Accademia Nazionale dei Lincei, Palazzo Corsini — Roma, 25 giugno 2026
Roma, 25 giugno 2026 — Palazzo Corsini, sede storica dell’Accademia Nazionale dei Lincei, ha ospitato il Convegno Linceo “Proliferazione/Non-Proliferazione Nucleare, Oggi (Ricordando Francesco Calogero)”, organizzato dal Comitato composto da Francesco Forti (Segretario Nazionale USPID, Università e INFN, Pisa), Luciano Maiani (coordinatore, Linceo, Sapienza Università di Roma, SICA) e Carlo Schaerf (President of ISODARCO). Un appuntamento che, a trentasei anni dalla fondazione del SICA (Sicurezza Internazionale e Controllo degli Armamenti), ha posto al centro del dibattito un tema inedito e inquietante: il ruolo dell’Intelligenza Artificiale nella corsa agli armamenti nucleari e nella sicurezza strategica globale.
L’incontro, aperto dagli indirizzi di saluto del Presidente dell’Accademia Roberto Antonelli, ha visto la partecipazione di scienziati, storici, diplomatici e giovani ricercatori in presenza e in streaming. Un pubblico eterogeneo per un tema che, come ha ricordato Francesco Forti nell’introduzione, merita attenzione costante in un clima di generale disattenzione ai rischi posti da un eventuale conflitto nucleare.
IA e comando nucleare: il punto di non ritorno
Il cuore del dibattito ha battuto sul rapporto tra Intelligenza Artificiale e sicurezza nucleare. Diego Latella e Guglielmo Tamburrini, entrambi membri di USPID e ISODARCO, hanno presentato uno studio sulle vulnerabilità IA e cyber nel comando e controllo nucleare, sollevando interrogativi che fino a pochi anni fa appartenevano alla fantascienza.
Le cyber armi sono programmi che sfruttano le vulnerabilità per creare problemi a sistemi informatici. Gli attacchi ciber possono avere delay programmati, aumentando la “fog of war” e riducendo l’effetto di deterrenza basato sul second strike. La cyber è un’arma ufficialmente riconosciuta, con un nesso formalizzato con le armi nucleari. Ad oggi la sicurezza informatica si fa a toppe, problematiche anch’esse perché soggette a vulnerabilità. Andrebbero usati metodi di produzione di software che garantiscano zero vulnerabilità.
Gli scienziati USA sono riusciti a sabotare nel 2013 tutti i sistemi cibernetici delle esercitazioni dell’esercito americano. Il grosso dei sistemi d’arma USA usa software commerciali e open source, mostrando gravi vulnerabilità anche a livello di reti. A giugno 2022 il GAO afferma che la situazione è sostanzialmente invariata. I 24 CSSP hanno due protocolli di standard del reporting che non sono riusciti a rispettare.
Ma il dato più allarmante è venuto dal Generale Camporighi: in una serie di giochi di guerra condotti con l’IA, l’intelligenza artificiale è sempre arrivata all’uso di armi nucleari. Sempre. Un risultato che getta una luce cruda sulla natura dei sistemi automatizzati: privi del freno morale e della capacità di valutare le conseguenze a lungo termine, tendono a ottimizzare per la vittoria a breve termine, anche al prezzo dell’annientamento.
Guglielmo Tamburrini ha evidenziato come gli sviluppi tecnologici scavalchino le possibilità della normativa. Gli Israeliani hanno usato modelli di IA proprietari per creare armi autonome, passando da approvare 50 bersagli al giorno a 100, come una fabbrica. L’unico controllo è la verifica se il bersaglio sia una donna o meno, dato che le donne non sono ammesse nei ranghi di Hamas. Un senior officer ha affermato un error rate del 10%. È una semplificazione irrazionale del controllo umano. I sistemi Lavender e Where’s Daddy, citati anche da Lorenzo Piccioli, rappresentano l’apoteosi di questa logica: l’IA che decide chi vive e chi muore, con un margine di errore che la stessa macchina non è in grado di quantificare.
Francesco Calogero, nel suo libro “IA: Pace o guerra”, aveva già anticipato questi dilemmi. Eppure, in un grande documento dell’UE è scritto di usare l’IA in supporto al militare, in maniera non conforme all’opinione diffusa della conferenza. La contraddizione è evidente: mentre gli scienziati lanciano l’allarme, le istituzioni europee sembrano spingere nella direzione opposta.
I trattati internazionali: un edificio in rovina
Luciano Maiani, coordinatore del SICA e Linceo, ha ripercorso un decennio di attività dell’organizzazione. Il SICA, cui Francesco Calogero ha dato un contributo importante dalla sua creazione negli anni ’80 fino alla sua scomparsa, ha proposto nel G7 delle Accademie una dichiarazione sulla necessità di riprendere i colloqui per un mondo senza testate nucleari. Tuttavia, il contesto attuale rende questa prospettiva sempre più ardua.
Il panorama dei trattati sul disarmo nucleare presenta crepe profonde. Il CTBT (Comprehensive Nuclear-Test-Ban Treaty) non è mai entrato in vigore: Cina, Egitto, Iran, Israele, Russia e Stati Uniti non l’hanno ratificato, mentre Corea del Nord, India e Pakistan non l’hanno nemmeno firmato. Nonostante ciò, l’istituzione del CTBTO ha garantito un sistema di controllo dei test nucleari su scala planetaria. I test nucleari, peraltro, sono ormai tecnicamente obsoleti: i supercomputer sono in grado di simularli con efficienza crescente, rendendo superflua la detonazione fisica.
Ancora più grave è la crisi del New START, il trattato firmato da Obama e Medvedev nel 2010 quando il numero di testate a livello globale aveva raggiunto le 70.000 unità. Il trattato portò il numero delle testate al minimo di 20.000 e 6.000 rispettivamente. Rinnovato da Obama e Medvedev, è stato poi abbandonato da Putin con la guerra in Ucraina.
Barbara Gallo, dell’Archivio Disarmo e IRIAD, ha tracciato un quadro desolante: abbandono del trattato Open Skies che promuoveva la trasparenza militare; aumento del numero di armi nucleari dispiegate secondo il SIPRI; e una logica di escalation che ricorda i peggiori anni della Guerra Fredda.
In diverse occasioni è stato proposto l’uso di armi nucleari “tattiche”, spacciate come strumenti di limitata portata. Una retorica pericolosa: l’impiego di tali armi comporta gravi effetti collaterali tipici delle armi nucleari e aprirebbe la strada all’uso di testate strategiche, innescando una spirale incontrollabile.
Il nucleare iraniano: una crisi senza fine
Paolo Cotta-Ramusino, di Pugwash, USPID, Università e INFN Milano, ha affrontato i rischi di guerra nucleare oggi, con un focus particolare sul programma nucleare iraniano. I dubbi sull’arricchimento dell’uranio orientato alla produzione di armi nucleari restano alti, nonostante le richieste statunitensi, portate anche all’ONU, di ridurre l’arricchimento iraniano a zero.
Il JCPOA (Joint Comprehensive Plan of Action), l’accordo del 2015 volto a eliminare l’uranio bellico iraniano, ha rappresentato per anni un pilastro della diplomazia multilaterale. Nel 2017, il direttore dell’IAEA Amano dichiarò pubblicamente che l’Iran stava rispettando il JCPOA. Tuttavia, la situazione è drammaticamente peggiorata: l’Iran potrebbe trovare perfettamente logico armarsi di armi nucleari, essendo in una situazione pericolosa, minacciato da due potenze nucleari ben avviate come Stati Uniti e Israele.
Cotta-Ramusino è andato in Iran l’anno scorso. Ha parlato con alti ranghi che gli sono sembrati molto costruttivi e ha visto molte donne senza velo. L’Iran andava bene prima della nuova guerra. Questa nuova guerra ha portato ad un’onda di radicalismo e di repressione dei diritti civili della popolazione non aderente ai dettami della rivoluzione islamica. In generale, forte avversione ad Israele per le sue violazioni dei diritti umani e la guerra all’Iran.
L’Italia, ha ricordato Cotta-Ramusino, ospita armi nucleari USA a Ghedi e Aviano. Un dettaglio spesso dimenticato nel dibattito pubblico italiano. L’obiettivo dei Lincei resta ambizioso: stabilire l’Iran come zona priva di armi di distruzione di massa, riconosciuta da tutti. Un traguardo che appare oggi più lontano che mai.
La Russia ha suggerito l’uso di armi nucleari in Ucraina. Questi due esempi, Iran e Ucraina, fanno trasparire il messaggio che non avere armi nucleari è un grave pericolo per la popolazione, sostanzialmente inferiore e senza difese di una potenza nucleare. Questo alimenta molto il rischio di proliferazione nucleare.
Francesco Rengi ha sottolineato come la Cina sia l’unica nazione ad aver adottato formalmente una policy di “non primo uso” delle armi nucleari; anche l’India l’ha formalizzata, sebbene non venga più sbandierata. Una piccola isola di razionalità in un oceano di escalation.
Il riarmo europeo: numeri e realtà
Marco De Andreis, del Consiglio Scientifico USPID, ha affrontato il tema del riarmo europeo e dei suoi costi. La domanda fondamentale è: la Russia è così forte da giustificare un riarmo? I numeri dicono il contrario. Il vantaggio numerico della NATO, escludendo gli Stati Uniti, è schiacciante. Le armi occidentali sono di qualità superiore a quelle russe. La Russia è più povera e spende meno dell’UE in armi, sia a parità di potere d’acquisto che in termini assoluti. La spesa europea è stata costante dal 1995 al 2015 in termini reali.
In quattro anni l’Europa ha dato all’Ucraina tanti soldi quanti gli USA ne hanno dati a Israele negli ultimi 80. Le spese militari sono costose ed è impossibile aumentarle per tutti, meno che per i tedeschi, gli unici che stanno effettivamente puntando ad aumentare la spesa militare. Rheinmetall, paradossalmente, sta messa molto male finanziariamente, in crisi.
L’Europa non ha missili a medio raggio perché c’era un trattato russo-americano che lo vietava. Un articolo di un trattato proposto dai russi nel 2021 propone di vietare lo schieramento di missili nel raggio d’attacco di un altro paese. L’affermazione che l’UE sia meno armata della Russia è, secondo De Andreis, uno scam. L’unica cosa che potrebbe succedere è il riarmo tedesco — un incubo per qualunque storico.
Rutte ha detto che i bersagli da attaccare sono classificati. De Andreis ironizza: sono classificati perché non esistono. La manovra per soddisfare il “Daddy”, Trump, rischia di trasformare l’Europa in un gigante con i piedi di argilla, armato ma senza strategia.
Francesco Calogero: una vita per la pace
La conferenza è stata anche un omaggio a Francesco Calogero, il cui impegno per il disarmo nucleare ha segnato generazioni di scienziati e attivisti. Carlo Schaerf, President of ISODARCO e suo compagno di una vita, ha ripercorso con commozione i momenti salienti della loro amicizia.
Nati entrambi nel 1935, anno dell’annessione dell’Etiopia e della massima popolarità del fascismo, i due lavorarono all’antifascismo e al disarmo nucleare fin dal liceo. A volte Carlo metteva il fiocchetto, i suoi nipoti ancora lo prendono in giro quando lo vedono. Carlo ricorda con affetto il suo compagno Francesco, i suoi professori e professoresse e le ragazze più carine della classe. In quella classe sono rimasti in due vivi.
Furono uniti, al di fuori della politica, dagli scacchi, fino a che Francesco non divenne molto più bravo di Carlo e smessero di giocare. Carlo si dedicò ad un corso professionalizzante di elettrotecnica. All’interesse agli scacchi si sostituì quello per la fisica, materia popolarizzata da Hiroshima e Nagasaki. Insieme si ubriacarono solennemente in Piemonte dopo essersi iscritti a fisica.
Nel 1956, all’indomani del XX Congresso del PCUS e della denuncia di Stalin da parte di Kruscev, Calogero e Schaerf compirono un viaggio in URSS. Fu complicato partire, primo tra i problemi il passaporto per uomini in età militare. Ad ottobre riuscirono a partire in quattro, Carlo, Francesco e due loro amici. Furono accolti da un ragazzo che parlava italiano, Tony, e da una ragazza fidata del partito. Strinsero grandi amicizie con Tony, che durarono fino alla fine. Tony lavorò all’ambasciata di Roma infrangendo non poche volte il protocollo.
Edoardo Amaldi, grande fisico italiano e fondatore di importanti istituzioni, strinse amicizia con entrambi. Le carriere di Calogero, da pacifista e da scienziato, si svilupparono contemporaneamente e con grandi soddisfazioni. Molti personaggi guerrafondai si convertirono a pacifisti una volta in pensione. Personaggi simpatici, dice Carlo. Anche se poco citate, le donne sono state molto importanti. I russi si trovarono a disagio a trattare con forti donne americane nelle conferenze del disarmo.
Un grande contributo di Calogero fu per la messa al bando delle armi chimiche, trattato di grande successo. Il Pugwash, quando aveva meno da fare, teneva convenzioni e conferenze tra diplomatici e tecnici, mettendo insieme le varie competenze complementari: convinti i tecnici sul disarmo, sarebbero dovuti poi essere convinti i politici a casa loro. Francesco ricevette la medaglia d’oro del Presidente della Repubblica per i suoi meriti nel disarmo. Aveva una grande capacità di ascolto, sia per i tanti meno intelligenti di lui, i pochi più intelligenti di lui, e quelli che credevano di essere i più intelligenti di lui, i più difficili.
Francesco morì a 91 anni, non prima di festeggiare i 60 anni della sua ISODARCO a Andalo, in un hotel ormai troppo stretto per il numero di membri ma che nessuno vuole cambiare perché si mangia molto bene. Carlo è piuttosto pessimista sul futuro: “Ci sono due bulli, uno a Washington e uno a Mosca, che mettono in grande pericolo la pace.” L’IA è destabilizzante e a volte meno affidabile dell’intelligenza umana. Carlo conclude sperando che il mondo duri abbastanza per lui.
ISODARCO: sessant’anni di dialogo e formazione
Alessandro Pascolini, di USPID, ISODARCO, Università e INFN Padova, ha presentato la storia di ISODARCO. Concepita da Amaldi e Schaerf, ISODARCO è la prima scuola avanzata del mondo per lo studio delle armi nucleari e la loro possibile eliminazione. Il primo corso si tenne nel 1966, e la comunità internazionale ne riconobbe il valore alla prima assemblea ufficiale delle Nazioni Unite sul disarmo.
Il programma fu ampliato per includere le armi chimiche, le armi biologiche e la teoria dei giochi applicata all’uso di armamenti. Nel 1988 si è aggiunta la cooperazione con la Cina. ISODARCO estende i suoi inviti a partecipare al suo prossimo corso, continuando a formare nuove generazioni di studiosi e operatori del disarmo. È una scuola che studia la corsa agli armamenti e le armi già esistenti, cercando di creare un ambiente leggero atto alla discussione e dialogo aperto.
L’eredità del movimento pacifista: USPID e oltre
Lodovica Clavarino, storica e comunicatrice, segreteria ISODARCO, ha offerto cenni storici sull’USPID (Unione degli Scienziati per il Disarmo), approcciando il tema con un background da storica. La pace per gli scienziati è importante e pragmatica: costruzione di uno spazio culturale di dibattito transnazionale.
Lo storico studia l’impatto del movimento scientifico pacifista anti uso armi nucleari, la comunicazione tra scienziati e classe dirigente, le accuse di interferenza da parte degli scienziati e di filorussismo. L’orologio della mezzanotte fu particolarmente caldo negli anni ’80, alimentato da un circolo vizioso di corsa agli armamenti a causa dello scudo spaziale di Reagan. Nel novembre 1981, 817 firme del Dipartimento di Fisica dell’Università di Roma sostennero l’USPID. Dall’88 si inizia a parlare anche di ambiente.
Bush Junior ha collegato terrorismo ad armi di distruzione di massa, stati canaglia. Clavarino conclude con citazioni potenti: “Maggiori le competenze, maggiori le responsabilità sociali. Gli scienziati non vivono e lavorano in uno spazio vuoto e asettico.” La direttrice del Dipartimento di Fisica dell’Università di Trento ha sottolineato l’importanza della presenza degli obiettori di coscienza all’USPID.
Pugwash e le nuove generazioni: il futuro del disarmo
Lorenzo Piccioli, di Formiche e vice-segretario di Student Young Pugwash Italy, ha parlato della vitalità di Pugwash e delle nuove generazioni. Esprime paura per la sostituzione da parte dell’IA: l’IA sul campo di battaglia ridurrebbe i costi del personale militare in guerra e quindi la renderebbe più viabile, un bel problema. Non gli piacciono nemmeno i danni collaterali di sistemi come Lavender e Where’s Daddy.
Ha anche paura che l’IA diventi più intelligente degli umani. Una paura che, se letta alla luce dei giochi di guerra del Generale Camporighi, non appare affatto irrazionale.
Karen Hallberg, Secretary General di Pugwash Conferences on Science and World Affairs, ha parlato da remoto di Francesco Calogero: Science, Peace, and His Legacy in Pugwash, sottolineando come il suo lascito continui a ispirare giovani scienziati in tutto il mondo.
Giorgio Parisi: Etica della Scienza e IA
Giorgio Parisi, Presidente Emerito dell’Accademia Nazionale dei Lincei, ha chiuso la conferenza con un intervento sull’etica della scienza e i rischi dell’Intelligenza Artificiale. Lui e i suoi amici furono contrari agli euromissili; Pertini li ricevette e disse che era d’accordo ma che non poteva farci nulla.
Parisi pensa che l’IA non porterà alla fine dell’umanità, ma è preoccupato degli scenari di oggi e domani, non di possibilità remote. “Quello che è fondamentale è che lo stesso senso di responsabilità che fece nascere negli scienziati la potenza dell’atomo sessant’anni fa deve nascere dall’IA oggi.”
Google ha un monopolio de facto della tecnologia digitale online occidentale. Spesso quando cerchiamo qualcosa su Google la prima cosa che esce è la risposta IA. Spesso è buona, ma l’IA non ci dice che fonti ha usato per risponderci né quelle che non ci ha citato. Prima potevamo scegliere. Chi decide cosa è attendibile o meno? Vale l’idea di “trash in input, trash in output”. Chi decide cosa è trash e cosa non lo è?
Il pluralismo dell’informazione è minacciato dalla IA: è un oligopolio, come se ci fosse un solo editore per tutte le notizie e le informazioni, alla 1984. I siti di ricette di cucina più piccoli soffrono in confronto a quelli più grandi perché l’intelligenza artificiale non li sceglie per rispondere alle domande degli utenti. L’internet della pluralità che conoscevamo, che si reggeva sulla pubblicità, sta scomparendo.
Le ditte che gestiscono la IA dovranno diventare dei produttori di contenuti, non prenderanno più le ricette dai siti online ma dovranno farsele da sole: stanno mancando le fonti umane di alta qualità per alimentare le informazioni delle IA. Questo è il pericolo più grande da evitare e bisogna agire subito, perché più si aspetta più i danni saranno gravi.
L’IA è brava a smazzare compiti relativamente semplici, rendendo la vita degli studenti più semplice. Noi però impariamo a fare le cose più difficili facendo molte cose più facili. Se le cose facili e medie le sa fare l’IA, i nostri giovani non impareranno più a fare i compiti difficili. Le cose facili sono i gradini per arrivare alle cose difficili. Per ora l’IA non sa fare cose estremamente originali: si basa su quel che ha fatto l’umanità finora. Una IA brava a dipingere non inventerà l’impressionismo.
La risposta all’oligopolio, secondo Parisi, è una grande ricerca pubblica, per lavorare per tutti in trasparenza senza segreti industriali. Nei computer ci fu una grande standardizzazione dai molti sistemi operativi privati al sistema Linux. Una cosa del genere potrebbe nascere in Europa per l’IA, non ridurrà la ricerca negli altri paesi, ma stimolandola, come nel CERN.
Parisi conclude con una profezia politica: la gestione dell’IA sarà un grande tema delle elezioni del 2028. “Bisogna reagire alle sfide di oggi, superare le nostre contese per una comunione di intenti.” Il Manifesto Einstein-Russell fu scritto per le armi nucleari, ma vale per le nuove grandi armi e possibilità. Una lezione che, a sessant’anni di distanza, suona più attuale che mai.