Se Geoffrey Hinton lancia allarmi con l’aria di chi ha visto il futuro e non gli è piaciuto, Stuart Russell parla dell’intelligenza artificiale come chi osserva un treno lanciato a tutta velocità e scopre che la cabina di comando è vuota. In un’intervista rilasciata a The Times, il professore britannico, tra le massime autorità mondiali sull’AI e fondatore del Center for Human-Compatible Artificial Intelligence a Berkeley, offre una visione del 2026 che non ha nulla di futuristico e molto di terribilmente presente.
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Il mercato dei Managed Service Provider sta attraversando una trasformazione silenziosa ma radicale. Mentre l’attenzione mediatica si concentra su intelligenza artificiale e quantum computing, un’evoluzione più pragmatica si sta affacciando nel settore dei servizi gestiti: la governance della compliance.

Il 2025 ha confermato che l’intelligenza artificiale non è più un laboratorio o un esperimento da startup: è infrastruttura critica, leva strategica e fattore competitivo globale. Il 2026 si annuncia come un anno in cui l’AI smetterà di essere solo hype e diventerà maturità operativa, regolatoria e culturale. I trend principali da monitorare non sono più solo otto, ma almeno una dozzina di fenomeni interconnessi che ridefiniranno tecnologia, business e geopolitica.
L’intelligenza artificiale ha smesso di essere una promessa e diventa un’industria pesante. Chi ancora la racconta come una sequenza di modelli linguistici, prompt ben scritti e demo scintillanti sta osservando il fenomeno dal retrovisore. La vera competizione oggi non è sul modello più brillante, ma sul controllo dell’intero AI Stack, dalla fisica dei semiconduttori fino alla psicologia dell’utente finale. È qui che si decide chi governerà la prossima decade digitale e chi farà la fine dei produttori di modem negli anni Novanta.
Nove aziende stanno tentando una manovra che in altri settori sarebbe considerata folle: coprire ogni livello dello stack contemporaneamente. Google, Microsoft, Amazon, OpenAI, Meta, xAI con Tesla sullo sfondo, Nvidia, Apple e Anthropic. Nove nomi, ma soprattutto nove filosofie industriali che si stanno scontrando in un’arena dove il capitale necessario non si misura più in miliardi, ma in anni di vantaggio accumulato.
Alla fine del 2025 l’intelligenza artificiale si guarda allo specchio e non sempre quello che vede le piace. Dopo mesi di entusiasmo travolgente, annunci roboanti e progetti GenAI lanciati più per non restare indietro che per reale convinzione strategica, il settore entra in una fase di maturità forzata. È da questa consapevolezza che partono le previsioni di SAS sull’AI per il 2026, un anno che secondo l’azienda segnerà il passaggio dall’hype alla responsabilità, dalla sperimentazione disordinata alla ricerca di valore concreto, misurabile e sostenibile.
Il 2025 è stato l’anno dell’entusiasmo inconsapevole. Abbiamo assistito a un’ondata di iniziative AI, ma troppo spesso realizzate senza una visione strategica chiara. L’esempio più evidente? La corsa ai chatbot. Quasi ogni organizzazione ne ha sviluppato uno, ma con risultati deludenti per tre ragioni fondamentali: non generano un impatto significativo sui processi aziendali; vengono inevitabilmente confrontati con le soluzioni commerciali, che migliorano a ritmo sostenuto; finiscono per gestire solo i task più banali.
Il 2026 si profila come un anno di svolta per il mondo dei dati e delle infrastrutture IT: l’esplosione dell’intelligenza artificiale, la scarsità energetica, le tensioni geopolitiche e la necessità di maggiore resilienza stanno costringendo aziende e provider a ripensare completamente l’approccio allo storage e alla gestione dei dati. Non si tratta più solo di capacity o performance, ma di efficienza, sovranità e sostenibilità in un contesto dove l’AI non è più un hype, ma una realtà operativa che richiede infrastrutture pronte all’inferenza e alla data readiness.
Con l’adozione dell’AI da parte di un numero sempre maggiore di aziende, i responsabili della cybersecurity dovranno gestire una realtà più complessa. In particolare, l’AI Agentic, capace di correlare alert provenienti da identità, endpoint, rete e cloud, li spingerà a ripensare alla responsabilità operativa, alla condivisione dei dati e all’adozione di piattaforme integrate. Il punto non sarà più cosa l’AI potrà fare, ma come i team umani potranno supervisionare senza essere sommersi da migliaia di output. E le imprese, come faranno a anticipare e contrastare le minacce? Ogni previsione implica l’avvertenza che il futuro rimane irrimediabilmente imprevedibile, ma anche gli eventi imprevisti traggono origine da tendenze già in atto.
Se il marketing degli ultimi anni è stato una corsa a chi automatizza di più, il 2026 rischia di essere l’anno in cui i brand dovranno imparare a rallentare. Non per rinunciare alla tecnologia, ma per darle un senso. È questo il filo conduttore che emerge dal Dentsu Creative Trends 2026, un report che più che prevedere mode prova a leggere le tensioni culturali che stanno ridisegnando il rapporto tra aziende e persone in un’epoca dominata dall’intelligenza artificiale.
Il 2026 si profila come un anno di forte pressione sul fronte della cybersecurity, segnato da una convergenza strutturale tra tensioni geopolitiche, trasformazione tecnologica e attività criminali. Le previsioni delineano uno scenario in cui attori statali, gruppi di Advanced Persistent Threat (APT) ed ecosistemi di eCrime continueranno a operare con livelli elevati di intensità, sfruttando superfici di attacco in costante espansione e modelli operativi sempre più ibridi. I confini tra spionaggio, sabotaggio e criminalità risultano sempre meno definiti, con un impatto diretto sulla stabilità digitale di governi, imprese e infrastrutture critiche.