
Il debutto pubblico del nuovo laboratorio di Mira Murati, Thinking Machines Lab, non è stato un battito d’ali: è stato un boato finanziario che ha trasformato rumor e voci di corridoio in cifre che nessun boardroom osa ignorare. La raccolta di 2 miliardi di dollari e la valutazione da 12 miliardi sono riporti che collocano la società tra le startup più capitalizzate dell’era post-scouting, con nomi importanti tra gli investitori come Nvidia, Accel e altri. Questa non è solo una buona notizia per i venture capitalist; è una dichiarazione di intenti: soldi, talento e una roadmap ambiziosa.
Chi segue il mercato sa quanto pesi la reputazione di chi guida l’impresa. Mira Murati non è una CEO qualunque: è l’ex Chief Technology Officer di OpenAI, figura che ha contribuito a far diventare prodotti come ChatGPT più affidabili e di massa. Quando una persona con il suo pedigree lancia un laboratorio con una squadra che include ex ricercatori di primo piano, l’attenzione non è emozionale; è tecnica, strategica, e per alcuni versi scettica. Non c’è magia dietro queste operazioni, c’è una scommessa: che sapendo dove guardare si possano risolvere problemi che tutti ritenevano “inesorabili”.