Il paradosso è servito. Il mercato azionario americano, la vetrina più osservata del capitalismo globale, è oggi più caro che all’apice della bolla delle dot-com. Sì, avete letto bene: più caro del 2000, quando un dominio web con un’idea vaga di business poteva gonfiare valutazioni fino a stratosfere poi implose. La differenza è che stavolta non si parla di startup bruciasoldi, ma di giganti tecnologici con fatturati da Pil nazionale e margini che sembrano scritti in laboratorio. Eppure la matematica delle valutazioni non mente: lo S&P 500 viene scambiato a 3,23 volte le vendite, un record storico, mentre il suo price-to-earnings forward è 22,5, ben oltre la media venticinquennale di 16,8.
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Il gigante di Seattle si presenta agli investitori con il sorriso tirato e un conto salatissimo. Amazon, dopo aver sbalordito per una crescita dei ricavi che ha superato le attese nel secondo trimestre, si prende una pausa amara con una guidance sugli utili operativi che tradisce le aspettative del mercato e un’ombra di inquietudine che si allunga sulle sue ambizioni AI. Il titolo crolla nel trading after-hours, segnale che la narrazione fatta di “investimenti strategici” in intelligenza artificiale e infrastrutture cloud non basta più a rassicurare i mercati.