La sovranità digitale è una di quelle espressioni che tutti usano e pochi definiscono davvero. Suona bene nei convegni, fa la sua figura nei documenti strategici e permette a molti di annuire con aria grave. Roberto Baldoni, Senior Advisor for Technology and Cybersecurity Policy presso l’Ambasciata d’Italia negli Stati Uniti, prova invece a rimettere il concetto con i piedi per terra. E la prima notizia è che non significa chiudersi in casa a costruire da soli ogni chip, ogni server e ogni software come se fossimo nel Novecento con il modem analogico.
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La nuova geografia del potere passa dai data center. Non è una metafora particolarmente elegante, ma è terribilmente efficace. Dove una volta si misuravano confini e risorse naturali, oggi si contano megawatt, latenze e capacità computazionale. In questo scenario, l’Italia ha deciso di smettere i panni del mercato periferico e di sedersi al tavolo dei grandi, anche se la sedia scricchiola ancora un po’.
Quello che è successo negli ultimi anni a livello geopolitico e che continuiamo a vedere con le recenti escalation della crisi in Ucraina prima e quella del Golfo poi, ci ha insegnato a riconoscere alcuni asset fondamentali: porti, gasdotti, rotte commerciali, satelliti e cavi sottomarini sono elementi strutturali e fondamentali dell’architettura economico-politica di un Paese. A questa lista si è aggiunto ora un nuovo protagonista molto meno visibile ma altrettanto cruciale: il data center.
La chiamano “sovranità tecnologica”, ma suona sempre di più come una questione di sopravvivenza industriale. Non è un vezzo da geopolitici né una moda da convegno, ma una sfida concreta che riguarda server, energia, dati, competenze e, soprattutto, potere economico. Agli Stati Generali della Sostenibilità Digitale 2025 i manager italiani scoprono che l’innovazione non è neutrale (e l’AI nemmeno).
È stato questo uno dei temi centrali emersi durante la quarta edizione degli Stati Generali della Sostenibilità Digitale, promossi dalla Fondazione per la Sostenibilità Digitale, che a Varignana, alle porte di Bologna, ha riunito oltre cento C-level delle principali aziende pubbliche e private italiane.