server AI che supera i 130 miliardi di dollari.
Oracle Red Bull Racing continua a rivoluzionare la Formula 1 con un’integrazione ancora più profonda delle tecnologie Oracle Cloud e AI, portando le sue prestazioni a livelli senza precedenti. Con la stagione 2025 all’orizzonte, la scuderia campione si affida a Oracle per mantenere il suo dominio assoluto dentro e fuori la pista.
“Oracle ci ha dato un vantaggio tecnologico che si traduce direttamente in vittorie e titoli mondiali”, afferma Christian Horner, CEO e Team Principal di Oracle Red Bull Racing. “Le prestazioni sono l’essenza della Formula 1, e Oracle Cloud Infrastructure (OCI) è l’unica soluzione in grado di fornirci la velocità e l’agilità necessarie per rimanere al vertice. Dalla fabbrica al podio, le tecnologie Oracle ci offrono insight critici che rendono il nostro team il più vincente della F1 moderna.”
L’infrastruttura cloud di Oracle è la colonna portante della strategia di gara del team, permettendo a Oracle Red Bull Racing di eseguire miliardi di simulazioni su OCI prima e durante ogni Gran Premio. Questi modelli avanzati consentono alla squadra di anticipare le condizioni della pista, prevedere il comportamento degli avversari e ottimizzare le prestazioni della monoposto in tempo reale. Nel 2025, con l’adozione delle nuove istanze OCI Compute A2 e OCI Compute A4 Flex, la velocità delle simulazioni aumenterà del +10%, permettendo al team di testare un numero ancora maggiore di scenari strategici.
Oracle Corporation (NYSE: ORCL) ha reso noti i risultati finanziari del terzo trimestre fiscale 2025, conclusosi il 10 marzo 2025, evidenziando una performance solida e una crescita significativa nei segmenti strategici del cloud e delle Remaining Performance Obligations (RPO). Con un fatturato totale di 14,1 miliardi di dollari, in aumento del 6% in dollari Usa e dell’8% a valuta costante rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, l’azienda di Austin, Texas, continua a consolidare la propria posizione come leader nel mercato delle soluzioni tecnologiche enterprise.
In un’epoca in cui l’intelligenza artificiale sta riscrivendo non solo i codici del business, ma anche quelli normativi, la parola d’ordine non può più essere solo innovazione. Serve governance. E serve rigore. Oracle Italia, sotto la guida di Carlota Alvarez Pedreira, ha capito che “AI trusted by design” non è uno slogan da conferenza ma un modello operativo indispensabile.
La sfida non è più soltanto chi sviluppa l’algoritmo più avanzato, ma chi riesce a governare in modo trasparente, sicuro e conforme a leggi sempre più stringenti.Il contesto normativo europeo è un labirinto fatto di GDPR, AI Act in divenire, Digital Services Act e normative specifiche per settori come finanza e sanità.
Oracle ha annunciato nuovi Agenti AI basati sui ruoli all’interno di Oracle Fusion Cloud Human Capital Management (HCM) per aiutare i responsabili delle risorse umane e i manager a migliorare la cosiddetta employee experience e ottimizzare la produttività individuale.
Disponibili per i clienti a partire da oggi, i nuovi Agenti AI automatizzano le attività lavorative più noiose in modo da liberare il potenziale delle persone e consentire loro di dedicare il proprio tempo a compiti più significativi.
In occasione della tappa di Austin del CloudWorld Tour di Oracle, l’azienda ha presentato due innovazioni chiave che segnano un passo importante nel miglioramento della produttività e dell’efficienza all’interno delle organizzazioni, grazie all’utilizzo avanzato dell’intelligenza artificiale (AI). Queste novità riguardano in particolare la suite Oracle Fusion Cloud Supply Chain & Manufacturing (SCM), destinata a cambiare radicalmente il modo in cui i professionisti della supply chain gestiscono le loro attività quotidiane. L’introduzione di Agenti AI e nuove funzionalità logistiche e di gestione degli ordini promette non solo di semplificare i processi, ma anche di portare un valore significativo in termini di produttività, sostenibilità e customer experience.
Quella che sembrava l’eterna promessa non mantenuta è diventata, quasi all’improvviso, un ritorno in grande stile. Oracle, l’anziano monolite del database aziendale, sta vivendo il suo periodo migliore dal 2001 grazie a una crescita inarrestabile nel cloud e nella domanda di intelligenza artificiale. I risultati finanziari del Q4 2025 parlano chiaro: +11% di ricavi, 15,9 miliardi di dollari, previsioni ottimistiche e un’impennata del titolo del 24% che ha fatto sobbalzare più di un hedge fund manager.
Per gli investitori, l’euforia è contagiosa. Ma stavolta, sotto il velo delle slide patinate, c’è qualcosa di sostanziale: il ritorno dell’egemonia del dato proprietario come leva strategica. Ed è qui che Oracle ha giocato d’anticipo. O forse ha semplicemente aspettato che il mondo tornasse verso di lei.
Oracle ha annunciato l’intenzione di integrare la connettività di Starlink, la più grande costellazione satellitare in orbita terrestre bassa, nella sua Enterprise Communications Platform (ECP). Grazie a questa collaborazione, Oracle è in grado di potenziare la sua piattaforma di comunicazioni aziendali, permettendo alle aziende di connettersi da quasi ogni angolo del pianeta, inclusi i luoghi più remoti.
Arm Holdings, la rinomata azienda britannica specializzata nella progettazione di chip, sta valutando l’acquisizione di Ampere Computing, una società californiana sostenuta da Oracle. Secondo fonti vicine alla vicenda, le trattative sono in corso, ma non vi è certezza che l’accordo venga finalizzato.
Ampere Computing, fondata da Renee James, ex presidente di Intel, utilizza la tecnologia di Arm per sviluppare chip di elaborazione centrale (CPU) ad alta efficienza energetica. Questi chip sono utilizzati da aziende di rilievo come Oracle e Google. La società ha attirato l’interesse di Arm mentre esplorava opzioni strategiche, assistita da un consulente finanziario.
Oracle ha recentemente presentato l’Exadata X11M, l’ultima evoluzione della sua piattaforma di database, progettata per offrire prestazioni significativamente superiori in carichi di lavoro di intelligenza artificiale (AI), analisi dei dati e elaborazione delle transazioni online (OLTP). Questo avanzamento tecnologico promette di ridefinire gli standard di efficienza e sostenibilità nel settore dei database aziendali.
L’Exadata X11M, ottimizzato per i più recenti processori AMD EPYC™, offre miglioramenti prestazionali notevoli rispetto alla generazione precedente, mantenendo lo stesso livello di investimento. In particolare, le ricerche AI Vector risultano fino al 55% più veloci, grazie all’offload trasparente verso lo storage intelligente di Exadata. Inoltre, le query su indici vettoriali in memoria (HNSW) registrano un incremento di velocità fino al 43%. Queste ottimizzazioni consentono alle aziende di eseguire ricerche vettoriali sofisticate in combinazione con dati aziendali riservati, migliorando l’accuratezza e l’affidabilità dei modelli di intelligenza artificiale generativa, riducendo al contempo i costi complessivi.
L’industria dell’intelligenza artificiale sta assistendo a un’emergente corsa tra startup di data center, che affermano di poter muoversi più rapidamente rispetto ai grandi sviluppatori.
L’ultima in ordine di tempo è Crusoe Energy, che ha annunciato un accordo per ottenere un prestito di 3,4 miliardi di dollari per sviluppare un data center che potrebbe diventare uno dei più grandi al mondo.Oracle, un importante fornitore di servizi cloud, affitterà il sito e noleggerà server equipaggiati con chip Nvidia per le applicazioni di intelligenza artificiale di OpenAI.
Questo progetto rappresenta una significativa opportunità per Crusoe, che ha già dimostrato la sua capacità di adattarsi rapidamente alle esigenze del mercato AI.Il data center sarà situato nel Lancium Clean Campus ad Abilene, Texas, e sarà progettato per supportare applicazioni IT ad alta densità energetica.
Si prevede che il centro dati operi con un potenziale di 206 MW e possa gestire fino a 100.000 GPU su una rete integrata, ottimizzando l’uso delle risorse energetiche rinnovabili.
Questa iniziativa non solo evidenzia la crescente domanda di infrastrutture dedicate all’AI, ma sottolinea anche come le startup come Crusoe possano competere efficacemente con i giganti del settore grazie a modelli di business innovativi e approcci sostenibil
Oracle ha rivisto al rialzo le sue previsioni di fatturato per l’anno fiscale 2026, portandole a $66 miliardi rispetto al precedente obiettivo di $65 miliardi. L’azienda prevede che il fatturato raggiunga $104 miliardi entro l’anno fiscale 2029. Larry Ellison, co-fondatore e direttore tecnico di Oracle, ha dichiarato che l’intelligenza artificiale e l’infrastruttura cloud continuano a creare nuove opportunità. Ha citato clienti come xAI di Elon Musk e vari settori a livello globale, con un’attenzione particolare all’Europa.
Oracle ha recentemente annunciato un ambizioso progetto per costruire un data center di oltre un gigawatt, alimentato da tre reattori nucleari modulari di piccole dimensioni (SMR). Questa iniziativa è stata rivelata dal fondatore e presidente Larry Ellison durante una chiamata con gli investitori, dove ha sottolineato l’importanza di questa fonte di energia per soddisfare la crescente domanda di potenza computazionale, soprattutto nel contesto dell’intelligenza artificiale (AI) e dei servizi cloud.
Oracle Corporation, una delle principali società di tecnologia e fornitore di servizi cloud, sta attualmente conducendo trattative con xAI, la startup di intelligenza artificiale fondata da Elon Musk, per un potenziale accordo di noleggio di server cloud. Secondo un rapporto di The Information, l’accordo, che non è ancora stato finalizzato, potrebbe valere fino a 10 miliardi di dollari e vedere xAI diventare uno dei maggiori clienti di Oracle per diversi anni.